Europe 2031, quando la distopia è realistica

Una dirompente epifania, una delle tante, si è palesata davanti agli occhi dei poveri europei, strattonati e maltrattati dagli eventi: con un tratto di penna, dalle parti di Washington si può premere un interruttore, e addio AI di frontiera. Questo evento ha immediatamente stimolato gli appelli alla cooperazione, anche tra le cosiddette medie potenze (copyright Mark Carney) per difendersi dagli americani, oltre che dai cinesi.

In attesa che nasca l’ennesima direttiva sulla sovranità tecnologica, e visto che ormai ci siamo appassionati a questo filone distopico dove quasi sempre a fare una brutta fine è l’Europa, nell’attesa di leggere la dichiarazione del primo italiano che chiederà un PNRR per costruire data center gestiti da balneari e tassisti, segnaliamo l’ultima narrazione della cronologia.

Si tratta di Europe 2031, una novella-scenario pubblicata il 12 giugno da un gruppo di ricercatori, think-tanker e investitori europei. È un rapporto di policy travestito da fiction, con personaggi fittizi che parlano di tesi reali, dati verificabili cuciti in una trama, e la caratteristica più sgradita che un documento possa avere: è costruito su dinamiche già visibili oggi (do you remember Citrini?). Racconta come il continente perda la capacità di decidere il proprio futuro nell’arco di cinque anni. Il bivio della storia è collocato esattamente nel giugno 2026. L’antefatto è posto al 20 gennaio 2025, il giorno in cui DeepSeek rilascia R1.

Illusioni open source

La prima scena è una dissezione di un’illusione collettiva che chi seguiva il settore in tempo reale riconosce con precisione. Bruxelles esulta: un modello cinese sviluppato a costi contenuti e open source, senza le risorse dei colossi americani. La conclusione immediata dei funzionari europei, incluso il direttore della protagonista Caroline Dubois, è che la competizione aperta è possibile. Che si può essere più svegli dell’America. Che faraonici data center da miliardi non servono.

Ad aprile 2026, DeepSeek ha rilasciato il suo nuovo modello, V4. È impressionante, considerando le risorse limitate dell’azienda, ma resta comunque almeno sei mesi indietro rispetto alla frontiera americana. DeepSeek ammette di non avere la potenza di calcolo necessaria per servire il modello su larga scala. L’azienda che ha brevemente persuaso l’Europa che il calcolo non contava è ancora limitata in termini di calcolo. L’Europa è messa molto peggio. Mistral è ulteriormente indietro. È riuscita a raccogliere a marzo 2026 altri 830 milioni di euro, in un round 150 volte più piccolo rispetto all’ultimo di OpenAI, lo stesso mese. Ad aprile 2026, si sparge la voce che xAI di Elon Musk, parte di SpaceX, avrebbe esplorato la possibilità di una partnership a tre con Mistral e Cursor.

Il vantaggio computazionale degli USA sull’Europa è il filo rosso numerico dell’intera storia, con tanto di contatore. All’inizio del racconto, gennaio 2025: 17,3 gigawatt americani contro 1,4 europei — un rapporto di 12,4 volte. A marzo 2031, la proporzione relativa è praticamente identica (12,3 volte), ma i valori assoluti nel frattempo sono cambiati radicalmente: 219,9 GW contro 17,8. L’Europa non ha perso terreno in termini relativi ma non ha guadagnato nulla in termini assoluti, mentre il terreno si spostava sotto di lei.

Il piano InvestAI, annunciato con fanfara al summit di Parigi del febbraio 2025 e che doveva essere il nucleo dell’infrastruttura AI comunitaria, punta a mobilitare in misura prevalente capitali privati e in larga misura è un reimpacchettamento di (pochi) fondi Ue esistenti, come da tradizione Ue alimentata dalla “frugalità” degli stati nazionali, che tutelano i propri specifici interessi, anche quando ciò avviene in modo miope. I data center americani ricevono investimenti annunciati dai soli hyperscalers per oltre 400 miliardi di dollari nel 2025. Il più grande supercomputer AI americano opera a 1.250 megawatt; quello europeo a 83. Quando nel 2029 le Gigafactories sono finalmente in costruzione, sono già insufficienti.

