Mi chiamo Elly, studio dossier

Mentre l’Avvocato del Populismo, al secolo Giuseppe Conte, lancia il cuore oltre l’ostacolo e si mette in scia alla furbetta Alexandria Ocasio-Cortez, che sta costruendo la sua candidatura alla Casa Bianca 2028 ripulendosi da eccessi ideologici, la segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, intervistata dal direttore di Milano Finanza, dimostra di non essere unidimensionale sui diritti civili, svuota i cassetti della sua ricca dotazione di luoghi comuni e si cimenta con l’economia, presentando il distillato della sua scienza programmatica.

Come chiede Confindustria

Si coglie immediatamente che l’obiettivo è soprattutto quello di strizzare l’occhio a Confindustria e al suo presidente. Ci sono anche le citazioni letterali, sapientemente mixate col solito “facciamo come la Spagna”:

Innanzitutto serve un piano strategico per le rinnovabili che riduca incertezze e tempi di attesa, come chiede Confindustria, concedendo anche incentivi immediati ai territori che ospiteranno questi impianti. E poi serve una struttura unica di missione, anche con le regioni, che dimezzi i tempi autorizzativi. In Spagna ci mettono 3 anni, da noi 6: è un fallimento di governance.

Incentivi, struttura unica di missione. Da quando abbiamo scoperto i commissari straordinari, nulla ci è precluso. C’è da dire che, in tema di energia, Schlein pare aver finalmente abbandonato la richiesta grottesca di “disaccoppiare il prezzo del gas, come la Spagna”, che lo fece ormai parecchi anni addietro. Ma le sue nuove proposte restano saldamente in territorio onirico:

Infatti proponiamo, anche in Parlamento, di aumentare la forza e il ruolo dell’Acquirente Unico dell’energia, che tratti grandi volumi con i power puchase agreement, in modo da fornire energia a prezzi stabili alle pmi che spesso pagano il prezzo più alto della crisi.

Ma soprattutto, la strada per abbassare i prezzi dell’energia a livello planetario pare essere ostruita da Giorgia Meloni:

E poi voglio aggiungere che il governo dovrebbe muoversi con più determinazione per ottenere la pace in Medio Oriente e la fine della crisi di Hormuz. Perché sono mesi che non dicono una parola per paura delle sfuriate di Trump.

Ma non temete: anche di fronte all’inazione di Meloni su Hormuz (mi pare che Schlein la stia decisamente sopravvalutando: la premier dovrebbe sentirsi lusingata), c’è un piano B per ridurre comunque i costi dell’energia:

Noi abbiamo fatto una proposta concreta: serve adottare il sistema delle accise mobili, ma il governo su questo punto non ci sente e la benzina resta sempre sopra i due euro al litro.

Come ormai noto, ma non ancora a Schlein, il meccanismo delle accise mobili è tardivo, perché basato sulla rendicontazione dell’extra gettito Iva, e soprattutto molto esiguo. Ma Schlein, dopo aver abbandonato il disaccoppiamento del gas, ha scoperto la macchina del moto perpetuo e le brillano gli occhi.

Sul nucleare, Schlein svicola quando le viene fatto notare che il mix energetico spagnolo ha anche il nucleare, che contribuisce a ridurre il prezzo marginale, ma dice qualcosa di sensato quando critica il governo e le sue impotenti pantomime:

Siamo contrari non per pregiudizio ma per i tempi e i costi di produzione, incompatibili con le esigenze del Paese. E contestiamo il vuoto del decreto propaganda del governo in questa materia, che nemmeno mette risorse né spiega che fine fanno le scorie. Il costo dell’energia è il più alto d’Europa, pesa su famiglie e imprese.

Il segno di ZES

Sempre per mostrare al presidente di Confindustria che lei è una vera secchiona (o forse un cocorito, non saprei), Schlein chiede la mitologica ZES unica nazionale, l’ultimo proiettile d’argento delle italiche fonderie (anche se l’area a caldo di Ilva è ormai persa), ma declina la richiesta solo in termini di snellimento burocratico: “sportello unico per gli investimenti, 90 giorni per la risposta”. Ottimo, ma qui Schlein finge di non accorgersi che Confindustria chiede anche soldi, non solo rapidità.

Poi abbiamo lotta al precariato, perseguimento della pace nel mondo che tarda a causa dell’inazione di Meloni (“Venga in aula!”), formazione, scuola e sanità pubbliche, eccetera. Sulla patrimoniale, “a settembre” il camposanto largo inizierà a scrivere il programma, a Conte piacendo. Ma Conte ha già detto niet alla patrimoniale, visto che il suo strumento elettivo sono gli extraprofitti, qualsiasi cosa ciò significhi.

Ci sono poi i due assi portanti delle proposte progressiste: la riduzione dell’orario di lavoro (“Facciamo come gli altri paesi!”) e il salario minimo. Sul primo, dopo aver frainteso il senso dell’esperimento della 4DayWeek, che avviene strettamente senza oneri per i contribuenti, i nostri eroi avevano proposto tagli contributivi per le aziende che avrebbero ridotto l’orario di lavoro a salario invariato.

Ma la vera rivoluzione è quella sul salario minimo, che Schlein e il suo partito considerano una “riforma a costo zero”. In effetti, quella proposta fu presentata per la prima volta in occasione della legge di Bilancio 2024:

Il salario minimo di per sé non comporta costi per la finanza pubblica. È invece onerosa la previsione di un credito d’imposta per mitigare, temporaneamente, l’impatto dell’introduzione del salario minimo per le piccole imprese.

