La filiera è mobile, qual dazio al vento

Nei giorni scorsi, l’amministrazione Trump ha ordinato nuovi dazi del 15% alle importazioni di polisilicio e prodotti da esso derivati e usati nella produzione di semiconduttori e pannelli solari. Fissati anche prezzi minimi di importazione: 21 dollari al chilogrammo per il polisilicio non lavorato; 100 dollari al chilogrammo per barre e wafer; 22 centesimi per watt per le celle solari e 38 centesimi per watt per i moduli solari.

Le misure decorreranno dal prossimo 4 dicembre, la loro finalità è quella di incoraggiare la produzione domestica riducendo la dipendenza dalle importazioni, considerata questione di sicurezza nazionale.

Un’analisi di Bloomberg spiega in che modo la Cina è sin qui riuscita ad aggirare i dazi: essenzialmente, sfruttando la definizione doganale di “carattere essenziale” di un manufatto, alla base delle regole d’origine, e giocando con incredibili triangolazioni che estendono sul pianeta una vera e propria ragnatela manifatturiera, capace di volta in volta di reagire in tempi rapidi, adattarsi alle misure prese dagli americani e neutralizzarle spostando continuamente la produzione in paesi terzi non sottoposti a dazi o con tariffe inferiori. Ma, alla base di tutto, c’è il controllo praticamente dell’intera filiera, e questo non andrebbe mai scordato.

Per comprendere l’ultima mossa di Trump per proteggere i produttori statunitensi di pannelli solari e semiconduttori, occorre seguire una rotta commerciale di 20.000 miglia che attraversa Kenya, Nigeria e una piccola isola indonesiana al largo della costa di Singapore.

La rotta ha consentito alle aziende di offuscare il lavoro di produzione svolto in Cina e in Indonesia per consegnare pannelli solari al redditizio mercato statunitense senza attivare dazi, secondo l’analisi dei dati commerciali e aziendali di Bloomberg News. Ed è stata costruita in meno di un anno, crescendo rapidamente per supportare flussi commerciali superiori ai 100 milioni di dollari mensili.

Sul mercato americano, i prezzi dei pannelli solari sono più che doppi rispetto alla media globale, anche a causa di misure di protezione: questo è un formidabile magnete per gli esportatori cinesi. L’iniziativa di Trump segna una discontinuità rispetto all’approccio delle tariffe a singoli paesi, e potrebbe estendersi anche ad altre produzioni, in futuro.

L’aggiramento

Ma come ha sin qui funzionato l’aggiramento? I primi segni appaiono a marzo, un mese dopo l’entrata in vigore delle tariffe sulle importazioni di solare dall’Indonesia. I dati doganali americani mostravano in effetti un forte calo, il che sembrava suggerire che i dazi stessero funzionando.

Ma abbiamo imparato che, nel commercio internazionale, non bisogna limitarsi alle statistiche doganali del paese importatore ma bisogna confrontare e riconciliare quest’ultime con quelle del paese di partenza del manufatto. E i dati doganali indonesiani, ha scoperto Bloomberg, mostrano una storia differente: le esportazioni legate al solare tengono e recuperano lo shock negativo iniziale dei dazi. Il che suggerisce che alcune spedizioni in partenza dall’Indonesia non sono registrate come prodotti indonesiani quando arrivano alla dogana americana.

Le norme doganali statunitensi stabiliscono che l’origine dei pannelli solari è determinata dalle celle solari, che rappresentano una parte significativa del loro costo e sono facili da spedire, essendo di peso contenuto. A partire da gennaio, gli assemblatori indonesiani dell’isola di Batam, divenuto hub manifatturiero solare, hanno iniziato ad approvvigionarsi di celle da Kenya e Nigeria, importando altri componenti dalla Cina, mentre le importazioni di pannelli solari dagli Stati Uniti da questi paesi africani sono aumentate notevolmente.

Un’analisi delle statistiche commerciali ha identificato una catena di approvvigionamento tra produttori di wafer cinesi, fabbriche di celle solari in Africa e assemblatori di pannelli in Indonesia. Le fabbriche africane importano wafer di silicio dalla Cina, li convertono in celle e le inviano ai produttori indonesiani, che assemblano ed esportano pannelli negli Stati Uniti. La spedizione parte dall’Indonesia ma il manufatto è considerato Made in Kenya (o Nigeria).