Timeline della disfatta europea

E qui inizia la scansione temporale della fiction:

A giugno 2027, la lab cinese Zimo (nome di fantasia) rilascia in open source un modello equivalente a Claude Mythos: le capacità offensive diventano accessibili a chiunque. Germania e Francia hanno appena proposto una legge che richiede l’uso di AI esclusivamente europea per le attività pubbliche critiche. Così, quando iniziano i cyberattacchi di massa, le organizzazioni che hanno scelto fornitori europei – e dunque gestiscono difese ben al di sotto della frontiera tecnologica – sono quelle bloccate e costrette a pagare i riscatti. L’ondata si attenua solo quando sia gli Stati Uniti che la Cina vietano i modelli open-source di frontiera, il che lascia l’Europa più dipendente che mai da quelli americani chiusi.

Nel 2028, l’AI smette di ragionare in un linguaggio comprensibile dagli esseri umani, mentre Washington costringe i Paesi Bassi a limitare le esportazioni di ASML verso la Cina. Il salto di capacità invalida gli strumenti di controllo sui quali i regolatori facevano affidamento, e l’Ufficio AI dell’Ue – già impegnato in procedimenti contro due sviluppatori americani – non ha margini di risposta. Quando i Paesi Bassi sono costretti a fermare le esportazioni delle vecchie macchine DUVi di ASML verso la Cina, altri Stati membri offrono poco supporto. I Paesi Bassi cedono e l’Europa non ottiene nulla in cambio.

Nel 2029, gli Stati Uniti iniziano a razionare per paesi i modelli IA di frontiera, e la divergenza economica accelera. La crescente carenza di capacità di calcolo raggiunge un punto critico, e gli Stati Uniti razionano l’inferenza di frontiera attraverso un sistema a fasce, basato sui paesi, che riserva la maggior parte della capacità per sé stessi e pochi selezionati alleati. La maggior parte dell’Europa si posiziona in Fascia 2 e vede la propria allocazione di capacità di calcolo da parte delle aziende americane di cloud ridotta della metà. Quando l’Ue cerca di utilizzare lo Strumento Anti Coercizione, il “bazooka commerciale”, per ottenere lo status di Fascia 1, il voto non raggiunge la maggioranza qualificata. La crescita del Pil europeo inizia a divergere bruscamente da quella americana: l’Europa possiede poco dello stack AI, lo adotta più lentamente e ottiene solo un accesso limitato ai modelli di frontiera che ora guidano grandi parti dell’economia.

Nel 2030, l’Europa è svuotata dall’estero: le sue aziende perdono competitività e acquisite. Entro il 2030, gli Stati Uniti e la Cina sono impegnati in una corsa che entrambe le parti vedono sempre più come esistenziale. Per impedire alla Cina di vincere nella robotica, la principale azienda di intelligenza artificiale statunitense (chi sarà?) acquista i produttori europei di auto e macchine utensili per usare la loro capacità e loro dati industriali, convertendo gli impianti automobilistici in fabbriche di robot. La disoccupazione aumenta mentre l’automazione si diffonde e aziende straniere meglio attrezzate mettono fuori mercato quelle europee. Il debito francese cresce vertiginosamente poiché i costi del welfare aumentano e la base imponibile evapora; il sud Europa segue, l’euro subisce pressioni crescenti e l’Unione inizia a frammentarsi. Linee di credito cinesi spuntano in tutto il continente, comprando consenso e cercando di allontanare l’Europa da Washington.

