Modello Italia: imbalsamati e decomposti

Alitalia, Ilva, Autostrade, banche. Si moltiplicano i casi di "fallimento di mercato" nel paese del socialismo surreale. La soluzione? Prendere tempo e soldi ai contribuenti

Provate a scorrere i giornali delle ultime settimane, per non dire mesi. Quello che avrete di fronte saranno miriadi di non-notizie su una fantomatica azione dello Stato per ricondurre a equilibrio ed economicità altrettanti casi di presunti “fallimenti di mercato”, il nuovo mantra con cui si tenta di occultare “normali” fallimenti di aziende che sul mercato non riescono a stare.

Prendete Alitalia: nessun acquirente da quasi due anni, una cordata posticcia assemblata sul pivot dell’obbedienza al potere politico da parte dei vertici di Ferrovie, inventandosi una surreale “integrazione treno-aereo” che è un banale accordo commerciale e non certo industriale. Ad oggi, commissario straordinario unico e nebbia fittissima sulla “operazione di mercato”, come i pervertitori della lingua italiana l’hanno ribattezzata.

E quindi si procede a colpi di prestiti-ponte a carico dei contribuenti italiani nell’indifferenza della Commissione Ue, che ancora non ritiene di mettere fine a questa devastazione di risorse fiscali, forse temendo che in Italia arrivino i cosacchi sovranisti, chissà.

Oppure prendete Ilva. L’affittuario Arcelor Mittal che tenta di rinegoziare in modo ruvido coperture legali e struttura di costo, di fronte ad un collasso globale della produzione. Fallimento di mercato? Se si fosse in regime di “mercato”, il proprietario chiuderebbe o ridimensionerebbe l’impianto, e finita lì. Da quello che si legge sui giornali, la trattativa tra Arcelor Mittal e lo Stato italiano sarebbe su un binario morto, soprattutto nel calcolo degli esuberi strutturali. Questa stronza di realtà, quasi peggio dei capitalisti.

Ma nel frattempo abbiamo avuto già ricche brochures governative sul “cantiere Taranto”, dove già vediamo svolazzare taxi con le ali ed il rotore, come nella serie “I pronipoti” (The Jetsons) di Hanna e Barbera, tutti in volo verso lo spazioporto di Grottaglie, ed il commissario italiano Paolo Gentiloni si spinge a dire che il futuribile Just Transition Fund europeo potrà essere usato anche per Taranto.

Sperare è lecito, ingannarsi al limite di prendersi per i fondelli lo è assai meno. Nel frattempo, nella migliore tradizione sovietica, si delira di livelli di produzione calibrati sul mantenimento dei livelli occupazionali (la realtà seguirà, come l’intendenza napoleonica), e di mirabolanti impianti misti altoforno-elettrico, perché non un solo impiego deve andare “perso”, a costo di produrre miliardi di euro di perdite ogni mese. Capitalismo, nun te temo.

Autostrade: anche qui, teneteli o revocano. Prima era la “trattativa” con i Benetton per Alitalia, poi l’ipotesi di spremere parecchi miliardi ad Atlantia per abbattere i pedaggi, poi chissà cos’altro. Ad intervalli regolari, il premier ed alcuni ministri ci deliziano con “siamo in dirittura d’arrivo”, “stiamo per decidere”, “attenti che decidiamo, spostatevi da lì”, e così spero di voi. Attendere, prego.

Poi, le banche. L’implosione della Popolare Bari e della sua “sgovernance” ha estratto dal cilindro un mirabolante piano di “banca degli investimenti pubblici” per il Mezzogiorno. Non è chiaro a chi e cosa dovrebbe servire, né al momento come verrà strutturata. Le ultime notizie narrano di una “gemmazione” da Mediocredito Centrale per creare una società operativa con banchieri “specialisti”, tale da aggregare banche del Sud in condizioni non esattamente floride. In pratica, una sorta di Gepi o di Efim del credito. Ma sapete che c’è? Che in nome del campanile giungono già i primi sdegnati rifiuti delle “sospettate”. “Chi, noi in difficoltà? Che minchia sono queste diffamazioni?”

Che poi, di che dovrebbe trattarsi, esattamente? Di regalare il credito fregandosene del rischio dei richiedenti, ammesso e non concesso che la Commissione Ue sia d’accordo? Oppure di qualcosa di simile agli IPS tedeschi, dove c’è una holding che paga per i dissesti delle associate? Boh, il dibattito ferve, per definizione. Svettano i soliti laureati in filosofia teoretica e morale ed i loro meta-piani industriali. Tra un dibattito tra il corbynismo lisergico e il mercato che fallisce ad ogni pie’ sospinto, qualcosa troveremo.

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Perché a noi servono “investimenti”, come sapete, e di quelli vi ho mostrato un suggestivo campionario. Per le coperture, nessun problema: pagheranno “i ricchi”, con le loro odiose eredità ed i loro redditi statisticamente elevati, resi tali dalla impossibilità di evadere. Potremo anche mutare le norme fiscali definendo i ricavi come base imponibile, in caso di necessità.

Oppure pagheremo con foglietti di carta colorata, appena il capopopolo leghista sarà riuscito ad arrivare al pieno potere. Nel frattempo, i più fortunati potranno tentare lo slalom della vita: eredità di cittadinanza Barca-style, reddito di cittadinanza, pensione baby da inattività usurante. Perché ognuno ha diritto ai propri “progetti di vita”, che poi sarebbe la versione italiana della ricerca della felicità scritta nella costituzione americana. E tuttavia, pensate: costerebbe comunque meno che tenere in vita i morti come Alitalia.

Mentre la nostra parabola biologica si consuma nell’attesa di un piano industriale o di un fondo verde che ci confermi che “il mercato aveva torto” e mentre il tassametro dei costi pubblici corre, non scordiamo di coltivare la nostra sovranità. Ad esempio, affidando ai servizi segreti indagini per scoprire se alla guida delle nostre maggiori aziende possano esserci agenti stranieri, magari francesi, nel tentativo di depredarci. Perché noi siamo quelli dei dazi asimmetrici, come sapete.

Un miracolo di contraddizioni, questo paese: l’unico che riesce a decomporsi pur essendo imbalsamato. Anche questo è parte integrante del nostro eccezionalismo.

(Nella foto, il Lago D’Aral. Ovvero, quello che accade quando passi i decenni cantando “sin che la barca va, lasciala andare…”)

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