Su lavoce.info, un interessante articolo di Chiara Giannetto e Mario Lorenzo Janniri cerca di identificare tutte le criticità attuali dei centri per l’impiego. L’argomento, se leggete questi pixel con regolarità, non vi sarà inedito, visto che di esso ha scritto assai estensivamente il nostro Luigi Oliveri. Io invece vorrei rilevare e ribadire un punto ed uno solo. Quello sui cui casca l’asino della propaganda.

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

alla fine pare di aver capito quali saranno le fonti di finanziamento del reddito di cittadinanza. Un pot pourri proveniente in parte da politiche passive (Naspi, Asdi e DisColl), da finanziamenti europei (Garanzia Giovani), da politiche sociali (Rei, reddito di inclusione sociale) e da bonus (gli 80 euro e i 500 euro per studenti congegnati da Renzi). Vedremo con la legge di bilancio per il 2019 se i circa 17 miliardi reperiti tramite la nuova destinazione delle risorse finalizzate agli interventi descritti prima saranno confermati.

Nei giorni scorsi, sul sito di analisi e proposte di politica economica di sinistra con venature sovraniste “Economiaepolitica“, è stata pubblicata una proposta di “riordino” delle spese sociali previdenziali, assistenziali e di stimolo fiscale esistenti, finalizzato al finanziamento di un reddito di cosiddetta cittadinanza, costante e permanente, che l’autore della proposta qualifica (bontà sua) “condizionato”, pur senza mai sporcarsi le mani con declinazione operativa di tale condizionalità.

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

mentre si favoleggia di una riforma della pubblica amministrazione ispirata (niente meno) che alla “concretezza” e alla valutazione sulla base di obiettivi “sfidanti” (nessun “governo del cambiamento” riesce a superare il lessico vano alla Brunetta), forse per giungere a concrete modalità di buona gestione basterebbe applicare il semplicissimo senso comune.

Mentre prosegue il tormentato e lentissimo iter parlamentare di conversione del decreto dignità (sic), segnaliamo l’ultima performance del vicepremier e bisministro Luigi Di Maio, l’uomo che ha un conto in sospeso coi numeri e che si avvia ad un gigantesco regolamento di conti con la realtà.

Una caratteristica della nostra classe politica è quella di azzuffarsi come i capponi di Renzo su questioni ideologicamente cariche e spesso altrettanto dannose per l’economia, mentre viene ignorata l’essenza del problema, che tende quindi a persistere ed aggravarsi. Nel solco di questa fulgida tradizione appare anche l’iter parlamentare del cosiddetto decreto dignità.

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

appreso che della “manina” in via Veneto lo sapevano da una settimana, sarebbe interessante adesso soffermarsi un attimo sul merito dell’ormai celeberrima relazione tecnica che stima una perdita di 8.000 posti di lavoro in ragione di anno, come effetto del “decreto dignità”.

Mentre attendiamo di capire se ed in che direzione il parlamento modificherà il cosiddetto decreto dignità, iniziano a filtrare gli orientamenti dell’esecutivo in materia di incentivi al tempo indeterminato, che sarebbe dovuta essere la via maestra ma che è stata sinora ignorata. Anzi, al tempo indeterminato è stata pure affibbiata una penalizzazione aggiuntiva con l’aumento del 50% dell’indennizzo per licenziamenti illegittimi. Ma andiamo con ordine.

Negli Usa le imprese assumono perfino i galeotti o investono sui robot, in Giappone si offrono benefit e bonus

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

In Occidente viviamo un periodo storico in cui la tendenza dominante sta diventando quella di ridurre l’immigrazione, percepita come ostacolo al raggiungimento del pieno impiego autoctono e causa di stagnazione salariale e consumo di risorse di welfare. La Brexit è nata anche o soprattutto su questi presupposti, malgrado il Regno Unito fosse in condizioni di pieno impiego pur se con crescita della produttività molto debole.