Nel 2016 l’Ecuador è tornato a far segnare un avanzo di bilancia commerciale. Bene, e quindi?, direte voi. Nulla di che, solo ci premeva mostrarvi come si è generato quell’avanzo, ora che nel nostro paese è in corso (si fa per dire) un dibattito sul vigoroso surplus commerciale italiano del 2016, e sulle sue determinanti (no, non è la distruzione della domanda interna, cari patridioti stampatori). Perché in Italia, causa ed effetto del declino, pare essersi scatenata la corsa a chi narra le idiozie più demenziali.

A inizio settembre, l’Ecuador ha ottenuto un prestito di emergenza di 364 milioni di dollari dal Fondo Monetario Internazionale per far fronte ai primi interventi di ricostruzione dopo il devastante sisma del 16 aprile scorso. Il problema del paese è che il terremoto è solo l’ultima calamità che colpisce un paese ad economia dollarizzata, a causa di una iperinflazione di anni addietro, frutto di politiche populiste che tanto piacciono (o piacevano) dalle parti del Sudamerica e non solo.

Torniamo ad occuparci dell’Ecuador, il paese talmente sovrano da essere felicemente dollarizzato dopo reiterati drammatici fallimenti di politica economica nel corso dei lustri. Riepilogo delle puntate precedenti: l’Ecuador ricava dall’export di greggio circa metà dei propri introiti in valuta e circa un terzo delle entrate fiscali. Come detto, il paese è dollarizzato dal 1999, dopo l’ultimo episodio di iperinflazione (non ditelo a Grillo, però). Che accade ad un paese del genere quando si produce uno deterioramento nelle ragioni di scambio, ovvero il prezzo del greggio cala?

Secondo il sito DolarToday, che tiene conto degli scambi effettuati vicino al confine colombiano, il cambio di mercato nero del bolivar, la valuta venezuelana, ha sfondato quota 400 contro dollaro, a fronte di un cambio ufficiale principale a 6,3, e di una serie di cambi ufficiali di “asta” per assegnazione della divisa per transazioni commerciali il cui valore massimo non eccede i 200 bolivares per dollaro. Pare quindi che il collasso valutario del Venezuela sia sempre più vicino. E che accade, in questi casi? Che la moneta forte scaccia quella debolissima, in una sorta di inversione estrema della Legge di Gresham.

Pare che questo post, sull’operazione di swap aureo della banca centrale dell’Ecuador con Goldman Sachs e sull’introduzione nel paese sudamericano del “dollaro elettronico” non sia piaciuto all’ambasciatore di Quito in Italia, che ha inviato al vostro titolare un piccato messaggio di replica, contenente anche i dettagli tecnici delle due operazioni. Mentre ringraziamo l’ambasciatore per le precisazioni, che trovate in calce a questo post (anche se l’uso della lingua italiana non avrebbe guastato), l’occasione è propizia per ulteriori puntualizzazioni.

Oggi vi segnaliamo una storia di ordinaria disperazione valutaria, variazione sul tema sudamericano degli stati economicamente falliti e che solo dalle nostre parti riescono a trovare un numero sufficiente di gonzi che riescono ad innalzarli a modello. Parliamo dell’Ecuador, ultimo innamoramento del comico più confuso dell’emisfero occidentale (e non solo).

“Dobbiamo fare come Correa (il presidente dell’Ecuador, ndr) che ha detto ‘il debito che abbiamo contratto non lo paghiamo perché è immorale'”. Così scolpì il comico in servizio permanente effettivo Beppe Grillo alla Stampa Estera a Roma sul Fiscal Compact.
“Il Brasile gli ha detto non ti lascio solo, lo stesso hanno fatto Venezuela, Argentina, Bolivia. Si sono aiutati! E ora Correa scrive un articolo nel quale spiega che l’Ue è nella situazione in cui erano i Paesi sudamericani”. Come spesso gli capita, Grillo parla di argomenti che non padroneggia.