Le leggi antitrust si limitano a tutelare i consumatori dagli aumenti dei prezzi ma dimenticano i dipendenti

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Da ormai molto tempo si rileva un andamento fortemente diseguale nella ripartizione dei benefici della crescita economica, tra lavoro e capitale. Negli Stati Uniti, dalla metà degli anni 70, la crescita della produttività non ha determinato corrispondenti aumenti delle retribuzioni reali, che sono invece risultate stagnanti, crescendo di solo il 3% al netto dell’inflazione mentre la quota di valore aggiunto catturata dal capitale ha segnato una forte crescita.

Il Centro Studi Confindustria ha prodotto una nota in cui si analizzano portata e criticità del reddito di inclusione e di quello di cittadinanza. Nel primo caso sulla base di legislazione esistente, nel secondo da quanto risulta da un ddl del 2013 presentato dal M5S. Sul fatto che il sindacato degli imprenditori prediliga il REI, non ci piove. Ma il documento analizza in modo laico anche quello che manca al RdC per diventare uno strumento compiuto di welfare, sia di attivazione (welfare-to-work) che di inclusione, ammesso che le due funzioni possano realmente coesistere in un unico strumento. Quello che emerge è ciò che sappiamo da sempre: e cioè che il reddito di cittadinanza è una scatola vuota, molto colorata ed attraente, che ha solo finalità di acchiappa-consenso elettorale.

A proposito di Primo Maggio: oggi sul Sole si dà conto dell’avvio di una sperimentazione che di fatto raccorda ammortizzatori sociali e politiche attive del lavoro per evitare licenziamenti collettivi. Si tratta della circolare che prevede che l’attivazione dell’aiuto alla ricollocazione, che si sostanzia in un assegno erogato non al lavoratore ma all’agenzia che ne cura l’outplacement, possa scattare già in caso di messa in cassa integrazione straordinaria e non, come accade ora, dopo almeno quattro mesi di disoccupazione. Nel complesso, sono sostegni piuttosto generosi ma con una specifica che lascia perplessi.

Oggi sul Corriere potere leggere la notizia di una “sperimentazione” di welfare che riguarda alcuni lavoratori Alitalia. Mentre la compagnia si accinge a prorogare per l’ennesima volta la cassa integrazione per 1.300 amministrativi, per un anno, per 320 di essi si prevede anche l’accesso all’assegno di ricollocazione, “in costanza di rapporto di lavoro”. Un welfare iper-scandinavo nel Belpaese, ma solo se lavorate per la cosiddetta compagnia di bandiera.

Sotto la spinta del presidente francese Emmanuel Macron, che ne aveva fatto uno dei punti qualificanti della sua piattaforma elettorale, si è ormai prossimi a modificare la norma europea sui cosiddetti lavoratori distaccati (posted workers), dopo l’accordo tra una maggioranza di governi ed il parlamento europeo. Proteste dei paesi dell’Est che beneficiano della direttiva, in particolare della Polonia, a cui giunge il messaggio che una comunità di stati si regge sul compromesso e non sulla estrazione unilaterale di benefici. Ottima occasione per fare il punto su come declinare le spinte nazionalistiche in un contesto cooperativo sovranazionale.

Oggi Eurostat ci informa che i giovani italiani di età compresa tra 20 e 34 anni che risultano occupati non hanno dovuto spostarsi per trovare occupazione nel 98% dei casi, mentre solo l’1% ha dovuto incomodarsi. Per contro, dei disoccupati della stessa coorte anagrafica, il 60% degli italiani non ha intenzione di spostarsi, né all’interno del Paese né in Ue o EFTA.

La misura è appena partita. Ma secondo l’Ocse è destinata a fallire nel suo obiettivo principale: aumentare l’occupazione

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Il primo gennaio dello scorso anno partiva in Finlandia la sperimentazione di un reddito universale di base (UBI, Universal Basic Income), destinato ad un campione duemila disoccupati estratti a sorte, di età compresa tra 25 e 58 anni, a cui viene erogata una somma mensile di 560 euro prima delle imposte, senza obbligo di cercare o accettare un impiego durante i due anni della sperimentazione, e continuando a ricevere lo stesso importo anche in caso di occupazione.

Siamo a marzo 2018, come gli osservatori più attenti tra voi avranno notato. Quindi siamo entrati da quasi tre mesi nell’anno che segnerà la fine della decontribuzione da 8.060 euro annui per gli assunti a tempo indeterminato del 2015 che nei sei mesi precedenti l’assunzione non risultavano avere un rapporto a tempo indeterminato. C’è chi ha già iniziato a fare analisi.

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

insistere sulla sostenibilità, oggettivamente molto dubbia, del reddito di cittadinanza non ha forse molto senso, anche l’altrettanto oggettiva scarsa probabilità di vederlo realizzare, visto che ciò presupporrebbe la formazione di un Governo ad oggi piuttosto complicata. Il tema, tuttavia, resta di estremo interesse perché il confronto tra il progetto di reddito di cittadinanza (che resta per ora solo un progetto) ed il reddito di inclusione (Rei), invece già, operante, è al centro dell’attenzione e dell’esame di alcuni (in particolare, Ella, caro Titolare, Chiara Saraceno su LaVoce.info e Stefano Feltri su Il Fatto Quotidiano del 14 marzo 2018).