Quindi, il salario minimo non ha costi per la finanza pubblica ma ha costi per la finanza pubblica. Schroedinger, sposta il tuo gatto. Temporaneamente, mi raccomando.

C’è poi, immancabile, il riferimento alla nuova emergenza nazionale immaginaria, “i soldi sui conti correnti”. Anche qui, facendo il verso a Emanuele Orsini ma non solo a lui, Schlein ha le idee confusamente chiare:

Occorre una grande mobilitazione del risparmio nazionale che ancora per 1.700 miliardi è fermo sui conti correnti. Bisogna costruire incentivi mirati per canalizzare parte di quel risparmio verso l’innovazione delle pmi che sono il cuore della nostra economia. Su tutte queste cose aspetteremo al varco della manovra il governo, presentando le nostre proposte.

Se io fossi un malpensante, unirei i puntini e scoprirei che soldi alle Pmi potrebbe anche voler dire sussidiare il salario minimo e la riduzione della settimana lavorativa a parità di salario. Per fortuna non sono così cinico.

Mentre ci mettiamo diligentemente in fila al varco, proviamo a pensare al delizioso corto circuito che potrebbe uscirne: agevolazioni fiscali per investimenti nella mitologica economia reale, e poi ricerca delle coperture per tali agevolazioni. Io ho un’idea, la offro alla segretaria: prima le agevolazioni fiscali agli investitori che daranno li sordi alle Pmi, poi un grande convegno per tassare le rendite finanziarie. La prima lama solleva il pelo, la seconda lo taglia in profondità. Che dite, affare fatto?

Ma è sull’ormai stucchevole risiko bancario (stucchevole l’espressione, non quanto sta accadendo) che Schlein lancia il cuore oltre l’ostacolo e mostra di aver fatto i compiti nella sua cameretta. Perché lei non è una trinariciuta neocomunista e neppure una pianificatrice post-sovietica. No: infatti, per lei occorre che “Decida il mercato”. Che è affermazione realmente rivoluzionaria. Subito temperata però dal caveat:

Detto questo, il Pd resta attento al territorio e alle sue istanze di salvaguardia dell’occupazione e del radicamento, mentre il governo vuole fare il banchiere e ha sempre avuto un interventismo improprio.

Quindi, decida il mercato ma noi siamo pronti a intervenire a beneficio del leggendario territorio. Posizione complessa ma di certo attentamente ponderata nei brainstorming al limite dell’epistassi che si svolgono al Nazareno. Sembra tornato il vero Pd veltroniano, quello di “ma anche”.

Europeista convinta

E sull’Europa, parlandone da viva? Qui siamo alla massima intesa col suo nuovo buddy, il presidente pro tempore di Confindustria. C’è persino una citazione letterale:

Io sono una europeista convinta, federalista. Penso che senza un salto in avanti di integrazione europea rischiamo la marginalità. Serve superare l’unanimità almeno con le cooperazioni rafforzate. E occorre un nuovo grande piano di investimenti europei, dopo il Pnrr, per creare un vero progetto industriale, ambientale e sociale europeo, colmando il gap enorme che l’Europa ha, ad esempio sulla AI, con gli Stati Uniti e la Cina. 

Un’altra “europeista convinta” (cit.). Qui senza le vacillazioni orsiniane. Metafisicamente, Schlein riesce a lanciare nella stessa frase la “cooperazione rafforzata”, che poi sarebbero le coalizioni di volenterosi, e “un nuovo grande piano di investimenti europei, dopo il PNRR”. Che è invece qualcosa che, per avere un minimo di efficacia, necessita di avere tutti a bordo, soprattutto i paesi grandi pagatori. E poi spezzeremo le reni a USA e Cina, mettendoci in cordata magari con Romania e Bulgaria, quando tedeschi, olandesi, svedesi e altri contributori al bilancio europeo ci avranno mandato a stendere. E a nulla serviranno invocazioni del tipo “L’Europa si svegli” e ci dia li sordi, il sottinteso.

Che farà Schlein, quando scoprirà che molti paesi, Germania in testa, stanno lottando col coltello tra i denti per segare il nuovo bilancio settennale europeo, che giudicano troppo costoso? Che domande: dirà che “la colpa è del sovranismo di Meloni, che strizza l’occhio a Trump”. E soprattutto, “Meloni venga in aula”, cribbio!

Però Schlein è ammirevole: studia senza sosta. Si prepara ad apparecchiare la tavola all’egemonia culturale del demagogo di Volturara Appula, quello che programmaticamente afferma che “non dobbiamo rassegnarci a una crescita esponenziale della produttività e redditività” (che nel suo magico mondo sono sinonimi). In effetti, la maggior piaga di questo paese è questa crescita disumana della produttività. Quindi, tassiamo l’extraproduttività per tassare gli extraprofitti! L’uovo di Colombo, quello di “buscar el levante por el ponente“. E poi bisogna “lottare contro la società dei diseguali”, probabilmente con un nuovo Superbonus che vada oltre il 110%.

C’è una cosa che in questi giorni accomuna Meloni e Schlein: il “record” di durata, a Palazzo Chigi e al Nazareno. È la stabilità del tassidermista, un nuovo prodotto tipico italiano in quest’epoca di rivolgimenti e certezze demolite. Tutti assieme, imbalsamatamente.

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