Anche il suo mentore professionale, Stan Druckenmiller, si è unito al coro di critiche nei confronti di Scott Bessent, che giorni addietro si è inventato che il settore a lunghissima scadenza della curva dei Treasury “è illiquido”, e quindi occorre “fluidificarlo”. E come, direte voi? Ricomprando le scadenze su quella parte della curva, è l’ideona. Badate: non stiamo parlando di smorzare i picchi di rendimento causati da effettiva illiquidità di singole emissioni, quelle più datate, i cosiddetti “off-the-run“. Lì i riacquisti servono eccome, e sono scelta razionale di tutti Tesori nazionali (incluso quello italiano) ma che comunque richiede risorse limitate.
Magheggi in curva
No, qui parliamo di comprarsi le scadenze ultra-lunghe, tutte e senza distinzione. E pagando come? Si presume con emissione di debito a breve scadenza, aumentando cioè il rischio di rinnovo del medesimo. Oppure usando il Treasury General Account, conto generale di Tesoreria, che però serve a ben altro e che anche se oggi dispone della rispettabile cifra di mille miliardi di dollari, resta una goccia nel mare.
Anzi no, non una goccia: piuttosto, è la vernice con cui lo Zio Sam si dipinge un mirino in fronte, a uso e diletto dei mercati. Pensateci: fissiamo un livello di rendimento del decennale e del trentennale oltre il quale non si va? Il mercato lo punta immediatamente. Cose che capitano, quando ci si scorda dei fondamentali e si preferiscono manipolazioni di mercato di cortissimo respiro. Il che ci conferma, dopo l’idea di Bessent di ampliare la linea di credito della Fed per permettere ai giapponesi di prendere a prestito dollari senza vendere Treasury, che l’America ha un serio problema.
- Leggi anche: Bessent: cerotti allo yen, stampelle ai Treasury
I fondamentali, si diceva: quelli che servirebbero per raffreddare i rendimenti nel bel mezzo di un boom di investimenti, quelli per AI, che spostano al rialzo il tasso d’interesse reale di equilibrio. Quando si è in un simile boom di domanda di fondi del settore privato, in linea teorica e per senso comune servirebbe che il settore pubblico risparmiasse di più. Negli USA, invece, il deficit resta fisso da anni a circa il 6% del Pil. Ovvio che i rendimenti reali vadano in una sola direzione, con questa domanda di fondi, pubblica e privata.
Motivo per cui Bessent ha lasciato intendere che starebbe valutando quella che da noi si chiamerebbe “manovra correttiva” e che lui ha definito “consolidamento fiscale”. Solo che farlo ora, a due mesi dal midterm, col Congresso (e i Repubblicani) impegnati a promettere burro, cannoni e cannoli al popolo stressato, rischia di essere suicida.
E invece servirebbe proprio, una correzione fiscale e monetaria: potrebbe, a mio giudizio, innescare un epico rally delle quotazioni dei Treasury ma anche dare ulteriore spinta all’azionario. Ma non tratteniamo il respiro, nell’attesa. Si diceva del “consolidamento fiscale”, per bocca dell’uomo che ha promesso di riportare il deficit-Pil al 3%. Il problema è che questa amministrazione non mostra alcun reale interesse a ridurre il deficit.
Tralasciamo la buffonata del DOGE, un momento di furore ideologico che poche tracce ha lasciato sui conti ma molte sul soft power americano nel mondo, al punto che oggi quel concetto è incredibilmente associato alla Cina, mentre gli Stati Uniti sono sempre più visti come il maggior stato canaglia del pianeta.
Entrano soldi dai dazi? Trump li manda ai contribuenti con i famosi “assegni”. E quindi, come andiamo a “consolidare”? In quello che ormai è un riflesso condizionato delle destre populiste del pianeta, con la “lotta alle frodi”. E infatti Bessent ha già suggerito che “centinaia di miliardi” potranno venire reprimendo le frodi al Medicaid. Aspetta (dopo le elezioni) e spera.
