La luna delle pensioni e il pozzo degli extraprofitti

Come ogni anno, in attesa che il governo pro tempore presenti la legge di bilancio, c’è la proliferazione di indiscrezioni, ballon d’essai, flussi di coscienza, tentativi di fuga prontamente riassorbiti dal gruppo ancor prima di affrontare il poggio. Anche quest’anno la tradizione è rispettata ma, visto che la legislatura è appena nata ma già in campagna elettorale era palmare che l’inchiostro simpatico del libro dei sogni fosse già evaporato, la realtà dovrà fare ancor meno fatica del solito per disarcionare gli eroi di turno.

Prendete il capitolo pensioni. Quello strategico per ogni governo italiano mentre il mondo va avanti inesorabile e noi cerchiamo sempre nuovi modi per identificare attività usuranti (spoiler: tutte, a tendere) e agevolare i progetti di vita della seconda categoria di elettori più ambita dopo i pensionati: i pensionandi.

Attendendo Quota 41

Oggi sul Sole leggiamo che, come ovviamente prevedibile e previsto, nel 2023 calceremo la pensione più in là, riproponendo un anno di Quota 102 (o 103) ma almeno col feticcio dei 41 anni di contributi. Dopo di che, “partiam, partiamo” e nel 2024 avremo l’agognata “riforma” della legge Fornero. Leggiamo:

L’obiettivo è quello di arrivare a Quota 41 in forma “secca”, garantendo le uscite con 41 anni di versamenti a prescindere dall’età anagrafica entro la fine della legislatura, possibilmente tra il 2025 e il 2026.

Ora, sarò ottuso ma mi chiedo in che modo sarà possibile arrivare a questa quota “a prescindere” senza causare una bancarotta molto prima di quanto previsto dalla curva demografica oppure senza far arrivare in Italia alcuni milioni di lavoratori, anche selezionandoli tra quelli più qualificati e in grado di invertire lo schema Ponzi del sistema a ripartizione. Ah, e trovando loro un’azienda o un lavoro non in nero, dimenticavo.

Trascurabile dettaglio, quello che prevede al 2025 una extra-spesa pensionistica di 58 miliardi che andranno coperti. Ma ci penseremo, solo dopo aver aumentato la spesa. Deve essere una forma di mitridatizzazione. O, come diceva Ronald Reagan, il debito è abbastanza grande da badare a se stesso.

Previdenza e assistenza separate. dalla realtà

Poiché nulla si inventa, arieccoci:

L’intervento strutturale verrebbe poi modellato per giungere a regime a una separazione della previdenza dall’assistenza e prevederebbe anche sconti contributivi per le lavoratrici madri, una nuova fase di pace contributiva e riscatti della laurea agevolati per estendere la “copertura previdenziale” dei giovani. Tra i nodi da sciogliere c’è anche quello della possibile modifica dell’attuale meccanismo che adegua i trattamenti all’aspettativa di vita.

Sim sala bim, ecco la separazione di assistenza e previdenza, e il tripudio di contributi figurativi. Un vero peccato che, come noto a chi sia in buona fede o sappia anche lontanamente di che parla, la separazione tra assistenza e previdenza è, tecnicamente parlando, una fregnaccia italiana doc, come la staffetta generazionale e i superbonus a moto perpetuo che si sollevano da terra tirandosi per la pochette dell’on. avv. prof. Giuseppe Conte.

L’assistenza puntella e integra la previdenza. La seconda senza la prima produrrebbe una quantità industriale di fame. Ma è tutto come da tradizione italiana. Un po’ come i leggendari scorpori dal deficit delle spese per “investimento”, definito latamente. E, su quella strada, saremmo giunti felicemente a scorporare anche il deficit dal deficit.

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D’altronde, i sindacati sono realisti e chiedono l’impossibile, con una reminiscenza sessantottarda. Ad esempio,

Cgil, Cisl e Uil sono favorevoli all’introduzione di Quota 41 in forma “secca”, cara alla Lega, e, in alternativa, spingono anche per uscite, senza un ricalcolo contributivo integrale, già a partire dai 62 anni d’età.

Secca, zac. Un bell’asse con la Lega e via, e il Pd muto a rosicare e farsi demolire dall’Avvocato del Popolo a Gratuito Patrocinio, quello degli eurobond per ogni desiderio.

