di Vitalba Azzollini

I politici pro tempore al potere possono fare sostanzialmente ciò che vogliono, nel rispetto dei paletti dell’ordinamento, com’è ovvio. Quindi, può anche capitare che decidano di sovvertire l’orientamento espresso da chi li ha preceduti, annullandone le decisioni, perché in disaccordo con le idee che ne erano alla base. Se, invece, accade che le forze al potere facciano retromarcia rispetto a quanto da esse stesse affermato solo poche settimane prima, e senza che nel frattempo siano mutati elementi del contesto, allora la questione diventa più imbarazzante. Ancor più imbarazzante è, poi, il cambio di indirizzo giustificato da motivazioni prive di concreto fondamento. Non sembra, invece, provare alcun imbarazzo nessuno degli attori dell’attuale legislatura, dopo che il governo italiano ha annunciato che non firmerà il Global Compact for Migration (GCM) l’accordo in tema di migrazioni elaborato in sede Onu.

di Vitalba Azzollini

Si osserva sempre più spesso che i politici compiacciono “la pancia” dell’elettorato, che “la pancia” guida le scelte della gente, che le decisioni di chi detiene pro tempore il potere determinano reazioni “di pancia” da parte dell’opinione pubblica. A fronte di questa tendenza, serve usare la testa, per compensare quella razionalità di cui sovente si avverte la mancanza; e serve altresì ricorrere al diritto, che è una solida àncora quando l’emotività sembra prendere il sopravvento.

Ieri il premier italiano, Giuseppe Conte, ha incontrato l’azzoppata cancelliera tedesca, Angela Merkel. Nel corso dell’incontro, Conte avrebbe sollevato due temi cari agli italiani: la gestione dei flussi migratori e le risorse europee per finanziare la spesa sociale. Sono punti che Conte doveva toccare, ma le aspirazioni italiane saranno frustrate. E non potrebbe essere altrimenti.

Assenza di valutazioni ex ante e gravi carenze di controllo successivo sono alla base delle nostre ricorrenti “emergenze”

di Vitalba Azzollini

Egregio Titolare,

il recente sgombero di un immobile occupato abusivamente a Roma da extracomunitari ha evidenziato alcuni tratti ricorrenti nella gestione della cosa pubblica in Italia. Mi riferisco, in particolare, alla intolleranza dei nostri governanti a ogni trasparente valutazione ex ante – da cui poi trarre le debite conseguenze e assumersi le responsabilità derivanti – che ha reso cronica la convivenza del Paese con stati di emergenza variamente declinati. Dunque, le mie considerazioni riguardano non il merito della vicenda, ma il “metodo” (punto dolente) cui è uso chi ci amministra.

di Vitalba Azzollini

Egregio Titolare,

nel c.d. Belpaese ove viviamo in quanto nati dalla parte giusta del globo, la politica non si esime dal fare la propria (pessima) parte anche in occasione di eventi umanamente molto coinvolgenti. Mi riferisco al tema dei migranti che, nelle sue diverse implicazioni, è da settimane alla ribalta sui giornali e nei dibattiti televisivi. Non intendo affrontarlo nel merito, bensì svolgere qualche considerazione a margine di una vicenda ad esso connessa, che ha visto l’ennesimo esempio di utilizzo di pubblici poteri distorti alla bisogna da parte del politico di turno. I migranti non c’entrano, lo premetto a chi suole indignarsi facilmente, poiché poco incline a comprendere il senso di ciò che legge. C’entrano, invece, le modalità con l’autorità spesso viene usata per rendere sudditi coloro verso i quali è rivolta. È un classico italiano, tra le maggiori cause del declino del Paese.

Nel febbraio 2014 un quesito referendario di rango costituzionale (una di quelle meravigliose forme di democrazia diretta che la Svizzera mostra con legittimo orgoglio al mondo), ha stabilito, con uno scarto di soli 20 mila voti, che entro tre anni la Confederazione avrebbe dovuto fissare tetti massimi per i permessi di soggiorno e contingenti annuali per tutti gli stranieri, determinati in funzione dei bisogni dell’economia.

Nel corso di una seduta all’Europarlamento dedicata ai temi dell’immigrazione, il presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, ha confermato l’applicazione della flessibilità prevista dalle regole del patto di stabilità sulla base dei costi effettivi sostenuti dai bilanci degli stati membri dell’Eurozona per fronteggiare la crisi dei migranti. Dopo questa esternazione, molti nostri esponenti governativi e di maggioranza pregustano già l’ennesimo successo della nostra ritrovata assertività internazionale. Ignorando il trascurabile dettaglio sottostante a tale “flessibilità” aggiuntiva.

Cose che si sapeva come sarebbero finite: l’Italia è punto di approdo di ampia parte di migranti dal Sud del mondo. L’Italia chiede inutilmente aiuto agli altri paesi europei, in termini di condivisione dell’onere di accoglienza; non ottenendolo, oppure ottenendolo in modo molto sparagnino, l’Italia procede ad esercitare pressione sui partner europei, manifestando una benevola trascuratezza nelle procedure di identificazione e fotosegnalamento dei migranti.

Come segnala il Financial Times, pare che Malta abbia trovato un metodo piuttosto sbrigativo per aumentare le proprie entrate pubbliche: vendere direttamente passaporti della Ue. Altro segno che lo stato di necessità finanziaria di molti governi europei sta finendo col segare il ramo su cui i governi medesimi (ed i loro cittadini) sono seduti, e porre le basi per ulteriori forme di ripiegamento della Ue per linee nazionali. Cioè la negazione stessa del concetto di Unione.