In Italia (ma non solo, vedasi Regno Unito), prosegue il dibattito sull’ultimo proiettile d’argento: quello su come “canalizzare” i risparmi presenti soprattutto sui conti correnti verso la mitologica economia reale. Siamo riusciti a leggere che si tratterebbe di un nuovo PNRR, e in tutta franchezza questa similitudine dovrebbe essere più che sufficiente per stare accuratamente lontano da chi fa paragoni del genere.
Le strofe e il ritornello della canzone sono comunque un tormentone per quattro stagioni, più che da spiaggia: la gente non capisce, se investisse in borsa farebbe soldi veri. Tutto statisticamente giusto, bisognerebbe anche ricordare che l’alfabetizzazione finanziaria di questo paese è drammatica e che tra gli aspiranti alfabetizzatori ci sono il Gatto e la Volpe, all’ingresso del Campo dei Miracoli. Cioè l’industria del risparmio gestito.
Investi bene, sano, italiano
Altra strofa del tormentone: non basta investire in azionario, si deve investire in azionario italiano, soprattutto quello delle PMI. E via con proposte di obblighi di investimento minimo per i fondi pensione e le casse professionali. Immagino che “economia reale” significhi, in una prima fase, private equity, poi exit a mezzo di quotazione in borsa. Forse bisognerebbe anche chiedersi come mai le nostre PMI sono in generale timide di fronte alla quotazione. Timore di perdere il controllo da parte delle famiglie, forse? Ah, saperlo. Quanto al private credit, forse conviene fermarsi e riflettere su quello che sta accadendo a questo investimento negli Stati Uniti.
Altra tesi: se i nostri fondi pensione e i nostri risparmiatori non le sostengono, mettendoci i soldi, le nostre aziende diventano preda di intermediari esteri, che poi le rapiscono e le portano oltre confine. La stessa cosa presumo accadrebbe anche se le aziende fossero portate in quotazione da intermediari italiani. Se l’imprenditore vuole uscire, magari perché vuole godersi la vita o ha eredi inetti o non interessati, dobbiamo arrivare a dirgli “vendi, ma solo a italiani”? No, vero? Quindi, dire che gli stranieri ci “arrubbano” le aziende e che ciò non accadrebbe se le medesime fossero portate in quotazione da intermediari patriottici, è una lieve forzatura autarchico-corporativa.
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A parte ciò, nei giorni scorsi è uscito sul Sole un commento di Giovanni Tamburi, che è un grande investitore italiano e un altrettanto efficace scout di nostre imprese, con un track record mirabile. Tamburi commentava i dibattiti del Festival dell’Economia di Trento su come connettere il risparmio all’economia reale.
“C’è qualcosa che non va se su 260 miliardi raccolti dai lavoratori italiani soltanto 40 finiscono nell’economia reale, e una soluzione a questo problema va trovata”. Prendendo per buono il concetto di economia reale che ho tratteggiato sopra (private equity e poi exit con quotazione), e che se si destina il 15% degli investimenti di questo tipo all’Italia, che non pesa per il 15% dell’economia globale, c’è un problema di segno opposto, vediamo i suggerimenti di Tamburi.
Incentivi costosi
Su tutto, il rilancio dei Pir. Che sono il vero sarchiapone italiano. Quelli che spesso hanno permesso agli intermediari di mangiarsi con fantasmagoriche commissioni di gestione ampia parte del beneficio fiscale destinato al risparmiatore. Ecco i (costosi) incentivi di Tamburi:
- Una defiscalizzazione totale sui capital gain che dovessero essere conseguiti dalla cessione di titoli azionari in occasione di una loro quotazione in borsa;
- Una riduzione, almeno per le persone fisiche, dell’imposizione fiscale sui dividendi incassati nei primi 4/5 anni dalla quotazione in borsa, per portarla ad un livello analogo a quello della tassazione degli interessi sui titoli di Stato;
- Una norma che abolisca gli assurdi limiti di importo al risparmiatore che decide di investire in Pir e magari estendere qualche beneficio agli investitori di lungo periodo.
Tamburi aggiunge, non senza ragione, che è ora che lo Stato la smetta di discriminare fiscalmente a favore dei titoli di stato. Bello, sarebbe. Ma i motivi li conosciamo. Sugli incentivi per rilanciare i Pir, Tamburi non indica coperture. Giusto così, dopo tutto: lui si occupa di strategie, non di tattiche, e non è un politico anche se con i politici parla, per forza di cose. Ma come si nota, sono richieste estremamente costose, soprattutto la terza: gli “assurdi limiti di importo” sono connessi a criteri di equità e di capacità contributiva, credo. Se li togliessimo, e tutti i risparmi finissero nei Pir in esenzione d’imposta, temo che avremmo seri problemi di gettito. Che dovremmo colmare magari con una patrimoniale.
