Nichi Tafazzi, harakiri non è un buon business

Wednesday, 13 March, 2013

in Adotta Un Neurone, Economia & Mercato, Famous Last Quotes, Italia

Nei giorni scorsi i vertici di Bridgestone Europe hanno comunicato l’avvio delle procedure per la chiusura dello stabilimento di pneumatici per auto di Bari-Modugno. Bridgestone prevede la cessazione delle attività dello stabilimento non oltre la prima metà del 2014. La fabbrica di Bari è uno degli otto impianti di pneumatici del gruppo in Europa, e dà lavoro a 950 persone dirette, senza contare l’indotto. Al di là della dolorosa vicenda, colpisce soprattutto la reazione del potere politico locale, improntata ad incoerenza e scarsa comprensione delle dinamiche economiche. Ma c’è anche spazio per una spruzzata di spesa pubblica della peggiore specie.

Intanto, è del tutto verosimile che il taglio di capacità produttiva sia legato alla crisi globale. Si decide di sacrificare di solito l’impianto meno produttivo, cioè quello con la struttura di costi più elevata. Questo possiamo solo ipotizzarlo perché l’alternativa (che l’azienda chiuda un impianto di eccellenza a costi globalmente competitivi) è semplicemente non verosimile, a meno di ammettere che il management della società sia composto da imbecilli. Non sappiamo se l’impianto potrebbe sopravvivere adottando tagli più o meno profondi della struttura di costo, a partire da quello del lavoro, ma non solo. Saranno i vertici aziendali ad esplicitare al nostro governo, nella persona del ministro per lo Sviluppo Economico, Corrado Passera, se e quali margini di manovra possano esserci da questo versante.

Ciò che lascia eufemisticamente perplessi è invece la reazione del potere politico locale. Il sindaco di Bari, Michele Emiliano, si è detto disponibile ad “occupare la fabbrica” assieme ai sindacati, in caso questi ultimi decidessero “forme di lotta più incisive”. Non è dato sapere a quali benefici possa condurre un’occupazione, ma tant’è. Il governatore pugliese, Nichi Vendola, sembra invece optare per l’appoggio ad una iniziativa di boicottaggio dei prodotti Bridgestone lanciata sul web (dove ormai razionalità e buonsenso sembrano aver perso definitivamente diritto di cittadinanza) da parte di alcuni rivenditori di pneumatici.

Il titolo di oggi de l’Unità in effetti è una sfida al senso comune: «”Boicottare Bridgestone” per salvare il lavoro». Sarebbero stati preparati un manifesto e delle spillette, riferisce il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, e c’è pure un claim molto suggestivo: “Harakiri non è un buon business”, con una descrizione degna di un film di Dario Argento: “La lama conficcata nello pneumatico, la scia di sangue che scende”. A ruota (è proprio il caso di dirlo) il bellicoso proclama di Vendola: “Possiamo colpire la Bridgestone nell’onore e nella reputazione”. Ma non specifica perché. Se Bridgestone ha un impianto divenuto antieconomico a causa della crisi globale e (probabilmente) di strutture di costo da sistema-paese che non aiutano a restare competitivi, quale sarebbe il problema di onore e reputazione?

E ancora: nello sciagurato caso in cui tale campagna di boicottaggio partisse, chi sosterrebbe i costi di “merchandising” di manifesti, spille e gadget? Forse la Regione Puglia, con denaro pubblico diversamente utilizzabile? Per non essere da meno di Vendola, il sindaco di Bari,  l’ex magistrato Michele Emiliano, si è lanciato in surreali lodi dell’old economy, un minuto dopo aver dichiarato al popolo le verosimili motivazioni della chiusura dell’impianto:

«Questa è una fabbrica di quelle all’antica, dove non si sta davanti ad un computer ma si lavora con i macchinari»

Che, detta così, fa pensare che la produttività non sia esattamente il punto di forza dell’impianto barese, soprattutto dopo che Emiliano ha pronunciato quest’altra frase, in cui la chiusura dell’impianto

«(…) sembra che abbia come ragione la vetustà dello stabilimento, incapace di produrre pneumatici di alta gamma»

Questa pare proprio una voce dal sen fuggita. Ma torniamo all’idea del boicottaggio, e cerchiamo di affrontarlo secondo “aride” categorie economiche, che poi sono le uniche in grado di permettere di leggere il mondo e di fare la differenza tra la realtà e le narrative da tribuni della plebe destinate a sbriciolarsi sotto il peso di dissonanze cognitive. Ipotizziamo, dunque, che la campagna di boicottaggio parta, magari finanziata dai soldi pubblici della Regione Puglia. Chiediamoci preliminarmente quante possibilità abbia di andare a buon fine, e che accadrebbe in caso di successo.

In primo luogo, chi sarebbero i consumatori aderenti al boicottaggio? Verosimilmente quelli baresi o pugliesi. Si tratta di una reale massa d’urto, in grado di mettere in ginocchio Bridgestone? O davvero Vendola ed Emiliano pensano di trovare adesioni fuori dal comprensorio produttivo più direttamente colpito dalla eventuale chiusura? E’ verosimile, quindi, che Bridgestone non subirebbe danni rilevanti. Ipotizziamo inoltre, diremmo per assurdo, che in Puglia si finisca col non vendere più un solo pneumatico Bridgestone, neppure in caso di importazione a costi inferiori a quelli italiani correnti. Le marche di pneumatici rimaste a servire il mercato pugliese si troverebbero improvvisamente con un aumentato potere di mercato, e finirebbero (con buona probabilità) con l’alzare i prezzi. E’ realistico, tutto ciò? I consumatori baresi e pugliesi sarebbero disposti a sostenere un sovrapprezzo da ridotta concorrenza (l’equivalente di una imposta) per “vendicare” un migliaio di concittadini che non riavrebbero comunque il proprio posto di lavoro? A noi pare difficile, e a voi?

La morale, se ce n’è una? Che il boicottaggio rappresenta certamente uno strumento di pressione (chiedere ai costruttori giapponesi di auto in Cina), ma solo se i rapporti di forza tra consumatori e produttori lo consentono. Diversamente, siamo a metà strada tra la farsa e lo spararsi nei gemelli con un cannone al solo scopo di fare un dispetto alla moglie. E’ probabile che, con questa sceneggiata, Emiliano e Vendola cerchino di ottenere il mantenimento in vita dell’impianto, magari passando attraverso pesanti sacrifici retributivi delle maestranze e/o sussidi pubblici per compensare tutte le esternalità negative del territorio e di un paese che sta tragicamente scivolando verso il baratro, ma resta che lanciare proclami di questo tipo fa ridere, se non ci fosse da piangere. Questi sono i frutti avvelenati dell’incultura economica e di un politicismo sterile destinato a sbriciolarsi contro la realtà.

Ma alla fine, almeno lo slogan è impeccabile: “Harakiri non è un buon business”. Solo che Vendola ed Emiliano dovrebbero ricordarlo a se stessi, più che a Bridgestone.

E comunque, un grande in bocca al lupo e massima solidarietà al personale italiano di Bridgestone.

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