Al netto del capriccio senile di Donald Trump a prendersi la Groenlandia, anche a colpi di dazi sui paesi dissenzienti, e delle sconcertanti motivazioni che avrebbe esposto al primo ministro norvegese (“non mi avete dato il Nobel per la Pace, ora metto gli interessi americani davanti a tutto il resto”), quello che il mondo, e gli europei in primo luogo, dovrebbe aver acquisito, è che gli accordi con Trump valgono finché lui non decide il contrario. Una circostanza che, nel suo caso, tende a verificarsi con elevata frequenza.
Un trattato illusorio
Prendiamo il caso del Regno Unito e del suo “trattato” con gli Stati Uniti. Ve ne ho dato ampio conto, non solo quando è stato raggiunto (quello in cui da noi c’erano imbecilli che sostenevano si trattasse del premio per la Brexit) ma anche nei mesi successivi, quando le cosiddette certezze si sono progressivamente sbriciolate: ad esempio con la mancata rimozione dei dazi su acciaio e alluminio britannici.
Da subito, ho avuto anche un’altra certezza: come è possibile che gli americani si “accontentassero” e non attaccassero la Digital Services Tax britannica, oppure non cercassero di far saltare i guardrail sulla sicurezza agroalimentare, facendosi bastare l’export di qualche tonnellata di carne di bisonte e poco altro? Ecco, questa mi è sempre parsa una patetica illusione.
E l’illusione è evaporata quando gli americani hanno messo in pausa, a metà dicembre, il cosiddetto Tech Prosperity Deal col Regno Unito. Si tratta di un accordo bilaterale strategico siglato nel settembre 2025, con l’obiettivo di suggellare una collaborazione tecnologica profonda tra le due nazioni, andando oltre la semplice alleanza politica. Un pacchetto di circa una quarantina di miliardi di dollari di controvalore, che prevedeva tra le altre cose massicci investimenti in Regno Unito da parte del Big Tech americano (Microsoft, Google, Nvidia, OpenAI e CoreWeave) nei settori dell’intelligenza artificiale, del quantum computing e del nucleare civile.
La verità, apparsa subito evidente, è che quell’accordo era il Cavallo di Troia americano per far saltare i paletti britannici relativi, appunto, a Digital Services Tax (eliminandola), agli standard alimentari e fitosanitari e altri punti, come l’aumento dei prezzi pagato dal servizio sanitario nazionale britannico per i farmaci. A quest’ultimo diktat Londra ha obbedito, aumentando la spesa farmaceutica e schivando in tal modo i dazi settoriali specifici. Agli altri no, o non ancora.
Oggi, come scrive la testata Politico.eu, gli americani starebbero facendo forti pressioni sul governo Starmer per raggiungere l’obiettivo per altre vie. I negoziatori americani stanno spingendo affinché il Regno Unito adotti standard americani. Gli Stati Uniti stanno anche spingendo per il riconoscimento degli organismi di accreditamento americani nel Regno Unito, secondo quanto avrebbero confermato altre persone a conoscenza delle richieste.
Gli standard della colonizzazione
Queste mosse avrebbero effetti a catena su settori critici per la sicurezza come alimentare, manifatturiero e sanitario. La spinta per l’adesione britannica agli standard americani arriva mentre l’amministrazione Trump sta svuotando gli organismi di controllo, con tagli drastici alla Food and Drug Administration e lo smantellamento della Consumer Product Safety Commission.
I britannici avrebbero per ora resistito alle pressioni, soprattutto in tema di sicurezza alimentare, ma gli americani non demordono, anche se un portavoce del Rappresentante al Commercio di Washington liquida le voci come prive di fondamento. Ma altri testimoni, sentiti da Politico, confermano che gli americani continuano a chiedere ai britannici “perché non potete fare di più sugli standard alimentari?”
Se i britannici cedessero, ne risulterebbe compromesso il tentativo di reset, cioè di riavvicinamento alla Ue, promosso tra mille difficoltà e suggestioni di scorciatoie, dal governo di Keir Starmer. Tale reset passa ad esempio attraverso l’allineamento degli standard alimentari, per rimuovere tutta la burocrazia relativa ai controlli fitosanitari nel commercio bilaterale.