Segue la coercizione. Tra virgolette, per carità:
In parallelo, per corroborare l’afflusso di capitali sui mercati, va trovato il modo di “imporre” agli enti previdenziali di investire di più nelle società industriali quotate e quotande, in particolare italiane, magari con una percentuale specifica dedicata a favorire ulteriormente i processi di IPO ed a fronte di vantaggi proporzionali al periodo di investimento.
Pare un obbligo sussidiato fiscalmente, non lo vedo benissimo. Sarà che sono sempre dell’idea che, se le aziende non vogliono quotarsi, è dura convincerle obbligando risparmiatori e investitori istituzionali a dare loro i soldi. Ma è mio limite.
Certamente, come sostiene la Premier, è uno scandalo che i denari accumulati dai lavoratori e disponibili per le loro pensioni vadano in maniera così marginale verso le imprese che hanno generato tali patrimoni.
Dovere e piacere
Per me, gli scandali sono altri. Terrei presente l’esigenza di non mettere tutte o gran parte delle uova nello stesso paniere, però, e facendo attenzione a investimenti liquidi e illiquidi.
Ma, va aggiunto, è quasi più spiacevole vedere le valanghe di investimenti di tali enti che si dirigono all’estero solo per i timori ed i provincialismi di gestori che, invece di assumersi delle vere responsabilità, anche morali, le delegano a strutture straniere iper costose, spesso inefficienti e dalle performance molto migliorabili.
Qui servirebbero nomi e cognomi ma, l’ultima volta che ho controllato, i gestori esteri mi parevano meno costosi di quelli italiani. Quanto alle responsabilità “morali”, non vorrei che la moralità fosse rintracciabile nell’investire in Italia, sempre e comunque. Sarebbe un problema legato agli obblighi fiduciari dei gestori. Quello sì, un problema morale. Dai suggerimenti di portafoglio al vincolo del medesimo, il passo è breve.
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Segue bacchettata alle banche italiane, che
[…] ai loro clienti delle gestioni patrimoniali o del private banking propongono sempre pochi investimenti in azioni, specie in azioni italiane. Ed anche gli strumenti delle loro gestioni continuano ad avere una percentuale di estero che non tiene conto del dovere/piacere di contribuire all’economia reale del paese in cui si è.
Dovere? Piacere? In che senso? Pochi investimenti in azioni, soprattutto italiane? Ma quelle liquide o il private equity, quello della “economia reale”? Io sarò sicuramente un anti-italiano ma sono anche un asset manager, quindi continuo a pensare che un investimento debba permettere di far soldi in modo proporzionato alla sua rischiosità, e non penserei mai di mettere soldi da qualche parte per “dovere” o “piacere”. Per la prima dimensione ci sono le tasse, per la seconda gli hobby, inclusi quelli moralmente reprensibili. Poi, qui Tamburi forse scorda i Pir con commissioni di gestione del 3, 4 o 5% collocati dalle banche. Tempi patriottici andati, per ora.
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Dal punto di vista dell’interesse delle imprese, la prima e più importante cosa da fare è l’immediata reintroduzione, possibilmente migliorandola, della possibilità di usufruire dell’A.C.E. – Aiuto alla Crescita Economica, norma fondamentale per continuare a favorire la patrimonializzazione delle troppe società sottocapitalizzate presenti in Italia.
Vero, però servirebbe che Tamburi ricordasse che è proprio il governo Meloni che ha fatto sparire l’A.C.E., per finanziare un modulo di un morticino chiamato riforma fiscale. Quindi, bene la captatio benevolentiae verso l’attuale esecutivo ma chiamare le cose col loro nome, magari dopo una cura di fosforo, non guasterebbe. Lo dico anche per il presidente pro tempore di Confindustria, che avrebbe dovuto incazzarsi come un puma, quando il governo Meloni ha ammazzato l’A.C.E. Ma forse era impegnato a criticare la “burocrazia europea” dicendolo “da europeista convinto”.
