Intervistato oggi dal Quotidiano nazionale, Matteo Renzi estrae dal cilindro l’ennesimo coniglio di questa rutilante campagna elettorale, combattuta a colpi di gratuità, tagli di tasse, bonus, benefit e caramelle alla peyote. La proposta è, ça va sans dire, estemporanea e disorganica, nel senso che manca del fisiologico e naturale completamento di proposte del genere. Oltre a vertere su numeri fuori mercato.

Pubblicato ieri il primo rapporto annuale integrato sulle condizioni del mercato italiano del lavoro, frutto della collaborazione e delle basi dati di Ministero del Lavoro, Inps, Istat, Inail e Anpal (agenzia per le politiche attive del lavoro). Si tratta di 130 pagine di dati, analisi e considerazioni su come è evoluta la composizione qualitativa e quantitativa delle forze di lavoro del paese. Di seguito segnaliamo quelli più interessanti, a giudizio di chi scrive.

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

dimostrato che gli imprenditori hanno ottime ragioni per decidere di assumere con contratti a tempo determinato invece che a tempo indeterminato, la domanda sorge spontanea: perché qualcuno pensa realmente che accorciare da 36 a 24 mesi la durata dei contratti a termine possa essere di spinta ai contratti a tempo indeterminato?

Sul Sole, della serie “conoscere per deliberare”, Claudio Tucci presenta una comparazione tra i costi di risoluzione dei rapporti di lavoro nei maggiori paesi europei, da cui si evince che in Italia siamo più generosi dei nostri concorrenti, in termini di tutele economiche nei licenziamenti illegittimi. Ieri, un altro dato di Istat ci ha fornito l’ennesimo “suggerimento” del perché in questo paese, al momento, la generazione di posti di lavoro avviene ormai pressoché esclusivamente dal lato del tempo determinato. Ma voi pensate che i nostri legislatori ci arrivino?

Un corsivo di Rita Querzé sul Corriere è un’ottima occasione per fare il punto sulla condizione complessiva del mercato italiano del lavoro, al termine di una legislatura che ha visto molte innovazioni, altrettanti errori e la permanente esiguità di risorse investibili, che fa di ogni riforma un libro dei sogni, e che al culmine della disillusione innesca il movimento pendolare della restaurazione, che è la risposta sbagliata a problemi reali.

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

Può esservi nuova e maggiore occupazione se la produttività del lavoro è bassa, come conferma l’Istat per l’Italia? A leggere l’intervista rilasciata dal commissario per la spending review, Yoram Gutgeld, al Corriere della sera del 16 novembre, parrebbe proprio di sì e che, in più, prima le politiche debbono favorire l’occupazione, mentre la produttività può considerarsi come un accessorio subordinato.

Tra tutte le cose di cui ci saremmo anche stancati, col dibattito tribale che le accompagna, c’è sicuramente lo stato del mercato del lavoro. Ma il dato Istat di oggi, riferito al mese di settembre, non può essere serenamente ignorato visto che conferma ed accentua, su base annuale, quanto si vede da qualche tempo. E cioè che il tempo determinato è ormai quasi padrone del campo, nella creazione di nuovi impieghi, mentre il tempo indeterminato diventa sempre più raro. Spazio per riflessioni politiche serie ce n’è molto, ma è assai improbabile che venga utilizzato.