Armi, acciaio e malattie, edizione italiana

La notizia del giorno, almeno a mio irrilevante giudizio, è la condizione di pre-catastrofe che incombe sugli impianti Arcelor Mittal italiani, le cui perdite operative sarebbero letteralmente esplose, a causa del fermo pandemico. Che tuttavia si è sommato alla condizione di strutturale eccedenza di capacità produttiva, che persisteva da anni, esacerbata dalla guerra commerciale sino-americana.

Come vi ho più volte ricordato, in quello che ormai è il mio brand jingle, l’ex Ilva è una vera e propria bomba di perdite potenziali, come ogni attività caratterizzata da elevata incidenza di costi fissi. La situazione è rimasta pressoché congelata da mesi, dopo che il governo italiano e la proprietà anglo-indiana parevano essersi accordati sul metodo per gestire quella che a tutti o quasi è apparsa come una strategia di uscita, causata dal deterioramento della congiuntura globale.

Dopo l’ulteriore aumento di cassa integrazione, che pare essere stato deciso unilateralmente dall’azienda, il governo italiano è caduto dal letto e ha deciso di “riprendere in mano il dossier”, per la felicità degli intellettuali di sinistra e dei teatrini televisivi, che a intervalli regolari si interrogano sul futuro di Taranto (e non solo).

Nel frattempo il sindacato, che è finito sotto il peso della realtà ma deve pur sempre fare il proprio lavoro, reitera tramite propri esponenti la solita giaculatoria, del tipo “le commesse ci sono”, forse riferendosi a quelle dei supermercati, mentre il livello delle perdite pare abbia toccato i 100 milioni mensili.

Di conseguenza, da lunedì, il governo italiano tornerà a fantasticare di integrazione pubblico-privato, in nome del leggendario “stato imprenditore”, di trasformare Taranto in una sorta di parco giochi dei Jetsons grazie alle “nuove tecnologie”, alcuni politici diranno che “la Ue ce deve dà li sordi, perché l’Olanda se li arrubba e noantri stamo a sarvà l’acciaio“. Verosimile che qualcuno si alzerà tuonando contro “i paradisi fiscali”, che c’entra nulla ma fa sempre la sua porca figura. Gli ultimi, che saranno i primi, discuteranno della gnoseologia del dividendo, nuovo insegnamento complementare nel corso di laurea in filosofia italiana.

Qualche esponente ministeriale inizierà ad allungare la lista della spesa da usare con i fondi del Recovery Fund. Sono solo 500 miliardi, un po’ pochini, come disse qualche gerarca minore divenuto nel frattempo intermedio in un irresistiblle cursus honorum. Sarebbero per tutta Europa e per le conseguenze della pandemia, ma non sottilizziamo: da quando qualcuno ha detto, riferendosi ad Alitalia, “non sparate sulla croce rossa”, la nostra politica ha immediatamente realizzato che il nostro vettore di bandiera è parte integrante degli oneri sanitari ed ha provveduto a stanziare oltre tre miliardi, a titolo di acconto.

Seguiranno alberghi, ristoranti, Made in Italy ed altre attività ad alto valore aggiunto, con le quali spezzare le reni al mondo ed alla Silicon Valley. Anche per questo motivo è fondamentale che il Recovery Fund lieviti. E se non fossero soldi a fondo perduto, vanno bene anche linee di credito, purché a tasso zero ed irredimibili, perché noi il MES non lo vogliamo:

E mentre la ex Ilva sta per fondere, non l’acciaio ma i conti dello Stato, al capitolo di anticipazione di “spese sanitarie” aggiungiamo anche i sussidi per l’acquisto di biciclette e monopattini. Che notoriamente servono a irrobustire il quadro cardiocircolatorio.

A questi oneri prettamente sanitari potranno essere destinati i proventi del clamoroso successo dell’ultima edizione del cosiddetto Btp Italia, che ha mandato alle stelle il morale della Nazione, dopo che un’abile campagna di marketing patriottico ed una cedola reale molto alta per una scadenza quinquennale hanno fatto accorrere privati ed investitori istituzionali, anche da fuori Italia. Fioritura di editoriali e di scritte sui più prestigiosi cessi degli autogrill: “questa è la strada da percorrere, il risparmio italiano”.

Perché ho intitolato il post a questo modo, richiamando un pindarico libro di Jared Diamond di una ventina di anni orsono (che a me è parsa una sorta di Corazzata Potemkin ma qui non rileva), e che tentava di rispondere alla domanda: come hanno fatto gli europei ad assoggettare gran parte degli altri popoli, ad un certo punto della storia?

La nostra versione domestica parla non di conquista bensì di fallimento e declino. Poggia su

  • Armi. “Ci serve un bazooka: quello della Bce o quello della Ue. Se poi a russi e cinesi avanzano petardi e bombette puzzolenti, li prendiamo volentieri”;
  • Acciaio. Quello dell’Ilva e dei suoi otto milioni di tonnellate di acciaio, necessarie per assorbirne tutti i cassintegrati, in un audace esperimento di reverse engineering laburista;
  • Malattie. Una, in particolare: quella forma di socialismo surreale che porta a credere che le risorse siano illimitate, e che solo qualche complotto esterno si frapponga tra noi e la felicità.

Foto di Wolfgang Eckert da Pixabay

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