C’è poi la critica verso l’eccesso di burocrazia per portare aziende in quotazione, con esempio virtuoso di Bending Spoons al Nasdaq. Tema delicato, perché rimuovere gli adempimenti in modo drastico rischia di portarci tanti Ponzi in quotazione. Ma nessun problema, neppure in quel caso, perché “Consob, rafforzata dai recenti provvedimenti, vigila bene”. Non ho alcun dubbio. Se poi Consob, per volere della politica e della maggioranza pro tempore, che non si mettono d’accordo, avesse anche un presidente in carica, meglio sarebbe e ancor meglio vigilerebbe.
“Facciamo come la Svezia”. Che fa altro
A proposito di provincialismo, c’è poi l’immancabile capitolo “facciamo come”, in questo caso la Svezia, col suo schema di risparmio agevolato, ISK:
[…] che prevede che tutti i cittadini debbano dedicare, tramite i fondi previdenziali o anche direttamente, non meno del 2,5% dei propri risparmi agli investimenti azionari. In tal modo il 47% dei risparmiatori svedesi detengono azioni e, tra l’altro, i rendimenti dei fondi previdenziali hanno beneficiato della componente equity che, storicamente, consente ritorni mediamente ben più elevati di quelli dei titoli a reddito fisso.
Uhm, no. Non esiste alcun obbligo di investimento minimo nell’azionario, nell’ISK. Credo che Tamburi si confonda col Premium Pension, la componente del sistema pensionistico pubblico svedese che iscrive automaticamente ogni lavoratore e destina a capitalizzazione il 2,5% del suo salario a fondi di investimento, da scegliere tra una rosa indicata dalle autorità. Peraltro, neppure tutti azionari. Ma non sono ammessi i fondi di private markets. Ops.
Questo è un meccanismo pensionistico obbligatorio, completamente separato dall’ISK. Poi, lasciatemi dire che, se bastasse mettere un “obbligo di investimento azionario” al 2,5% del salario per trovarsi il 47% dei risparmiatori che investono in azioni, avremmo un missile balistico intercontinentale d’argento, più che un proiettile. Forse cause e concause sono altre. In ogni caso, mi raccomando: se avete bisogno di un’ondata di calore, uscite con un secchiello pieno di ghiaccio.
A parte queste leggende estere, che sono parte della nostra cultura nazionale, a parte la richiesta di agevolazioni fiscali che, se adottate, manderebbero in default l’Italia, a parte sottovalutare che per quotarsi serve che l’imprenditore abbia la volontà di farlo, sono d’accordo col precetto strategico enunciato da Tamburi: servono misure che aiutino il tessuto produttivo a limitare l’indebitamento per finanziare la crescita. Possibilmente, aggiungo io, evitando di demonizzare risparmiatori e investitori istituzionali. Poi, se qualcuno mi spiega come convincere, senza demonizzarli, gli imprenditori italiani a crescere di dimensione e a quotarsi, cosa che per molti di loro equivale a una intollerabile violazione di privacy, ve ne sarò grato. È come per il tango: per fare un affare bisogna essere in due.
Per tutto il resto, potete leggere il puntuto post di Marco Liera, un altro signore che di mercati conosce qualcosa, su questa nuova ossessione italiana di dare capitale di rischio alle nostre PMI, costi quel che costi. Soprattutto, quel che costi ai risparmiatori e ai contribuenti, mi verrebbe da dire.
Il punto sta tutto in questi due paragrafi:
Il problema non è che i fondi pensione non possano investire in private markets, infrastrutture, private debt, immobiliare o PMI. Possono farlo, e in certi casi ha senso. Il problema è la retorica del “devono”. Devono perché l’Italia ha poche aziende quotate. Devono perché le banche finanziano meno. Devono perché le PMI sono sottocapitalizzate (tipicamente con i loro padroni che girano in Ferrari). Devono perché il Paese ha bisogno. Devono perché il TFR è lì, bello, placido, e qualcuno lo guarda come il vostro cane guarda il pollo arrosto sul tavolo.
Ma il patrimonio previdenziale non è un fondo sovrano travestito da salvadanaio. Non è il bancomat della politica industriale. Non è la Cassa Depositi e Prestiti con la tuta da operaio. È salario differito. È risparmio di persone che magari guadagnano 1.700 euro al mese, versano contributi per 30 anni e non hanno nessuna voglia di scoprire, nel 2058, che la loro pensione integrativa è stata “strategicamente allocata” nella Filiera Nazionale del Bullone Resiliente.
Semplice, non trovate? Anche se c’è di mezzo la bulloneria d’eccellenza di Vergate sul Membro, in Brianza. Come dite? Che allora mi sta bene lo status quo? Ovviamente no. Ma cerco sempre di tenere un piede nella realtà.
(Immagine creata con ChatGPT)