Pensioni d’oro e kulaki da rieducare

Segue poi l’idea di decontribuzione in busta paga per chi si ferma al lavoro pur avendo maturato i requisiti di pensionamento (“non ci sono soldi”, oh bella), ma non è finita qui perché ci sono due altre perle:

All’interno del nuovo cantiere previdenziale che si sta per aprire saranno sicuramente discusse due proposte alle quali tiene molto Fdi e che, non a caso, sono state citate in campagna elettorale dalla stessa Giorgia Meloni. La prima, che investe direttamente l’attuale assetto del sistema pensionistico, prevede lo stop all’adeguamento automatico dell’età pensionabile all’aspettativa di vita. Il secondo possibile intervento è rappresentato dal ricalcolo, oltre un’elevata soglia, delle cosiddette “pensioni d’oro” che non corrispondono a contributi effettivamente versati.

Ci viene spiegato che sono perle patriottiche coltivate dal partito di maggioranza relativa. La prima, che è tuttora in vigore, è alla base dell’esplosione dei costi previdenziali quanto e più delle varie quote 100, 101, 102 e numeri di Nepero. La seconda è una antica suggestione grillina e leghista, cioè del governo gialloverde, che all’epoca era basata non sull’equità ma su uno scippo a chi ha lavorato e pagato montagne di contributi, avendo la colpa primigenia di un reddito elevato. I famosi kulaki. Ci riproviamo?

Questo è dunque lo stato della commedia dell’arte riguardo al capitolo pensioni. Ormai il canovaccio è talmente conosciuto che potremmo declamarlo a memoria, come consumati e consunti attori sulle assi del teatrino della politica. Fin quando ci saranno spettatori paganti, le repliche proseguiranno.

Extra-profitti, e sai cosa bevi

Invece, riguardo ai punti di campagna elettorale dove la realtà ha già usato la matita blu, pare che la demenziale flat tax incrementale non verrà più applicata ai lavoratori dipendenti ma solo agli autonomi che non sono in regime forfettario. Per i dipendenti, il governo allunga la patata bollente alle imprese promettendo la detassazione dei benefit fino a 3.000 euro. Unico problema, non è nelle Sacre Scritture che le aziende dispongano di soldi per pagare i benefit, ma transeat.

Quanto agli autonomi, a cui verrebbe riservata la flat tax incrementale, magari con l’idea di fare emergere nero una tantum con salvacondotto anti accertamenti, tutto dipende da quando il provvedimento verrà azionato. Se si parte dai redditi 2023, ci saranno margini per fare emergere nero. Se dal 2022, è tutto lasciato al caso e magari gli autonomi non faranno in tempo a far spuntare fatture. Sono solidale con queste angustie e vorrei averne di simili, parlando da dipendente.

Per chiudere, e sempre nel capitolo del moto perpetuo e del magico albero dei soldi che cresce nel Belpaese, agevolato dal nostro meraviglioso clima, menzione d’onore per il Segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, che chiede un trenino la detassazione delle tredicesime dei lavoratori e il taglio al cuneo fiscale (da dipendente, pur se schifosamente ricco per gli standard italiani, sono favorevole). Per le risorse,

Si può aumentare la tassa sugli extraprofitti, che va portata al 35% e applicata anche ai settori non energetici. Così si possono recuperare circa 14 miliardi l’anno per il taglio del cuneo, che deve andare tutto ai lavoratori.

Confesso che non me intendo ma non mi è chiaro come si possa pensare di mettere un’Ires stabilmente al 59% (24% + 35%, se conto bene) su tutte le aziende, almeno quelle che hanno utili, per finanziare in permanenza il taglio del cuneo fiscale per “14 miliardi l’anno”. Ho come l’impressione che avremmo effetti collaterali non lievi, in termini di sparizione degli utili da tassare e tentativi di delocalizzare, anche verso il divano di casa dell’imprenditore. Però forse a quel punto potrebbe scattare una robusta penale per tentata delocalizzazione o una exit tax ad hoc, che ci permetterebbe di detassare anche un’eventuale quattordicesima. Come second best, possiamo sempre mettere una tassa sugli extra-ricavi. Ma che dico, extra-ricavi? Sui ricavi!

Non so, ci devo pensare. Fatelo anche voi, in caso.

Foto di M W da Pixabay

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