Oggi sui giornali trovate la notizia di un cosiddetto “piano Tria” per rilanciare la crescita italiana, da presentare prima dell’approvazione del Documento di economia e finanza, che ha scadenza 10 aprile e rischia di essere licenziato col solo quadro tendenziale e privo di quello programmatico, cioè cosa il governo intenderebbe fare per correggere eventuali scostamenti nei numeri.

Ieri è stata la giornata in cui lo stagno italiano ha prodotto una bolla di fermentazione più grande delle innumerevoli altre emesse quotidianamente e che fanno la felicità di retroscenisti e conduttori di circhi televisivi con claque prezzolata. Per l’ennesima volta, dall’Italia si è levata una ferma vocina: “no al bail-in bancario!”. Epperbacco.

Oggi sul Sole c’è l’attesissima intervista a Giovanni Tria dopo la sua personale Caporetto sui numeri del deficit pubblico. Pur se pesantemente ammaccato, il ministro risponde con sufficiente lucidità ai rilievi ed agli interrogativi, e tenta di tracciare la strada che attende lui ed il paese nei prossimi mesi. Alcune considerazioni oggettive e fattuali si affiancano a speranze e programmi che appaiono piuttosto impegnativi. O che fanno tenerezza, a seconda dei punti di vista.

Ieri, in audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha tracciato le linee guida del suo programma di politica economica. Ferma restando l’importanza di rilanciare la spesa per investimenti pubblici, il ministro ha suggerito un intervento già proposto in passato da figure che non sono esattamente riconducibili a questa maggioranza.

Intervenendo ieri alla Camera durante la discussione sul Def, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha confermato l’approccio realista di “sentiero stretto” che aveva caratterizzato il suo predecessore, Piercarlo Padoan, aggiungendo altre considerazioni piuttosto interessanti. Attendendo i problemi che si presenteranno in autunno, e che per il nostro paese potrebbero essere seri.