Quattro anni di desuetudine

Ieri è stata la giornata in cui lo stagno italiano ha prodotto una bolla di fermentazione più grande delle innumerevoli altre emesse quotidianamente e che fanno la felicità di retroscenisti e conduttori di circhi televisivi con claque prezzolata. Per l’ennesima volta, dall’Italia si è levata una ferma vocina: “no al bail-in bancario!”. Epperbacco.

La vocina era quella del capo del sindacato dei banchieri italiani, Antonio Patuelli, antico liberale (qualunque cosa ciò significhi) ravennate, che ha poi trovato una stralunata ed autolesionistica sponda nel ministro dell’Economia, Giovanni Tria.

Patuelli, intervistato oggi sul Corriere da Fabrizio Massaro, ha detto questo:

Il bail-in? Non l’ha applicato nessun Paese europeo, eppure esiste da quattro anni. Insomma, è una norma ormai in desuetudine e come tale va abrogata

E ancora:

[…] il bail-in non è frutto di astrazione ma di convinzioni che sussistono soprattutto nel Nord Europa. La cosa importante, comunque, è che ora vi sia un’ampia convergenza sul superamento di una misura che, per il solo fatto che sussista, produce incertezze, prudenze e frena la ripresa della fiducia, che è un elemento essenziale per la ripresa, lo sviluppo e l’occupazione. Tanto che non è mai stato applicato. Ecco perché dico che, essendo in desuetudine, deve essere abrogato

Non si comprende perché Patuelli ritenga che, se una norma non viene applicata per molto tempo, vada per ciò stesso abrogata. Forse la mancata applicazione dipende dalla mancanza di opportunità a farlo, o forse da aggiramento delle norme, in modo creativo? Il presidente dell’Abi pare suggerire questa seconda ipotesi, almeno implicitamente. Altrimenti non si capirebbe la sua insistenza ad affermare che in quattro anni non c’è stata alcuna applicazione delle norme.

Forse l’acquisizione di Banco Popular per mano del Santander rappresenta una violazione della cornice delle norme del bail-in? Eppure, quella acquisizione è avvenuta richiamando espressamente la cornice normativa della direttiva BRRD, la 2014/59/EU, ed il regolamento 806/2014 del Parlamento europeo, ad essa riferito. Quindi non si capisce il senso della dichiarazione di Patuelli.

Ma passiamo oltre, cioè ipotizziamo che la famigerata BRRD venga effettivamente abrogata dall’Europa (ma quando mai?). La domanda è: con cosa sostituirla? Ipotizziamo di tornare al quadro normativo anteriore alla BRRD. In esso vigeva il cosiddetto burden sharing. Di che si tratta? Lo leggiamo dalle FAQ della Banca d’Italia:

La normativa in vigore fino alla fine del 2015 permetteva l’applicazione del cosiddetto burden sharing: in caso di dissesto di una banca era previsto che prima del coinvolgimento di fondi pubblici venisse attuata la riduzione del valore nominale delle azioni e delle obbligazioni subordinate (o la conversione in capitale di queste ultime).

Ma ribadiamo: cosa chiede, esattamente, Patuelli? Mi pare che, a lume di logica e di realtà, ci siano solo due alternative: l’intervento su banche dissestate del Fondo interbancario di tutela dei depositi, sotto forma di “volontarietà”, affinché si tratti si normale “iniziativa privata”; oppure un salvataggio con soldi pubblici.

Ci siete, sin qui? Bene. In entrambi i casi, ipotizzando che la BRRD sparisca in una notte di plenilunio, si deve applicare il burden sharing, cioè la decurtazione/azzeramento degli azionisti della banca dissestata e dei loro obbligazionisti subordinati. Di conseguenza, considerato che i piccoli risparmiatori hanno in portafoglio ancora molti subordinati, le condizioni alla base del “regime di terrore” che Patuelli denuncia ed imputa alla BRRD ed al bail-in, resterebbero in essere. O forse a Patuelli l’appetito vien mangiando e vuol pure abolire il burden sharing? Basta dirlo.

