di Vitalba Azzollini

In epoca di Covid-19 la trasparenza è un bene oltremodo importante. David Kaye, special rapporteur dell’ONU sulla libertà di espressione, ha esortato  «i governi a (…) garantire che tutti gli individui, in particolare i giornalisti, abbiano accesso alle informazioni». E la commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatovic, ha evidenziato che la pandemia non può essere una scusa per limitare «l’accesso delle persone alle informazioni». Eppure, sin dall’inizio dello stato di emergenza da Coronavirus, è stata palese la mancanza di trasparenza nelle scelte dei decisori nazionali: in primis il Presidente del Consiglio, cui due decreti-legge (n. 6/2020 e n. 19/2020) hanno consecutivamente conferito poteri molto ampi.

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

sul Corriere della sera del 10 aprile, il professor Sabino Cassese nell’articolo “I nemici nascosti” spiega con una precisione sin qui mai vista sulla stampa generalista, in genere abituata ad abbaiare contro la “burocrazia” più per ottenere lettori e consensi che per analizzare i fatti, quali siano le cause delle oggettive difficoltà operative dell’amministrazione in Italia.

di Vitalba Azzollini

Siamo reclusi in casa da un tempo ormai indefinito, quasi sospeso: cos’è stato sospeso, in questo tempo? Si è già spiegato come, tra il 23 febbraio (data del d.l. n. 6/2020, che attribuiva a Conte ampi poteri) e il 25 marzo (data del d.l. n. 19/2020, che dà a Conte poteri più definiti) sia stata un po’ sospesa la democrazia, cioè quel sistema di pesi e contrappesi che connota gli ordinamenti liberali.

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

Il dibattito sul dopo coronavirus si è aperto e, in linea generale, condivisibilmente è orientato verso la conservazione e sviluppo del salto in avanti organizzativo al quale l’emergenza ci ha abituato. Il lavoro agile e le risorse della telematica, per anni dimenticati, guardati con diffidenza e conseguentemente lasciati senza investimenti e al palo, dovranno diventare un pilastro irrinunciabile.

di Alfredo Ferrante

“Fino alla cessazione dello stato di emergenza epidemiologica da COVID-2019 […] il lavoro agile è la modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa nelle pubbliche amministrazioni”: l’art. 87 del decreto-legge n. 18 dello scorso 17 marzo è cristallino nello stabilire una volta per tutte che, causa coronavirus, la PA opera normalmente in smart working.

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

La circolare 2/2020 della Funzione pubblica non aiuta di certo a dirimere alcuni punti piuttosto oscuri e delicati connessi al lavoro pubblico in tempi di emergenza Covid-19. Rimane ambigua sulle ferie: ammette che siano da utilizzare anche quelle “maturate”, ma insiste su quelle “pregresse”, come se l’adempimento ad un obbligo, cioè esaurire l’arretrato, fosse da considerare una misura particolare e speciale.

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

si fa presto a parlare di smart working, ma se non sono “smart” organizzazioni e strumenti, il tutto diviene semplicemente un simulacro dell’attività lavorativa d’ufficio, svolta da casa, senza alcun valore aggiunto. Il collasso del sistema informativo dell’Inps dello scorso primo aprile, avvenuto sotto la pressione delle tante “istanze” dei titolari di partita Iva per ottenere il bonus dei 600 euro previsti dal d.l. “cura Italia” è la dimostrazione che smart deve essere prima l’organizzazione, poi il lavoro.

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

è opportuno che la PA inizi a fare serie ipotesi riorganizzative in vista del rientro alla vita “normale”. Si è scritto il sostantivo normale tra virgolette non per caso. La normalità piena, è ormai consapevolezza per tutti, la si avrà solo quando sarà disponibile il vaccino che potrà immunizzare davvero e con certezza tutti e solo quando le dosi disponibili saranno sufficienti per una completa immunizzazione (lo Stato la renderà obbligatoria? Staremo a vedere).