Il mese scorso, il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, aveva reiterato un tema su cui batte da tempo: l’elevato volume di garanzie pubbliche sul credito. Una sorta di spada di Damocle sui conti pubblici, oltre che una spinta agli utili delle banche. Un sistema che, dice Giorgetti,
[…] era un meccanismo immaginato per la situazione eccezionale. Quando si esce dalla situazione eccezionale, come siamo usciti dal super bonus immaginato ai tempi del Covid dobbiamo, in modo intelligente, mirato e graduale, uscire anche da questo sistema di garanzie pubbliche, perchè il merito di credito deve essere valutato dal banchiere. Non può essere che poi la perdita inesorabilmente debba andare a carico dello Stato, qualora si sia verificata. Dobbiamo tornare a un sistema più ordinario, questo non significa uscire dal sistema di garanzie, ma sicuramente un ripensamento è necessario.
Questo, rivolto ai banchieri, era un “preavviso di prelievo”. E infatti, il prelievo si è materializzato con la presentazione della legge di bilancio per il 2026. Di cui ancora non esiste testo, come da ormai consolidata tradizione, ma che a carico di banche e assicurazioni nel 2026 dovrebbe porre oltre 4 dei ben 11 miliardi postati per il triennio 2026-28.
Ci sarà tempo e modo di discutere le misure, ma per oggi parliamo del fenomeno delle garanzie pubbliche sul credito. Quante sono, come sono, che rischi si corrono?
Secondo dati di Unimpresa, lo stock complessivo delle garanzie attive sarebbe di circa 270 miliardi di euro, pari al 13-14 per cento del Pil. Ma il passo delle concessioni continua ad essere molto robusto: nel primo semestre del 2025 le banche italiane hanno deliberato prestiti alle imprese per 23,7 miliardi di euro, coperti da garanzie pubbliche per 16,6 miliardi. Le domande accolte sono state 128.587, con una copertura media del 70 per cento. Come si nota, e se questi dati sono corretti, il sistema delle banche è ampiamente protetto da garanzie pubbliche, nella sua attività istituzionale di erogazione di credito.
Prima della pandemia, nel 2019, lo stock di garanzie pubbliche italiane era pari a 85,8 miliardi, il 4,7 per cento del Pil. Nel biennio 2020-2021, in piena emergenza sanitaria, sono stati concessi finanziamenti assistiti da garanzia pubblica per ben 500 miliardi. Passata l’emergenza, i volumi sono calati ma restano oggi in complesso costanti: 40-50 miliardi annui nel 2022-2023 e circa 20-25 miliardi semestrali nel 2024-2025.
I canali delle garanzie pubbliche
Sono tre i canali di garanzia pubblica per i finanziamenti bancari: il Fondo di Garanzia per le Pmi, del Mediocredito centrale, Garanzia Italia di SACE, e SACE Export. Ognuno di tali canali supporta aziende di differenti dimensioni con percentuali di copertura di investimenti e capitale circolante piuttosto elevate, e con commissioni variabili a carico del debitore.
| Aspetto | Fondo PMI (MCC) | Garanzia Italia (SACE) | SACE Export |
|---|---|---|---|
| Beneficiari | PMI fino 499 dipendenti | Imprese 250-499 dip. (Mid Cap) e grandi | Grandi imprese + export |
| Importo max | 5 milioni € | 5 milioni € (Mid Cap gratuita) | Per progetto |
| Copertura liquidità | 50% | 50% | 50% |
| Copertura investimenti | 80% | 80-90% | 80% |
| Commissioni PMI | 0-1,25% (una tantum) | 25-100 bp annui | Variabile |
| Gestore | Mediocredito Centrale | SACE | SACE |
A livello di singoli paesi, e sempre secondo i dati di Unimpresa, l’Italia è sopra la media Ue e con un’incidenza comparabile a quella di Francia e Spagna, mentre la Germania si distingue per un utilizzo più contenuto dello strumento, dopo averne fatto un uso massivo durante la pandemia. In quel periodo, il governo tedesco concesse infatti garanzie pubbliche sul credito in misura pari al 25 per cento del Pil, contro il 14 per cento francese e il 9 per cento spagnolo. L’Italia largheggiò, con garanzie pari al 30 per cento del Pil.
| Paese | % PIL | Stock (miliardi €) | Posizionamento |
|---|---|---|---|
| Italia | 13,4% | 270 | Sopra media UE |
| Francia | ~13% | Simile all’Italia | Sopra media UE |
| Spagna | ~13% | Simile all’Italia | Sopra media UE |
| Germania | 7-8% | Più basso | Sotto media UE |
| Media UE | 10-12% | 700-1.200 | Riferimento |
Possiamo affermare, alla luce di questi dati, che le garanzie pubbliche, passata l’emergenza pandemica, sono diventate una componente permanente del sistema di finanziamento alle imprese in Italia e in Europa. Sinora le cose sono andate bene, nel senso che quelle garanzie non si sono trasformate in esborso per cassa da parte dei governi. Ma in caso di recessione, che impatto potremmo attenderci sul nostro stock di debito?