Prendiamo il caso di Carige: la banca al momento non è in dissesto (failing or likely to fail). Che fare, se non ci sono acquirenti e la banca minaccia di non reggersi su base stand alone? Quello che si è fatto, sia pure come soluzione ponte o auspicabilmente tale: un bel prestito subordinato organizzato su base “volontaria” da tutte le banche italiane. A Patuelli ed ai suoi associati sta bene, una “soluzione” del genere, estesa ad ogni caso analogo? Deve dircelo lui, anzi loro.

Così come deve dirci come dovrebbe entrare l’intervento dello Stato in una banca failing or likely to fail. Lo Stato deve sostituirsi alla liquidazione coatta amministrativa, se domattina l’odiata BRRD sparisse? Cioè, deve garantire almeno gli obbligazionisti subordinati? Ma una simile ipotesi non confligge con la BRRD bensì con qualcosa di più alto, cioè con i limiti agli aiuti di Stato? Patuelli vuole forse che la disciplina degli aiuti di Stato si spinga a derogare a favore dei creditori delle banche, non solo quelli subordinati? Basta dirlo.

In questo caso, però, pensate che accadrebbe se, oltre alla BRRD, non esistessero neppure limiti agli aiuti di Stato. Il debito pubblico italiano sarebbe gonfiato a seguito dell’ingresso nel capitale di banche fallite o prossime ad esserlo; i mercati fuggirebbero dai nostri Btp, di cui le nostre banche sono inzeppate, ed arriveremmo al collasso finanziario. Patuelli vuole questo? Anche qui, basta dirlo.

Per farla breve, ho come l’impressione che si dica “abbasso il bail-in” ma senza dire cosa si vuole in cambio perché si sa perfettamente che quello che si avrebbe sarebbe un contagio distruttivo per il sistema finanziario italiano. Ma resto in fiduciosa attesa che Patuelli ed i suoi associati ci facciano sapere come modificherebbero la BRRD.

Veniamo al ministro Tria. Che ieri si è detto d’accordo con Patuelli sulla necessità di “rivedere la BRRD”, ma ha anche detto che non è realistico attendersi qualcosa del genere nel breve termine. E sin qui, puro buonsenso. Poi, a Tria è sfuggita la frizione e si è inventato il “ricatto” di Wolfgang Schaueble ai danni dei poveri italiani.

Che c’è di meglio che titillare l’atavico vittimismo degli italiani contro lo Straniero? Tria però deve essersi accorto di aver davvero ecceduto, ed in serata ha fornito l’interpretazione autentica dell’ennesima auto-picconata alla credibilità internazionale di questo paese. E cioè: se l’Italia fosse stata l’unica ad opporsi alla BRRD, si sarebbe cucito addosso lo stigma e disegnato un bel bersaglio in fronte, ad uso dei mercati. E anche questo è puro buonsenso, e descrizione della realtà. Di certo più che parlare di “ricatti” che tali non sono.

Perché, vedete, per condurre vantaggiosamente un negoziato occorre avere leva negoziale. Non basta dare in escandescenze e minacciare di farsi esplodere in una camera di cemento armato. Se sei molto debole, e pure isolato, purtroppo tende a crearsi un contesto hobbesiano e di “guai ai vinti”. Questo i nostri patrioti non riescono proprio a comprenderlo, si direbbe. Anche suggerire che il nostro paese debba battere questi c. di pugni per avere un commissario economico nella prossima commissione, magari per farci da sindacalista esportato, si scontra con una realtà fatta di alleanze e convergenze.

Il problema vero, che mi angoscia, è un altro: non sarà che l’Italia è diventata un organismo inadatto alla sopravvivenza in un habitat che le è nel frattempo divenuto ostile?

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