Il popolo ungherese, in massa, ha parlato: Viktor Orbán è stato pesantemente sconfitto. Il campione dell’ossimorica democrazia illiberale, l’uomo che voleva capitalizzare il ruolo dell’Ungheria come nemico interno alla Ue, da paralizzare per conto di Trump e Putin (e anche di Xi, all’occorrenza), esce di scena. Donald Trump, ormai specialista in baci della morte, ha spedito a Budapest in modalità cheerleader il suo vice, JD Vance – che pare sempre più stagliarsi come un Salvini d’America, solo un filo più sveglio – e ha promesso aiuti economici nel tentativo di ripetere, sotto condizioni e latitudini ben differenti, quanto fatto con Javier Milei mesi addietro. Tutto inutile. Il “modello Orbán” ammaina la bandiera. Ma di che “modello” parliamo, esattamente, soprattutto in economia?
Dal 2020, l’Ungheria ha accumulato l’inflazione più alta di tutta l’Unione europea: +57 per cento, quasi il doppio della media del blocco (+28 per cento). A inizio 2023 l’inflazione di fondo, quella che esclude alimentari ed energia, ha raggiunto il 25 per cento — massimo assoluto Ue — e ha viaggiato al 18 per cento in media per quell’intero anno. Per frenare la spirale dei prezzi, la banca centrale ungherese ha portato i tassi al 13 per cento, strozzando il credito e spingendo il paese in recessione.
Non è il destino cinico e baro ma gli effetti di scelte di policy, anche nella gestione di shock esogeni. Prima delle elezioni del 2022, il governo Fidesz aveva iniettato liquidità nell’economia — rimborsi Irpef, pensioni extra — in una costosa operazione di acquisto di voti. A distanza di quattro anni, la stessa manovra si è ripetuta: benefici fiscali e di spesa pre-elettorali per gruppi selezionati, equivalenti al 2,2 per cento del Pil. Il Consiglio Fiscale ungherese ha già avvertito che il prossimo governo dovrà tagliare spesa o alzare tasse per 1,7 punti di Pil solo per rispettare gli obiettivi di riduzione del deficit concordati con Bruxelles.
Nel frattempo, le famiglie ungheresi hanno pagato il prezzo dell’inflazione più perniciosa d’Europa.
La trappola del reddito medio
Al netto di qualsiasi shock ciclico, l’Ungheria è bloccata in quella che gli economisti chiamano la trappola del reddito medio: un paese che ha smesso di convergere verso i livelli di benessere dell’Ue occidentale senza aver mai costruito i fondamentali per farlo.
Il processo di convergenza dell’Ungheria verso i livelli di reddito dell’Ue occidentale si è inceppato: il Pil pro capite langue intorno al 70 per cento della media del blocco. Lo stipendio mensile netto medio ammonta a 1.038 euro, contro i 2.351 euro della media europea: l’Ungheria è il terzo paese più povero dell’Ue per retribuzioni.
L’economia ungherese dipende dal capitale estero e dalla manifattura a basso valore aggiunto — principalmente l’assemblaggio di auto tedesche. In sedici anni di governo Orbán non vi è stato alcun significativo restringimento del divario di produttività tra imprese nazionali e straniere. L’oligarchizzazione dell’economia, il sistema clientelare degli appalti pubblici e la politicizzazione delle istituzioni hanno ulteriormente compresso concorrenza e innovazione.
Con l’Orbánomics, le imprese internazionali e quelle ritenute vicine all’opposizione sono state svantaggiate, mentre i mercati e le gare pubbliche sono diventati molto meno liberi ed equi. Come con altri governi populisti, le istituzioni indipendenti — i media, la banca centrale, la giustizia e le università — sono state indebolite e colonizzate.
Orbán ha inizialmente costruito la sua fortuna (non solo politica) grazie ad alcune contingenze: la spinta fornita da energia russa a basso costo; gli investimenti diretti esteri, che hanno fatto dell’Ungheria il cortile manifatturiero di casa della Germania, altra grande beneficiata dal gas del Cremlino; ma, soprattutto, la pioggia di fondi europei finalizzati alla convergenza. Anche grazie ai quali Orbán, il nazionalista parassita d’Europa che tanto piace alla destra sovranista alla vaccinara di casa nostra, ha costruito il suo personale Deep State e arricchito la rete dei suoi famigli. Forse per questo lui e Trump vanno così d’accordo: c’è aria di famiglia, nel loro stile di governo così “estrattivo”.
Procreare un fallimento
Nessun capitolo dell’Orbánomics è più emblematico del programma demografico. Per invertire il declino della natalità, il governo ha introdotto detassazioni, mutui agevolati e altri trasferimenti che costano oggi circa il 5 per cento del Pil annuo. È una delle politiche pro-nataliste più costose al mondo.
Il tasso di fecondità era risalito dal minimo del 2011 — circa 1,2 — fino a circa 1,6 figli per donna. Poi, nel 2025, è crollato nuovamente a 1,3. Paesi confinanti che non hanno adottato misure analoghe, come la Bulgaria e la Slovacchia, mostrano risultati demografici comparabili o superiori. Pare che inflazione elevata e stagnazione economica inframmezzata da recessioni deprimano la propensione alla procreazione: è precisamente quello che è accaduto in Ungheria dopo il 2022. Chi l’avrebbe mai immaginato?
