di Vitalba Azzollini

Egregio Titolare,

nel corso degli ultimi anni si è avuto talora il sospetto che il precedente governo non avesse le idee sufficientemente chiare sul significato delle parole con le quali propagandava alcuni provvedimenti e sul legame concettuale fra esse esistente. La verifica dei risultati dimostra che il sospetto era fondato. In particolare, il riferimento è alle parole “merito”, “concorrenza” e “trasparenza”, relativamente alla riforma della scuola.

Ma voi lo ricordate, il furioso dibattito sull’anticipo del Tfr in busta paga? Ricordate l’enorme potenziale della misura, modello libertario come pochi altri, che libera dal bisogno o consente di privilegiare più consumi, in caso vi pungesse vaghezza di titillare il vostro lato epicureo? Datemi un Tfr in busta paga e solleverò il mondo. Come spesso accade nel dibattito pubblico italiano, fatto di crassa ignoranza e propaganda d’accatto, anche questo “esperimento” appare ben avviato a finire nella spazzatura della piccola storia di un paese di parolai.

Pare che la rivoluzionaria idea della neo-mamma Mariastella Gelmini di mettere un tetto del 30 per cento al numero di bambini stranieri nelle classi, lanciata lo scorso febbraio, sia già stata rapidamente derubricata da atto regolamentare in abituale attesa di attuazione a proclama pre-elettorale. Nell'”atto di indirizzo”, o comunque lo si voglia definire, era previsto che gli uffici scolastici regionali avrebbero dovuto valutare caso per caso, verosimilmente sulla base della definizione di “bambino straniero” (inclusi quelli nati in Italia e che sono poliglotti, parlando correntemente l’italiano e spesso pure i dialetti locali), e realizzare accordi di rete tra distretti scolastici.