Per ora, non si registrano timori per i nostri conti pubblici: lo scorso anno ha visto escussioni per 2,5 miliardi di euro, meno dell’1 per cento dello stock complessivo, di cui 1,7 miliardi legati al Fondo di garanzia per le Pmi, 420 milioni su Garanzia Italia e 348 milioni sul Fondo Sace. Nei primi sei mesi del 2025 i default hanno prodotto circa 500 milioni di escussioni.
Alle aziende la parte del leone (garantito)
Ma come sono ripartite le garanzie pubbliche, nell’economia del nostro paese? E quanto incidono sullo stock di prestiti delle banche? Su tutto il credito bancario (imprese e famiglie), a giugno 2025 il credito complessivo era pari a 1.274,1 miliardi di euro, mentre a fine 2024 lo stock di garanzie pubbliche era di 294 miliardi di euro. Questo significa che le garanzie pubbliche rappresentano circa il 23 per cento del totale del credito bancario italiano.
Ma l’incidenza è molto più significativa se consideriamo il solo credito alle imprese: a giugno 2025 tale stock era pari a 599,2 miliardi di euro, mentre le garanzie pubbliche ammontano a 270-294 miliardi. Questo significa che le garanzie pubbliche rappresentano circa il 45-49 per cento del credito alle imprese – quasi la metà dei finanziamenti bancari alle aziende italiane.
Il quadro è completamente diverso per le famiglie: a giugno 2025 lo stock di credito alle famiglie si è fermato a 675 miliardi di euro, ma le garanzie pubbliche riguardano quasi esclusivamente le imprese. Quindi per le famiglie l’incidenza delle garanzie è praticamente trascurabile (inferiore all’1 per cento).
Questa incidenza molto elevata sul credito alle imprese (quasi metà dei crediti in essere) rivela quanto le garanzie pubbliche siano diventate strutturali nel sistema di finanziamento italiano ed europeo. Se fossero interamente escusse, il debito italiano aumenterebbe del 10 per cento del Pil.
Che fare, quindi? Tentare una riduzione di queste passività contingenti per il debito pubblico, e prendersi il rischio di una stretta creditizia? Proseguire su questa strada e ritrovarsi, alla prossima recessione, con un debito pubblico che rischia di finire fuori controllo?
Carburante per gli utili delle banche
Queste garanzie sono carburante per il conto economico delle banche, perché in sostanza le liberano dall’obbligo di effettuare accantonamenti a rischi su crediti, o comunque riducono grandemente tale necessità. Perché il garante ultimo è lo Stato. Qualcuno, dotato di senso pratico, potrebbe commentare che “così sono capaci tutti a fare i banchieri”, e non avrebbe tutti i torti. Oggi, con l’economia in modesta espansione, non c’è necessità di aumentare gli accantonamenti a perdite su crediti. Se la congiuntura cambiasse, i benefici per il sistema creditizio e gli oneri per i contribuenti italiani diverrebbero molto evidenti.
Se a questa ridotta esigenza di accantonamenti sommiamo il ricco margine di interesse prodotto dalla politica monetaria della Bce (altra cosa di cui i banchieri commerciali non hanno alcun merito) e, soprattutto, l’epocale operazione di estrazione di commissioni sul risparmio gestito e amministrato, si comprende la cupidigia della politica verso l’elevata redditività bancaria, non solo italiana.
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Non so cosa Giorgetti promuoverà, per ridurre queste passività contingenti. Forse tornerà alla carica con la sua idea di insediare un revisore del Mef laddove ci sono crediti pubblici da proteggere. Quindi anche nei cda delle banche? O forse non farà nulla e si dichiarerà soddisfatto di aver fatto pagare le banche per il prossimo triennio. Le quali banche, come noto, potranno più o meno agevolmente recuperare il maggior prelievo agendo sui costi di credito e soprattutto dei servizi, perché non esiste Robin Hood Tax che riesca a impedire la traslazione a valle di tali oneri.
Ma il tema resta. Se le banche traggono parte rilevante dei propri utili da attività creditizia grazie alla coperta degli stati, questi ultimi possono sentirsi legittimati (non senza ragione) ad adeguare a questa realtà il prelievo fiscale sul sistema creditizio (ma, in ultima istanza, sui consumatori). Se le banche diventano utilities dello stato, una riflessione andrà fatta.
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