Alla fine degli anni Quaranta, in pieno boom di ricostruzione post bellica, gli Stati Uniti erano la fabbrica del mondo e godevano di imponenti surplus commerciali. Secondo una nota di ricerca di Goldman Sachs, nei prossimi anni la Cina batterà quel record, conseguendo entro il 2029 un surplus delle partite correnti pari all’1 per cento del Pil globale, “il livello più alto mai registrato in un’unica economia, superando quello degli Stati Uniti alla fine degli anni ’40” del secolo scorso.
C’entra sicuramente la spinta strategica cinese verso i settori di frontiera tecnologica ma c’è anche altro, che non ci si attenderebbe leggendo i libri di economia internazionale: la Cina non intende mollare la presa nei settori a minor valore aggiunto, in una strategia di autosufficienza portata all’estremo e che rischia di danneggiare i paesi del cosiddetto Sud Globale, di cui Pechino ama dichiararsi protettore.
Secondo Chang Shu, Chief Asia economist per Bloomberg Economics, la traiettoria industriale della Cina sta divergendo dal modello classico che prevede una progressione graduale dalla produzione a basso valore a quella ad alto valore: “Invece di allontanarsi dai settori a basso valore, la Cina sta mantenendo il suo dominio globale in aree come i tessuti, mentre simultaneamente progredisce in settori ad alto valore come i veicoli elettrici e le attrezzature IT”.
Sempre meno import, sempre più export
Alto o basso valore aggiunto, malgrado le solenni promesse di Xi Jinping di progressiva apertura dei mercati cinesi, quest’anno le importazioni cinesi saranno inferiori in valore a quelle del 2021; mentre quelle statunitensi nello stesso periodo mostrano una crescita del 27 per cento. Due economisti, Shoumitro Chatterjee della Johns Hopkins University e Arvind Subramanian, un senior fellow al Peterson Institute for International Economics, hanno provato a quantificare la misura con cui la Cina si tiene strette anche le produzioni a minor valore aggiunto, confrontando la sua quota di mercato globale per le esportazioni più economiche con quella di popolazione in età lavorativa globale.

I loro calcoli, pubblicati su Project Syndicate, mostrano che la forza lavoro cinese è diminuita nel tempo ma la quota cinese di mercato globale per esportazioni a basso contenuto di skills non è diminuita proporzionalmente. Infatti questa differenza si è ampliata negli ultimi anni, anche se i salari cinesi sono aumentati, il che teoricamente avrebbe dovuto intaccare la competitività della nazione.
Ciò può essere accaduto attraverso il ridimensionamento dei margini di profitto oppure sostituendo con i robot la manodopera più costosa. In altri termini, la Cina non intende cedere quote di mercato nei settori a minor valore aggiunto e ricorre a una serie di strumenti distorsivi, dal cambio sottovalutato al dumping conclamato. Il risultato finale è l’ostacolo ai paesi più poveri nel loro tentativo di ascesa nella scala dello sviluppo.
Esportatori di deflazione, distruttori di economie
Che non si tratti solo di ipotesi accademiche si coglie anche dal piano quinquennale del partito comunista cinese, che suggerisce l’obiettivo di mantenere la produzione di beni di minor valore assieme a quella di frontiera tecnologica. Di conseguenza, il modello economico cinese punta sull’export a vasto spettro di valore aggiunto. Se questo è positivo per alcuni aspetti, come la pressione al ribasso dei prezzi globali o più propriamente l’esportazione di deflazione da eccesso di capacità produttiva cinese, per altri questa strategia rappresenta una forma estrema del cosiddetto beggar-thy-neighbor. Le previsioni di crescita per l’economia cinese continuano infatti a basarsi sul contributo decisivo delle esportazioni.
Tendenza esacerbata anche dalla debolezza della domanda interna cinese, che impedisce di assorbire l’eccesso di produzione. L’ultimo dato sulle vendite al dettaglio ha mostrato un quinto rallentamento mensile consecutivo — il più esteso dal 2021, quando si conclusero gli effetti del rimbalzo post-Covid.
A questo punto, spetta alla Cina confermare o modificare la propria direzione, con i fatti e non con gli enunciati. Resta da vedere se proseguirà in questa strategia di autosufficienza estrema, che porta alcuni osservatori alla conclusione che Pechino non abbia alcuna intenzione di commerciare col resto del mondo secondo l’ormai desueto canone ricardiano del vantaggio comparato, ma solo di vendere al pianeta e usare questa leva come strumento di dominazione geopolitica. Non mi pare strategia sostenibile, nel medio termine, ma nel breve è garanzia di crescenti tensioni globali.
(Immagine creata con Google Gemini 3 Pro)