Dal 2011, la popolazione ungherese si è ridotta di 500.000 unità, pari a un calo del 4,5 per cento. La carenza di medici, che emigrano in cerca di retribuzioni adeguate, ha svuotato il sistema sanitario. Il settore dell’istruzione soffre della medesima emorragia. Il governo ha speso una cifra enorme per un risultato demografico peggiore di quello dei vicini che non hanno speso nulla.
L’Ungheria è oggi il paese europeo con il costo del servizio del debito più elevato in rapporto al Pil: il 6 per cento, più di quanto lo Stato spenda per la sanità pubblica e quasi il doppio di quanto destini all’istruzione. I mercati chiedono quello che alcuni analisti hanno definito “premio Orbán”: un extra di rendimento per compensare il rischio sistemico che il modello istituzionale ungherese incorpora.
Il deficit di bilancio si attesta intorno al 5 per cento del Pil — pressoché uguale alla spesa per le politiche familiari. La coincidenza aritmetica è eloquente: il programma demografico, da solo, spiega l’intero sbilancio strutturale dei conti pubblici. Gli ungheresi dovevano fare figli, hanno fatto debiti. Una procreazione alternativa ma similmente costosa.
Parallelamente, i 20 miliardi di euro di fondi europei sospesi a causa delle violazioni dello Stato di diritto — circa il 10 per cento del Pil nominale — rappresentano investimenti mancati che avrebbero potuto alimentare crescita, infrastrutture e capitale umano. Se solo Orbán e il suo giro non avessero passato gli anni delle vacche grasse a impiegare quelle risorse in modi non particolarmente né durevolmente virtuosi.
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L’Orbánomics non è semplicemente una cattiva gestione economica. È un sistema progettato per concentrare il potere economico e decisionale nelle mani di una ristretta élite, subordinando le istituzioni indipendenti — la banca centrale, la magistratura, le università, i media — alle priorità politiche del governo. Le distorsioni economiche sono la conseguenza diretta di quella scelta architetturale.
Alcuni osservatori hanno fatto notare che Orbán ha costruito le sue fortune politiche sulla lotta al Deep State ereditato dall’era sovietica. Il problema è che lo ha sostituto con uno proprio, dove la corruzione è pervasiva e neppure dissimulata. Orbán ha iniziato la sua parabola politica da giovane contestatore di Mosca che alle manifestazioni gridava “Russians, go home!” e l’ha finita da cameriere di Putin, inclusa la fornitura di informazioni al Cremlino sull’andamento dei vertici europei.
Péter Magyar, ex figura di primo piano proprio di Fidesz, ha costruito la propria campagna esattamente su questo nesso: la corruzione endemica e il degrado dei servizi pubblici non sono anomalie correggibili a margine del sistema, ma prodotti del sistema stesso. Il messaggio ha trovato terreno fertile perché le famiglie ungheresi lo vivono ogni mese nelle bollette, nei salari e negli ambulatori svuotati di medici.
Ora inizia il difficile, anche se la supermaggioranza ottenuta da Magyar consente modifiche costituzionali per “liberare” il paese. O per affondarlo definitivamente, a voler essere cinicamente simmetrici. La Ue festeggia ma farebbe bene a tener presente che i suoi problemi esistenziali sono sempre lì e sempre più gravi in quest’era di nazionalismo aggressivo, e rischiano di affondarla.
Sovranisti italiani, e sai cosa si bevono
La destra sovranista italiana ha passato anni a lodare il “modello ungherese”, che nel frattempo stava facendo una brutta fine. Ma, si sa, da noi c’è sempre un certo ritardo di percezione della realtà, ammesso e non concesso che quella percezione riesca farsi strada. Tra le perle di repertorio, nel 2018 Matteo Salvini indicava la flat tax di Orbán come prova empirica che la tassazione bassa produce crescita. Un peccato che, mentre esaltava quell’aliquota, all’epoca del 15%, scordasse che Orbán pestava come un fabbro sull’Iva, che col 27% era la più elevata al mondo.
Flat tax più alte imposte indirette mi pare indichino un modello fiscale regressivo, ma posso sbagliarmi. A quel tempo, secondo un prezioso fact checking de lavoce.info, il cuneo fiscale ungherese era al 48,25%, il terzo più alto in Europa e 12 punti percentuali sopra la media Ocse. Perché vi dico questo? Perché può capitare a chiunque di trovarsi sconfessato da evoluzioni successive alle proprie affermazioni, ma nel caso di Salvini la sconfessione era contestuale al suo ridicolo cherry picking. Gli accade spesso, a dire il vero.
Nel 2022, a un mese dalle elezioni politiche, Salvini annunciava a Radio 24 che “la legge più avanzata per la famiglia, quella che sta dando i migliori risultati al livello europeo, è quella dell’Ungheria”. Nel settembre 2023 Giorgia Meloni, altra fulminata sulla via della flat tax, si recava al Budapest Demographic Summit per dichiarare “interesse e ammirazione per i risultati che avete ottenuto, per il vostro esempio ungherese”. Tutto il resto è storia. O meglio, pattumiera della medesima.
Foto: Viktor Orbán alla Casa Bianca il 7 novembre 2025, con Pete Hegseth, Marco Rubio, JD Vance e Donald Trump. Il “modello ungherese” celebrato tra amici. (White House / public domain)