Il governo indonesiano è a conoscenza delle discrepanze statistiche ma ritiene che non siano significative, oltre a ribadire di essere impegnato a garantire il rispetto delle regole del gioco del commercio internazionale. Bisognerebbe forse chiedersi di quali regole stiamo parlando, e scritte da chi, ma transeat.

Gli impianti africani spuntano come funghi dopo la pioggia. Diverse fabbriche keniane sembrano appena costruite. Le immagini satellitari indicano che gli impianti vicino a Nairobi e Mombasa sono stati completati tra metà 2025 e inizio 2026. I registri doganali mostrano che queste strutture importano wafer dalla Cina ed esportano celle verso l’Indonesia, che poi esporta negli USA i pannelli finiti. Un nuovo fornitore nigeriano ha spedito quasi 100 milioni di dollari di celle in Indonesia nella prima metà del 2026. I registri commerciali rivelano collegamenti tra fornitori cinesi, produttori africani e assemblatori indonesiani, illustrando una complessa catena di approvvigionamento che si estende su tre continenti.

Ma la filiera è globale

Riuscirà la nuova “rivoluzione copernicana” americana di dazi e prezzi minimi a sconfiggere la strategia cinese di aggiramento? Intanto, le nuove norme entreranno in vigore solo il 4 dicembre, periodo che gli esportatori sfrutteranno anche se gli americani hanno avvertito che monitoreranno eventuali incrementi anomali di importazioni. C’è sempre la clausola delle agevolazioni e sospensioni di dazi per le aziende che si stabiliranno su suolo americano entro la fine del mandato di Trump.

Ma per i produttori cinesi i motivi per espandersi all’estero resteranno. L’eccesso di capacità e le conseguenti guerre sui prezzi a casa hanno eroso i margini di profitto domestici fino a quasi zero, mentre il governo e l’industria stessa si stanno concentrando sull’eliminazione della capacità inefficiente e sul rafforzamento della disciplina dei prezzi. I mercati esteri offrono ritorni attraenti. Inoltre, la transizione energetica globale e l’impatto della guerra in Iran significano anche una maggiore domanda di energia solare. Le aziende cinesi clean tech, che dominano la catena di approvvigionamento globale, ne saranno i maggiori beneficiari.

Inoltre, poiché la soglia di prezzo negli Stati Uniti aumenta, alcuni moduli solari originariamente previsti per quel mercato potrebbero spostarsi verso altri come America Latina, Medio Oriente, Asia-Pacifico ma anche la stessa Africa, che diverranno destinazioni e non semplici “piattaforme di riesportazione” per le aziende cinesi.

E negli USA? Qui c’è da premettere che è dai tempi di Obama che si cerca di contrastare il dominio cinese sul solare, con risultati deludenti. Oggi, i maggiori prezzi domestici e il venir meno delle agevolazioni previste dall’amministrazione Biden, rendono oneroso il ricorso al solare per famiglie e imprese. In ogni caso, una strategia protezionistica di questo tipo, a supporto dei produttori locali, poggia su tre gambe: incentivi a consumatori e produttori e trade enforcement.

Tuttavia, l’industria solare statunitense rimane dipendente da componenti upstream importati, molti dei quali provengono da catene di approvvigionamento dominate dalla Cina. Le importazioni di celle utilizzate per assemblare pannelli a livello nazionale sono aumentate negli ultimi anni, man mano che la produzione di pannelli negli Stati Uniti si è ampliata. Malgrado la produzione domestica di celle stia aumentando gradualmente, la Cina continua a dominare il mercato globale. Ma il più grande collo di bottiglia è un’altra parte critica della catena di approvvigionamento: gli Stati Uniti mancano ancora di una capacità di produzione significativa per i wafer solari, le sottili fette di silicio utilizzate per realizzare celle.

Detta in sintesi: i tempi e i costi sono tali che, nel frattempo, i cinesi si sono mangiati i mercati del resto del pianeta.

Si chiama whack-a-mole, conosciuto in italiano come “acchiappa la talpa” (mai sentita questa traduzione, lo confesso). Wikipedia ci informa che è “un famoso gioco arcade inventato nel 1976. I giocatori usano un martello morbido per colpire delle piccole talpe di plastica che escono a caso dai buchi, guadagnando punti in base alla velocità di reazione. In senso figurato, l’espressione indica una situazione in cui un problema si ripresenta continuamente non appena se ne risolve un altro”.

Mi pare definizione perfetta di quanto sta accadendo.

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