Sempre più deficit, sicurezza sociale sbilanciata e salari ridotti. Ma anche riforme, investimenti e banche ripulite

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

La Spagna pare violare la forza di gravità ed il senso comune: un paese privo di governo da dieci mesi, quindi imprigionato in una gabbia di incertezza, e che tuttavia continua a crescere ad un passo invidiabile. Ma un paese che è anche violatore seriale delle regole della Commissione europea sul bilancio pubblico, e che di recente è stato “graziato”, non subendo sanzioni per tali sforamenti. La Spagna chiuderà il 2016 con un rapporto deficit-Pil al 4,6%, mentre le previsioni di primavera della Commissione Ue ipotizzavano il 3,9%. Attesa una crescita del Pil intorno al 3%, in lieve rallentamento il prossimo anno.

Da qualche giorno il Partito democratico ed il nostro vulcanico premier hanno deciso di tentare di confutare la palmare evidenza di una ripresa indotta in misura determinante da fattori esterni utilizzando un nuovo argomento: lo spread tra il rendimento del titolo di stato decennale italiano e quello spagnolo. Questa, a giudizio dei piddini, sarebbe la prova provata del fatto che l’Italia sta facendo di più e meglio di altri, a parità di congiuntura. Analizziamo anche questa (sospiro).

(Post solo vagamente tecnico, non fatevi spaventare dal titolo)

Nella misurazione del Pil e della sua variazione, oltre alle grandezze reali (cioè depurate dall’inflazione), è importante ed opportuno considerare anche le grandezze nominali, cioè inclusive dell’effetto-prezzi. Questo perché il servizio del debito avviene su base nominale e contrattualmente predeterminata. In altri termini, le cedole del debito pubblico vanno pagate al livello prefissato in sede di emissione di un titolo, a prescindere dal tasso di inflazione o deflazione che un paese sperimenta.

Disclaimer: questo non è un post volto a magnificare i “successi” dell’economia spagnola. Né ha ambizioni di analizzare i dati dal punto di vista delle unità di lavoro equivalenti in corso d’anno, anche perché non disponiamo di quel numero. No: questo post vuole solo offrirvi, per le vostre chiacchiere da aperitivo o comunque da convivio, un paio di spunti su cui riflettere.

Oggi la Spagna ci mostra quello che accade quando si realizza che questa crisi produce disoccupati di lunga durata, ad alto rischio di inoccupabilità. Sarà opportuno seguire da vicino fenomeni del genere, perché anche noi Grandi Riformatori italiani, con il nostro morticino chiamato Job Act, presto dovremo ragionare su queste problematiche. E scoprire, o meglio riscoprire, che abbiamo una gravissima penuria di risorse fiscali.

Delle due l’una: o abbiamo un premier che è diventato improvvisamente keynesiano ultra-ortodosso, oppure la narrativa degli “sprechi” tagliati, e che quindi per definizione non impattano sulla domanda, è solo una fiaba. Sulla promessa di ridurre ulteriormente il costo del lavoro mediante riduzione di spesa (segnatevela, questa) fatta ieri da Vespa (il luogo dove di solito si va a far promesse al parco buoi elettorale, in ogni era geologico-politica), Matteo Renzi dixit:

«Non subito verranno fuori dati positivi, perché quando tagli la spesa tagli dei denari che circolano, magari all’inizio si balbetta un po’»

E non è tutto.