La radice del deficit
Il problema del bilancio federale americano resta sempre quello: gli entitlements, cioè i “diritti acquisiti”. Ne ho scritto ormai tempo addietro: nulla è cambiato. Era luglio 2024:
- Leggi anche: Le radici del deficit statunitense
Vi rammento un paio di passaggi di quell’articolo:
Eppure, disaggregando quest’ultima, si scoprono cose interessanti. Ad esempio, che la spesa discrezionale, che viene allocata ogni anno dal Congresso a mezzo di un appropriations bill a capitoli quali difesa nazionale, aiuti alla cooperazione, istruzione e trasporti, quest’anno sarà pari al 6,4 per cento, inferiore alla media quarantennale del 7,5 per cento. Quindi, non è da considerare “colpevole”.
Per contro, la spesa è lievitata nei due altri grandi capitoli: i programmi sociali, cioè quelli che originano dai cosiddetti entitlements e che sono determinati dal numero degli aventi diritto, e la spesa per interessi. Negli entitlements ci sono la Social Security, il Medicare e il Medicaid. Tali spese obbligatorie sono cresciute costantemente nel corso degli anni e sono destinate a raggiungere il 14,6 per cento del Pil quest’anno fiscale, ben 3 punti percentuali al di sopra della media quarantennale.
Nessuno tocca quei capitoli di spesa, come noto. Men che mai Trump. Meglio farneticare di “frodi” da cui verranno “centinaia di miliardi” di risparmi. Nel frattempo, a lievitare, si è aggiunta la spesa per interessi.
Oltre alla lievitazione della spesa, soprattutto per entitlements e interessi, dall’anno 2000 le entrate federali sono diminuite da 20% a 17,2% del Pil, in conseguenza essenzialmente dei tagli d’imposta di George W. Bush prima e dello stesso Trump poi., nel suo primo mandato e poi reiterati nel secondo con lo One Big Beautiful Bill Act. Malgrado ciò, e restando su livelli bassi rispetto agli standard di altri paesi occidentali, negli ultimi 50 anni l’incidenza delle entrate su Pil è rimasta in complesso stabile.
La spesa è invece strutturalmente più alta della sua media storica. Il 23,3% del Pil previsto per il 2026 è oltre due punti sopra la media cinquantennale del 21,2%. Soprattutto, la spesa sta crescendo più rapidamente delle entrate. Il CBO prevede che, a legislazione vigente, gli esborsi arrivino al 26,6% del Pil nel 2055, mentre le entrate arriverebbero al 19,3%.
Per il 2026, Il Congressional Budget Office stima il discretionary spending al 5,9% del Pil, contro una media 1976-2025 del 7,8%. Il mandatory spending al 14,2% del Pil, contro una media dell’11,2%. Interessi sul debito: 3,3%, contro una media del 2,1%. Qui tutti i numeri:
Se allarghiamo lo sguardo al General Government, cioè alla somma dei livelli, federale, statale, locale e Social Security, vediamo che nel 2024 gli Stati Uniti erano alla posizione 31 sui 38 paesi aderenti all’Ocse per rapporto Tax-to-GDP: il 25,6% contro una media di 34,1%. Quindi, potremmo dire che i margini per arrivare a livelli comparabili al “socialismo” europeo (che include anche governi conservatori) sono piuttosto ampi. È una battuta, o forse no.

Che fare, quindi, visto che le spese per Medicare, Medicaid, Social Security appaiono poco o per nulla comprimibili, e anzi lievitano? Sulla Social Security sarà fatale aumentare l’età pensionabile e ridurre i rendimenti pensionistici, ad esempio.
Per ora, osserviamo che vanno molto di moda le scorciatoie, come tentare di costringere la banca centrale a ridurre i tassi. Cose da Repubblica delle Banane, notoriamente. Nel frattempo, cresce il numero di quanti, soprattutto giovani, giungono alla conclusione che “il capitalismo non funziona” e votano di conseguenza, anche se spesso si tratta di votare piattaforme elettorali che chiedono cose non rivoluzionarie né “socialiste”, come ad esempio un sistema sanitario universale.
(Immagine creata con ChatGPT)




