Proprio l’altro giorno, con Michele Boldrin, ci chiedevamo quali fossero le fonti di ispirazione dello stralunato discorso del premier Giuseppe Conte a Davos, in particolare del passaggio dove lamentava la pazienza degli italiani verso l’ordine liberal-democratico (bontà sua e nostra). Ora, grazie alla segnalazione di un fedele lettore, abbiamo un’ipotesi di chiave di lettura.

Nell’estate 2006, il Premio Nobel per la letteratura Gunter Grass rivela nella sua autobiografia di essersi arruolato, diciassettenne, nelle SS. Lo scandalo dilaga, disseppellisce vecchi rancori, chiama in causa i nomi più noti della cultura tedesca. E come un’onda di marea riporta alla luce il panorama sommerso e accidentato dei rapporti tra intellettuali e totalitarismi in Europa. È legittima infatti la domanda: e i tanti Gunter Grass italiani? All’indomani del fascismo anche l’Italia piombò in un gorgo di odio, rivalità e tradimenti in cui l’imperativo categorico era rinfacciare i trascorsi altrui all’ombra della dittatura prima che venissero denunciati i propri. La guerra all’ultima delazione infuriò sulla stampa, come nella corrosiva rubrica “Caccia al fascista” inaugurata dal “Borghese”. Nelle università, dove il ritorno dei professori ebrei cacciati dal regime fu accompagnato da amarezze, ingiustizie e polemiche. Nelle aule parlamentari, dove il passato brandito come arma nella lotta politica non risparmiò neppure le figure più illustri del Pantheon antifascista. Per sottrarsi all’epurazione, l’unica via fu cancellare le tracce, con strategie diverse poi perpetuate e raffinate per decenni. Negare l’evidenza. Truccare i calendari. Sublimare il passato nelle opere artistiche del ‘dopo’. E lamentare all’infinito la propria ‘generazione perduta’, smarrita, incosciente.