Nel 2031, Washington decide di prendersi ASML, e l’Europa si ritrova con solo pessime opzioni. Entro quell’anno, il potere è più concentrato che mai nella storia dell’umanità. Un pugno di persone a San Francisco, Washington D.C. e Pechino decide il futuro dell’umanità. L’unica carta che l’Europa detiene ancora è ASML – l’unico chokepoint attraverso cui corre la gara per l’AI. Visto che l’Europa sta lentamente avvicinandosi alla Cina, la Casa Bianca decide di avere un controllo diretto sulla compagnia e lancia l’ultimatum finale: ASML in una holding congiunta con voto di controllo americano. L’alternativa è perdere l’accesso ai modelli AI americani, presenti e futuri. Nel frattempo, il “bazooka commerciale” europeo, costruito per deterrenza e mai usato, non raggiunge la maggioranza qualificata al momento del voto. C’è chi vota contro per preservare le relazioni transatlantiche, chi per timore di vedere i russi fare quel passo oltre il proprio confine. C’è poi chi non sa che pesci prendere e si astiene. A questa categoria di ignavi viene assegnata l’Italia.

Quando il deterrente viene chiamato in causa, nessuno vuole usarlo. Ricordate quello che scrivo da anni, sul tema? Se no, ve lo ricordo:

Cosa si sarebbe dovuto fare

L’epilogo del documento — Caroline intervistata da un’AI nel 2034 — è la parte più densa di policy e la più trasparente nei suoi limiti. Le soluzioni indicate dalla protagonista con il senno di poi:

  • Potenza di calcolo su suolo europeo, ma con gli hyperscaler americani come esecutori. Zone speciali per l’infrastruttura AI, con iter autorizzativi ridotti da due anni a tre mesi, team di raccordo tra aziende, enti energetici e comuni. Il vincolo: ancorare sotto legge europea i data center costruiti, non sperare di costruirli da soli. Il problema: stendere il tappeto rosso agli hyperscaler americani sembrava il contrario della sovranità. Nessun politico voleva dirlo in pubblico. La criticità di questo approccio, però, la vediamo in queste ore: quanto è realistico pensare di fertilizzare un’AI europea con gli hyperscaler americani, se quest’ultimi possono essere fermati da Washington con un tratto di penna?
  • Una coalizione di medie potenze — Olanda, Germania, Francia, UK, Norvegia, Canada, Giappone, Corea del Sud — per creare leverage attraverso la messa in comune dei rispettivi punti di forza nella filiera. Ma in questi casi, come ben sappiamo, prevalgono interessi nazionali e le potenze monolitiche (USA e Cina) possono applicare la logica del divide et impera, a mezzo di blandizie e minacce. Poi arriva il presidente francese di turno e convoca, in modo solenne (ça va sans dire) gli Stati Generali europei del nulla.
  • Compare poi la flexicurity danese come modello per il mercato del lavoro. Precetto purtroppo naïf e autentica chimera, come ben sappiamo noi italiani, che con quel concetto ci siamo sciacquati la bocca per lunghi e inutili anni, prima di passare a usare il termine reskilling, immancabilmente affiancato da upskilling. Il problema è che ogni Stato membro aveva il suo codice del lavoro, i suoi sindacati, la sua coalizione politica, i suoi elettori. Nessuno ha voluto spendere il capitale necessario. Capite quello che vi ripeto da anni?

E infine — il punto che Caroline considera il suo fallimento più autentico — la mancanza di una visione positiva. Eravamo bravi a descrivere le minacce. Non sapevamo descrivere il futuro che volevamo costruire. Non si può chiedere alla gente di sopportare anni di sconvolgimento con l’argomento che “altrimenti andrà peggio”.

La mia sensazione è che la parte letteraria distopica, intesa come estrapolazione delle tendenze che vediamo in atto in questi mesi e anni, sia molto realistica; per contro, la pars construens, quella degli auspici, appare viziata in radice da idealismi che lasciano ai margini il dato di realtà: gli stati nazionali. Detto in altri e più brutali termini: il “che fare?” di questa distopia assomiglia molto ai rapporti Draghi e Letta. E quindi è impercorribile. Facciamoci bastare il godimento letterario del genere, in assenza di meglio.

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