Insegnanti della scuola d’infanzia: un caso di mancate politiche attive del lavoro

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

la gravissima carenza di efficienti politiche del lavoro è perfettamente testimoniata dalla grottesca vicenda degli insegnanti delle scuole d’infanzia. Il tutto nasce dalla sentenza 117/2017 dell’Adunanza plenaria del Consiglio di stato che ha sancito l’esclusione dalle graduatorie ad esaurimento degli insegnanti delle scuole dell’infanzia privi di laurea. In termini meno burocratici, l’estromissione dalle graduatorie ad esaurimento implica l’eliminazione della possibilità di una chiamata per un’assunzione a tempo indeterminato.

La prospettiva aperta dalla sentenza è stata, dunque, quella dell’inserimento di questi insegnanti nelle graduatorie di istituto, per supplenze, ovviamente a termine.

Il cosiddetto “decreto dignità” nelle intenzioni avrebbe dovuto porre rimedio al problema, ma subito il Governo, prima, ed il Parlamento, poi, si sono trovati stretti nei passaggi della scelta se aprire le porte dei posti disponibili, molto inferiori rispetto alle decine di migliaia di aspiranti, agli insegnanti non laureati, riducendo quindi le possibilità per i laureati (con tanti saluti al “merito”); oppure puntare sui titoli di studio ed i corsi seguiti da chi si è laureato di recente, ma privare quasi definitivamente di prospettiva gli insegnanti diplomati anche molti anni fa.

Il risultato del decreto dignità non poteva che essere un pastrocchio e così puntualmente è avvenuto. Meno del 20% dei maestri diplomati potrà contare, per l’anno scolastico 2018-2019, su un contratto a termine di 10 mesi; tutti gli altri dovranno accontentarsi di supplenze sporadiche e brevi. Ma, nel frattempo, il decreto avvia l’ennesimo “concorsone” nella pubblica amministrazione, che allo scopo di non scontentare nessuno abbassa notevolmente i requisiti di merito culturale: così nella guerra tra aspiranti insegnanti delle scuole di infanzia si dà un contentino a tutti, laureati e non laureati, innescando un processo decennale al termine del quale i non laureati andranno in pensione, così da estromettersi da soli dalle graduatorie per le cattedre a tempo indeterminato.

Potrebbero volerci qualcosa come 29 anni per assorbire tutti i vincitori del “concorsone”, che nel frattempo, quindi, languirebbero nella graduatoria fino a che pensione non giunga.

Ora, al di là di qualsiasi valutazione critica sulla capacità oggettivamente bassa del “decreto dignità” di porre rimedio ad una situazione kafkiana, comunque frutto di decenni di gestione delle assunzioni nella scuola a dir poco “disinvolta”, fabbrica di produzione 24 ore su 24 di precariato a non finire, la vicenda andrebbe guardata da un altro punto di vista: quello delle politiche del lavoro.

Come si dimostra, sostanzialmente l’aspirazione – legittima, ci mancherebbe – all’insegnamento nella scuola pubblica, anche a causa appunto delle politiche del personale degli ultimi 40 anni, finisce per produrre centinaia di migliaia di persone “intrappolate” nel gioco perverso dello stop and go di contratti precari, più o meno lunghi e discontinui, nella pubblica amministrazione. Senza nessuna alternativa seria.

Le politiche del lavoro non sono solo il, pur fondamentale, approccio dell’incontro tra domanda e offerta che sfocia in un contratto. Questo è il termine di un processo molto più lungo che dovrebbe partire dall’attivazione della persona. Per “attivazione” si intende mettere la persona in condizione proprio di non restare né inerte e rassegnata alla disoccupazione, né rinchiusa in un recinto limitato, che non consente effettivi sbocchi.

I servizi per il lavoro dovrebbero poter offrire estese funzioni di orientamento, per aprire alle persone orizzonti e prospettive diverse, passando per momenti di formazione e di esperienza di contatto con le imprese, cercando anche la riqualificazione in settori diversi da quelli strettamente legati alle aspirazioni.

È evidente che occorre rispettare e dove possibile valorizzare aspirazioni e propensioni e studi di chi cerca lavoro. Ma, in un Paese come l’Italia, nel quale il problema vero del mercato del lavoro non è tanto il pur rilevante tema del tasso di disoccupazione, bensì il troppo basso tasso di occupazione (intorno al 58%, lontanissimo da quel 75% predicato dagli accordi internazionali).

Un concorsone o un concorsino, come quelli immaginati dal “decreto dignità” restano solo un palliativo che produce, per decenni e decenni, solo aspiranti docenti sfiduciati ed amareggiati, oltre a contenziosi infiniti, con sentenze contraddittorie almeno quanto lo sono le norme che riescono solo a mettere toppe ai buchi.

Lasciare che circa 40.000 persone restino per anni a galleggiare in graduatorie, senza una effettiva prospettiva di lavoro, senza nemmeno provare ad attivare politiche di orientamento e formazione finalizzate ad una riqualificazione nel mercato del lavoro, implica rinunciare in partenza al tentativo di elevare la soglia degli occupati ed accettare lo stato delle cose.

Questo specifico aspetto del decreto dignità, la sostanziale inefficacia del rimedio all’eccesso di offerta di docenti della scuola dell’infanzia rispetto ai posti disponibili, è emblematico del più ampio e drammatico problema dell’assenza di interventi concreti sulle politiche attive del lavoro, lacuna esistente si potrebbe dire da sempre nell’ordinamento e che il Jobs Act non ha colmato, nonostante gli intenti. Così come non l’ha nemmeno sfiorata il “decreto dignità”, preso com’è il Legislatore dall’idea che il lavoro si crei con norme che regolano i contratti di lavoro e non con interventi di rilancio dell’economia e di creazione delle condizioni perché le persone siano in grado di svolgere più lavori, anche diversi, nel corso della vita, con continui ed adeguati interventi formativi e di welfare nel periodo delle transizioni tra un’occupazione e l’altra.

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Caro Luigi, tocchi un punto fondamentale: la realizzazione delle aspirazioni professionali delle persone. Io però non posso fare a meno di chiedermi quale sarebbe stata la reazione di questi “abilitati” se si fossero visti proporre collocazioni alternative alla loro professionalità, esistente o meno, ed alle loro competenze, a causa della impossibilitò di collocarli nell’ambito per cui si erano candidati. Avremmo avuto strepiti di violenza e coartazione della sacrosanta vocazione? Di certo, pare che in questo paese prevalga l’antico feticcio che la “vittoria” di un concorso è come un diamante, cioè per sempre, e che quindi vale la pena restare precari nei decenni. Ma forse sono troppo cinico ed irrispettoso delle imprescindibili vocazioni. (MS)

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