Resta che diverse persone informate sui colloqui commerciali sostengono che le proposte statunitensi superano i termini dell’originale Accordo di Prosperità Economica tra Regno Unito e Stati Uniti concordato lo scorso maggio tra Trump e Starmer. Oltre agli impegni principali per ridurre i dazi su automobili, acciaio e prodotti farmaceutici, l’accordo ampio includeva una promessa di affrontare le “barriere non tariffarie,” incluso un impegno a trattare gli organismi di valutazione di conformità — come laboratori di test e gruppi di certificazione dell’altro paese — in un modo che sia “non meno favorevole” rispetto al trattamento del proprio.
In altri termini, gli organismi di accreditamento avrebbero il potere di accreditare una gamma di fornitori di certificazione e test dall’altro paese. Tuttavia, i negoziatori americani stanno ora spingendo per il riconoscimento di vari organismi di accreditamento americani, che darebbero loro l’autorità di approvare organizzazioni di certificazione, test e verifica nel Regno Unito. Come segnala Politico, accettare questa richiesta significherebbe che l’organo nazionale di accreditamento del Regno Unito, UKAS, non soddisferebbe più i requisiti di base di adesione alla Cooperazione Europea per l’Accreditamento, in base alla quale gli organismi di accreditamento nazionali si riconoscono reciprocamente i loro accreditamenti. E addio accordo Londra-Bruxelles sull’agroalimentare ma anche a quelli sulla armonizzazione del sistema ETS sulle emissioni di carbonio.
Ancora Politico, punto fondamentale:
Gli Stati Uniti operano un sistema di standard decentralizzato in cui l’accreditamento è svolto da una rete competitiva di organizzazioni, la maggior parte delle quali sono commerciali. Questo è in diretto contrasto con l’attuale modello di accreditamento del Regno Unito, in cui un unico organismo di accreditamento no-profit, UKAS, supervisiona la certificazione e i test dei prodotti nell’interesse pubblico.
Adottare il sistema statunitense potrebbe portare a una gara al ribasso e far saltare gli obblighi di servizio pubblico assegnati in Regno Unito, ma tipici del contesto europeo, agli organismi di accreditamento. Nel modello statunitense, al massimo grado sotto Trump, gli standard sono dettati dai produttori in misura decisiva. Se il Regno Unito venisse colonizzato in base a questo principio, la Ue dovrebbe alzare il ponte levatoio e diffidare di tutto quello che è in vendita nel Regno Unito. Altrimenti verrebbe a sua volta colonizzata.
I rule maker immaginari della Brexit
Un paio di considerazioni, a margine ma non troppo. La prima: questo tema, all’apparenza criptico e distante dai riflettori e dal frastuono della polemica politica quotidiana, riveste in realtà un’importanza fondamentale per impatto sulla società e ricadute economiche. La seconda: gli standard sono l’elemento che agevola o ostacola il commercio internazionale. Sappiamo che la Brexit è nata con l’obiettivo, tra gli altri, di rendersi “indipendenti” dalla Ue nella determinazione degli standard.
Vogliamo essere rule maker e non rule taker, era il ritornello dei Brexiter. Peccato che, fin quando è stato parte della Ue, il Regno Unito riuscisse a condizionare la definizione di norme e standard. Dopo esserne uscito, ha “scoperto” che, quando hai un vicino molto più grande di te con cui vuoi commerciare, il tuo potere di imporre standard e norme è basso o più propriamente prossimo allo zero.
Non era difficile arrivare a questa dirompente conclusione prima del voto referendario sulla Brexit. Ma abbiamo ormai capito che i referendum prestano il fianco a ogni tipo di manipolazione comunicativa. Che dirà ora Nigel Farage, di fronte all’alternativa tra essere rule taker di Bruxelles o esserlo di Washington? Nulla, immagino. È troppo impegnato a spacciare olio di serpente, trovando peraltro un numero crescente di creduli che se lo bevono a garganella.
(Immagine creata con Gemini 3 Pro)