La notizia del giorno, almeno a mio irrilevante giudizio, è la condizione di pre-catastrofe che incombe sugli impianti Arcelor Mittal italiani, le cui perdite operative sarebbero letteralmente esplose, a causa del fermo pandemico. Che tuttavia si è sommato alla condizione di strutturale eccedenza di capacità produttiva, che persisteva da anni, esacerbata dalla guerra commerciale sino-americana.

Premessa d’obbligo: l’epidemia di coronavirus oggi in atto nel mondo, mentre si discute su aspetti nominalistici (è già pandemia o no?), cambia radicalmente gli scenari. Soprattutto per l’Italia, il paese sviluppato più fragile sul pianeta, e che potrebbe subire un collasso economico. Ciò premesso, ad oggi da noi abbiamo tre nodi irrisolti di cosiddetta “politica industriale” e l’esecutivo, tra un balbettio e l’altro, punta a soluzioni che erano molto rischiose già prima dell’epidemia.

Provate a scorrere i giornali delle ultime settimane, per non dire mesi. Quello che avrete di fronte saranno miriadi di non-notizie su una fantomatica azione dello Stato per ricondurre a equilibrio ed economicità altrettanti casi di presunti “fallimenti di mercato”, il nuovo mantra con cui si tenta di occultare “normali” fallimenti di aziende che sul mercato non riescono a stare.

La discussione pubblica sul “caso Ilva” evolve rapidamente verso gli stilemi classici nazionali: vittimismo e cospirazionismo. Bene che la magistratura valuti eventuali reati, anche se qualcuno pensa che l’apertura di un fascicolo conoscitivo senza indagati equivalga ad una sentenza di condanna in Cassazione; ma ora serve soprattutto capire che fare per salvare l’impianto di Taranto (e Genova) ed i lavoratori. Avendo però alcuni punti fermi: esiste una crisi globale del settore dell’acciaio che è oggettiva, e bisognerà mettere in conto sacrifici occupazionali.

Ieri sera, a Ottoemezzo, Giorgia Meloni ha declinato la sua idea per l’ex Ilva: un bel coinvolgimento dell’Europa, trainata dallo stato di necessità (??) della Germania rispetto al nostro acciaio. Pare che la stessa idea fosse stata espressa, sia pure in forma più aulicamente criptica, dal “nostro” premier. Come abbiamo fatto a non pensarci prima?

Vi garantisco che avrei serenamente evitato di trattare la dolorosa vicenda di Ilva, l’ennesimo grande malato, rigorosamente cronico, dell’economia italiana. Avrei fatto a meno perché, come sempre in questi casi, si giunge a rapide polarizzazioni e al solito “effetto Rashomon”, dove ci sono molteplici verità a spiegare la stessa situazione, e tutte in apparenza verosimili. Quello che posso fare è valutare, in modo del tutto superficiale, un quadro più generale, che ci porta fuori dalla Penisola.