L’uovo di Tria e il sovrano contrordine

Oggi sui giornali trovate la notizia di un cosiddetto “piano Tria” per rilanciare la crescita italiana, da presentare prima dell’approvazione del Documento di economia e finanza, che ha scadenza 10 aprile e rischia di essere licenziato col solo quadro tendenziale e privo di quello programmatico, cioè cosa il governo intenderebbe fare per correggere eventuali scostamenti nei numeri.

Premesso che se ciò accadesse sarebbe il punto di minimo della credibilità di un governo e di un paese sempre più ridicoli e meriterebbe immediata reazione e sanzione dai mercati, vediamo questo fantasmagorico piano di sostegno alla crescita elaborato da via XX Settembre.

Le elaborazioni di Tria s’incentrerebbero su tre assi di crescita: fiscalità per le imprese ed investimenti pubblici e privati. Da quanto si apprende (pare che la disseminazione dei dettagli ieri sia stata piuttosto massiva, visto che tutti i giornali oggi ne scrivono in dettaglio), ci sarebbe il ritorno del super-ammortamento, riportandolo al 130% per le aziende che investono in beni strumentali escluse auto, immobili e beni immateriali, con tetto a 2,5 milioni e scadenza al 31 dicembre. Cioè avremmo perso solo tre mesi nel 2019, che sarà mai?

Per i beni immateriali sarebbe previsto lo snellimento della disciplina della Patent Box, cioè il regime fiscale agevolato per redditi prodotti dagli intangibles. Come scrivono Marco Mobili e Gianni Trovati sul Sole,

[…] la proposta è di cancellare l’obbligo di presentazione preventiva della proposta all’Agenzia delle Entrate tramite interpello. In pratica, quindi, viene meno l’obbligo dell’istanza di ruling, e per ottenere lo sconto fiscale sarà sufficiente presentare la documentazione. Una semplificazione che riguarderebbe anche le migliaia di domande rimaste finora inevase.

Riguardo alle agevolazioni sulle fonti di finanziamento aziendale, sarebbe previsto l’aumento da 1,5 a 2,5 milioni del Fondo centrale di garanzia per l’emissione di mini-bond, attivabile anche in caso di cessione del titolo di credito, mentre altre misure di alleggerimento sono previste per la cosiddette legge Nuova Sabatini, con eliminazione del tetto dei 2 milioni di investimento e dei controlli preventivi, sostituiti da autodichiarazione.

Al netto delle tecnicalità, due cose balzano all’occhio: come finanziare le misure e perché questo dietrofront, che reintroduce ciò che è stato eliminato con la legge di bilancio 2019 per creare coperture assai parziali, da immolare a misure demenziali per concezione, come Quota 100 e la rendita di cittadinanza.

In pratica, si torna indietro di alcuni mesi ma con coperture aggiuntive da inventare. Si parla di eliminazione della riduzione Ires, che difficilmente sarebbe decollata, visto che per avere il taglio di aliquota da 24 a 15% si richiede che gli utili (che possono serenamente mancare, in questa fase congiunturale) siano reinvestiti in beni strumentali e nuove assunzioni a tempo indeterminato, ma in entrambi i casi superando i livelli preesistenti.

Una tipica misura che ti fornisce l’ombrello quando c’è il sole e nemmeno una nuvola in cielo, in pratica. E non ci si dovrebbe neppure illudere troppo: quando il cavallo non beve, cioè non investe, per elevata incertezza ed aspettative fortemente deteriorate a causa del contesto internazionale e -soprattutto- interno, queste misure tendono ad andare a vuoto.

Ma il cosiddetto piano Tria ha una soluzione anche per la paralisi degli appalti pubblici che pare l’uovo di Colombo, prevedendo la “sospensione sperimentale” a tutto il 2020 delle parti del codice degli appalti che non derivano direttamente dalle direttive Ue. Il che dovrebbe voler dire obblighi integrali di gara solo su appalti a partire da 5 milioni per lavori e 200 mila euro per servizi e forniture.

Anche qui, perché non arrivarci prima, in luogo di passare mesi a balbettare e vaticinare un’esplosione di investimenti pubblici che mai sono avvenuti? Ed ora assistere all’ennesimo teatrino gialloverde su super-commissari “deroganti” e di ordinaria emergenza per grandi e piccole opere? Mistero. Tutte misure “rivoluzionarie” (oggi sul Corriere Mario Sensini arriva a scrivere di “piano shock”: eh, la madonna!), che potevano essere mantenute o introdotte nella legge di bilancio, non trovate?

Quello che invece non è affatto un mistero è il dilettantismo sudamericano di un esecutivo di orecchianti che sta portando il paese dritto sugli scogli, a colpi di idiozie propagandistiche, spesa corrente e voragini di deficit attendendo il 26 maggio, giorno del non-Giudizio. Ma che ve lo dico a fare?

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