Patto educativo di corresponsabilità: il contratto che non lo era

In tempi di pandemia, può accadere che a un vademecum di obiettivi condivisi tra scuole, studenti e famiglie venga attribuita l'impropria valenza di contratto

di Vitalba Azzollini

Tra le novità per le famiglie, con la riapertura delle scuole, c’è la firma del cosiddetto “Patto educativo di corresponsabilità” integrato con le regole per contrastare la diffusione del Covid-19. Il Patto – che esiste dal 2007 (d.P.R. n. 235) e dallo scorso anno è stato esteso anche alla scuola primaria – rappresenta lo “strumento base dell’interazione scuola-famiglia”, attraverso “i principi e i comportamenti” che questi attori “condividono e si impegnano a rispettare”. Esso, infatti, va sottoscritto contestualmente all’iscrizione” ed è finalizzato a “definire in maniera dettagliata e condivisa diritti e doveri nel rapporto tra istituzione scolastica autonoma, studenti e famiglie”. Nella nota di accompagnamento al decreto, l’allora ministra dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini, precisò che con il Patto si era inteso consentire “alla comunità educante di rispondere …con maggiore severità sanzionatoria” a fenomeni “di violenza, di bullismo o comunque di offesa alla dignità ed al rispetto della persona umana”, mediante l’indicazione delle regole da osservare. 

Da quest’anno la funzione del Patto è stata ampliata, come accennato. Il protocollo d’intesa nazionale sulla sicurezza per il contenimento della diffusione del Covid-19 tra il Ministero dell’Istruzione e i sindacati della scuola, del 6 agosto scorso, ha previsto che il documento fosse arricchito con regole relative ai rischi derivanti dal Coronavirus. E così molti istituti, alla riapertura, hanno chiesto alle famiglie la firma della nuova versione.

Negli esempi di Patto che si trovano in rete possono leggersi, in aggiunta agli obblighi già esistenti, quelli più specificamente riguardanti la situazione in atto, a carico dei diversi soggetti in ambito scolastico: tra gli altri, per la scuola, interventi di carattere organizzativo e informativo finalizzati a prevenire la diffusione del Covid-19; per le famiglie, il monitoraggio dello stato di salute dei propri figli, il rispetto (e l’educazione al rispetto) di regole igieniche, la vigilanza circa alcune condotte; per gli studenti, l’osservanza delle misure per prevenire e contrastare la diffusione del Covid-19 e la collaborazione con insegnanti, operatori scolastici e compagni di scuola. L’autonomia delle scuole consente di declinare il documento nelle modalità e con le regole più varie.

E così il Patto, concepito come condivisione di intenti pedagogici per garantire la salute “relazionale”, è stato adattato alla tutela della salute in senso stretto. Ma un conto è assumere impegni educativi, altro invece impegni di tipo sanitario nel corso di una pandemia: la “corresponsabilità”, alla quale il Patto è intitolato, potrebbe assumere una diversa valenza. Peraltro, sul sito web di diversi istituti si afferma che il Patto ha natura “contrattuale”, e ciò ha allarmato alcuni genitori. Può essere utile, pertanto, fornire chiarimenti, perché sulla scuola non si crei più confusione di quella che già c’è.

Innanzitutto, il Patto non è un contratto: come visto, esso nasce come una sorta di dichiarazione congiunta di obiettivi comuni, con un approccio anche disciplinare al fine di far fronte a “comportamenti riprovevoli” o connotati da “disvalore sociale”. E si dubita molto che integrarlo con regole di condotta inerenti all’emergenza Coronavirus possa mutarne la natura.

In secondo luogo, i Patti che possono leggersi sui siti web delle scuole sanciscono, con riguardo al Covid-19, impegni che o sono già previsti da norme vigenti (dunque, ribadirli non aggiunge niente, salvo creare l’ormai usuale pasticcio fra fonti del diritto), oppure non sono previsti da altre disposizioni, e allora ci si chiede se averli inseriti nel Patto comporti conseguenze sul piano del diritto. 

Al riguardo, sebbene esso abbia nel titolo la parola “corresponsabilità”, la sua sottoscrizione serve solo a condividere tra scuole e famiglie informazioni e incombenze circa condotte “igieniche” per contenere la pandemia, non anche le responsabilità di un eventuale contagio. In questo caso, infatti, se pure la scuola dimostrasse di aver adottato ogni misura organizzativa e protettiva prevista in norme, protocolli e linee guida, l’adesione al Patto non sposterebbe automaticamente la responsabilità in capo ai genitori: essa andrebbe comunque accertata puntualmente nelle sedi preposte.

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In altre parole, vale anche per i genitori ciò che il Ministero dell’Istruzione ha precisato per i dirigenti scolastici con una nota del 20 agosto, a seguito di una ricognizione del quadro normativo vigente: in caso di contagio, sussistono “gli ordinari criteri di imputazione della responsabilità, (…) a partire da una rigorosa verifica del nesso causale”. Inoltre, già nella citata nota della ministra Gelmini, che accompagnava il Patto come concepito originariamente, si diceva – con “riferimento alla responsabilità civile che può insorgere a carico dei genitori (…) per eventuali danni causati dai figli a persone o cose durante il periodo di svolgimento delle attività didattiche” – che “i genitori, in sede di giudizio civile, potranno essere ritenuti direttamente responsabili dell’accaduto, anche a prescindere dalla sottoscrizione del Patto di corresponsabilità”.

Dunque, la firma così come la sua assenza non può comportare alcun effetto sul piano del diritto: in ipotesi di danni, derivanti da contagio per Coronavirus o da altro, la responsabilità va accertata e dimostrata in concreto con gli strumenti ordinari.

Infine, se al Patto si attribuisse una valenza contrattuale, si arriverebbe pure a sostenere che, in caso di mancata sottoscrizione, all’alunno possa essere preclusa l’entrata a scuola: da ciò scaturirebbe la conseguenza di poter incidere su un diritto costituzionalmente garantito, quello all’istruzione. In altri termini, si consentirebbe di ledere un diritto riconosciuto come fondamentale dalla Dichiarazione universale dei diritti umani dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Purtroppo, secondo quanto emerge dalle cronache, l’esclusione di alunni dalla scuola è ciò che pare sia minacciato, o addirittura stia accadendo, dinanzi a genitori che non vogliono firmare il documento. Ed è cosa oltremodo grave, perché induce il sospetto che alcune scuole utilizzino il Patto di corresponsabilità a fini impropri.

In conclusione, l’obiettivo del Patto sembra solo quello di dare regole certe alle famiglie. Ma ciò significa pure che la certezza del diritto, la quale dovrebbe essere garantita dalle relative fonti, non è tale. Del resto, norme, protocolli e linee guida costituiscono, anche in tema di scuola, un puzzle regolatorio talora difficile da comporre. E se a un documento con valore “morale” viene attribuito il compito di sistematizzare e condensare con chiarezza le regole vigenti, colmando lacune di conoscenza e comprensione, significa che un virus ha infettato l’ordinamento. E non è il Covid-19.

Foto di Alexandra_Koch da Pixabay

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