In una interessante analisi del potenziale ruolo di Cuba nel contribuire a raffreddare le crescenti tensioni in Venezuela, alcuni dati evidenziano la singolare risorsa diplomatica e di export dell’isola caraibica, in quella che già molti anni addietro era una delle maggiori fascinazioni per la confusa sinistra italiana: i medici.

Ieri l’altro Moody’s ha svalutato il rating sovrano del Venezuela in valuta locale ed estera, portandolo ad un orrido Caa1 e con outlook negativo, motivando la mossa con i “sempre più insostenibili sviluppi macroeconomici, un’inflazione fuori controllo ed un forte deprezzamento del cambio parallelo”. Non è l’assalto degli imperialisti ma la realtà che bussa alla porta. Il governo di Caracas risponde in modo ovviamente disfunzionale, ma la situazione è talmente compromessa che ogni tentativo di ritorno alla realtà sarà pagato a carissimo prezzo.

di Mario Seminerio

Contrariamente agli entusiasmi con cui è stata accolta in Occidente da (quasi) tutti, la prima sconfitta del presidente venezuelano Hugo Chavez in una consultazione nazionale non sembra destinata a fermare la marcia dell’autocrate di Caracas verso la fatale socializzazione dell’economia venezuelana. Infatti, Chavez, può ancora contare sul controllo di tutti i 167 seggi del Congresso e dei 32 membri della Corte Suprema, oltre a disporre dei poteri esecutivi per governare a colpi di decreto almeno fino a luglio 2008. Con questi strumenti, egli potrà tentare di attuare almeno alcuni dei punti dell’agenda di “riforme” bocciate nella consultazione del 2 dicembre. Anche se la costituzione venezuelana impedisce al presidente di proporre gli stessi emendamenti per la seconda volta, Chavez potrebbe comunque far eleggere un’assemblea costituzionale, aggirando di fatto il divieto. Nel frattempo, le “riforme socialiste” vanno avanti.

Hugo Chavez sta tentando di estromettere il Fondo Monetario Internazionale dal Sudamerica, la regione che un tempo generava il maggior volume di prestiti erogati dall’organismo sovranazionale. L’attività di credito del FMI nell’area è scesa a soli 50 milioni di dollari, meno dell’1 per cento del suo portafoglio globale, contro l’80 per cento del 2005. Nel frattempo, Chavez ha utilizzato il petrolio per prestare 2.5 miliardi di dollari all’Argentina, e ne ha offerti 1.5 miliardi alla Bolivia e 500 milioni all’Ecuador.

Chavez sta tentando di promuovere quella che egli definisce un'”alternativa socialista” al FMI ed al suo maggior azionista, il Tesoro statunitense. Il portafoglio crediti del Fondo si è progressivamente ridotto a 11.8 miliardi di dollari, dal picco di 81 miliardi nel 2004 ed una singola nazione, la Turchia, conta oggi per circa il 75 per cento del volume totale di credito erogato.