Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Chi ha paura del rating cattivo?

in Economia & Mercato/Italia

Dopo il declassamento del debito sovrano italiano per opera di Standard & Poor’s, e dopo l’abituale orgia di esegesi propagandistica, anti- e filogovernativa, annaffiata da abbondante pensiero magico, vediamo di farci delle domande e darci delle risposte, nei limiti della nostra assai ridotta comprensione di questi riti esoterici.

Secondo S&P siamo sull’orlo della spazzatura!
Questa è la solita definizione di colore molto amata dalla stampa italiana, che traduce alla lettera la definizione di junk che viene data al debito che si trova sotto una determinata soglia di merito di credito, che per S&P è BBB- (l’attuale rating sovrano italiano), e per Moody’s è Baa3.

Si, ma in concreto perché è accaduto? E cosa cambierà per noi?
Beh, a leggere le motivazioni del declassamento pare che S&P sia preoccupata per la persistente incapacità del nostro paese di produrre crescita, che in ultima istanza è ciò che rende davvero sostenibile il debito. Direi che, viste le continue revisioni al ribasso delle previsioni di crescita per l’Eurozona e per noi, quella di S&P è pura banalità. Nell’immediato non cambierà pressoché nulla, perché le agenzie di rating sono uscite da questa crisi piuttosto male, in termini di credibilità, e comunque la loro capacità di “muovere i mercati”, come si dice, è venuta meno, da tempo.

Ovvio che la credibilità delle agenzie di rating è venuta meno! Loro sono quelli che davano la tripla A a Lehman e Parmalat un attimo prima che fallissero!
Questa è una vecchia canzoncina, ad uso degli ignoranti, che occorrerebbe far smettere. Intanto, prima dell’inizio dei rispettivi collassi, Lehman era singola A e Parmalat era addirittura tripla B; ma quello che conta è che esiste una differenza sostanziale tra rating sovrano e rating societario. Il secondo è chiesto alle società di rating dalle aziende che intendono emettere debito, ed è ovviamente ad alto rischio di conflitto di interessi ed asimmetrie informative di vario genere, perché il pubblico degli investitori (ma anche le stesse agenzie di rating) non hanno visibilità completa su quanto realmente accade in un’azienda. Il rating sovrano, invece, è una pura opinione delle agenzie sull’evoluzione delle condizioni di finanza pubblica di un paese, non è richiesto né remunerato e si basa su informazioni pubbliche. Quindi, per favore, piantiamola con questa storia di Lehman e Parmalat, che è parte integrante dell’analfabetismo economico e finanziario che è la vera dimensione di spazzatura in questo paese, grazie!

Va bene, però guarda la coincidenza: proprio quando lo spread stava precipitando, arrivano le agenzie di rating! Questa è una manovra della Ue e dei tedeschi…
Una manovra della Ue e dei tedeschi attuata per il tramite di un’agenzia di rating americana non è male, come complotto carpiato. Altre domande intelligenti?

Si: mi ha detto mio cugino che se il debito pubblico diventa spazzatura i fondi comuni ed i fondi pensione dovranno liberarsene, e sarebbe il collasso. E’ vero?
Si e no, nel senso che queste sono le regole di investimento dei fondi ma, vista la “peculiare” situazione italiana, è molto probabile che, anche se divenissimo junk per una agenzia, i regolamenti dei fondi verrebbero modificati come segue, in attesa di SuperMario o di altro deus ex machina che impedisca (o rinvii) il default italiano: “è consentito investire in debito sovrano purché tale debito abbia rating investment grade almeno secondo una delle maggiori agenzie internazionali“. Oppure con altre variazioni sul tema. E comunque non siamo (ancora) diventati junk, visto che S&P ha migliorato l’outlook (le prospettive) del nostro debito, dopo il declassamento, portandolo a neutrale. Il che significa avere ancora del tempo, se intanto la situazione non precipita. E comunque, per Moody’s siamo Baa2, per Fitch BBB+ e per i canadesi di DBRS siamo A low, il che significa che per la spazzatura manca ancora un pochino.

Insomma, va tutto bene? Ci siamo preoccupati per nulla?
Proprio per nulla non direi. Ad esempio, visto che (pare) ci stiamo avvicinando al momento in cui la Bce comprerà anche debito sovrano, i tedeschi ed i loro alleati potrebbero tentare di opporsi all’idea dicendo che la Bce rischierebbe di mettersi in pancia dei titoli di stato a crescente rischio di default. Questa argomentazione è destinata a prendere forza nelle prossime settimane. Ma c’è un altro motivo per cui noi italiani dobbiamo essere sia preoccupati che tranquilli.

E quale?
Il fatto che tutto il mondo sa che gli italiani sono “ricchi”, cioè dispongono ancora di robusta ricchezza privata, che può essere usata per pagare il debito pubblico, alla bisogna. Anche e soprattutto nel caso in cui la crescita continuasse a latitare. Lo scrive anche la stessa S&P, in modo felpato, quando esprime la fiducia che “i bilanci delle famiglie resteranno abbastanza forti da assorbire ulteriori aumenti del debito pubblico”, e non si riferisce necessariamente alla sottoscrizione di titoli di stato. Questo significa tre cose, in assenza di crescita: tasse, tasse, tasse. Soprattutto di natura patrimoniale, visto che i redditi continuano a calare, quindi il fisco deve inventarsi basi imponibili sempre più avvolgenti e fantasiose, con un unico scopo. Inutile specificare quale, vero?

E la crescita? Il Job Act? Le riforme?
Il Job Act non è una vera riforma del mercato del lavoro ma un semplice aggiustamento, peraltro con molte criticità e contraddizioni che esploderanno nel prossimo (molto prossimo) futuro. E poi, diciamola tutta: chi pensa che il Job Act, per sé, induca la crescita, farebbe bene a farsi vedere da uno bravo.

Quindi il governo ne esce male?
Non necessariamente: il governo potrà vantarsi che, come ho detto prima, l’outlook è ora neutrale e non più negativo, quindi che per certi versi “abbiamo saldato i conti col passato, e da qui in avanti cambia tutto”. Poi, i più astuti comunicatori di Palazzo Chigi e dintorni potranno dire che, se cade questo governo ed il rating italiano diventa “spazzatura”, per il paese sarà la fine, quindi “lasciatelo lavorare” (cit.). Ma soprattutto che quando, nei prossimi giorni, i mercati avranno digerito questo declassamento con un ruttino o poco più, da Palazzo Chigi e via XX Settembre si potrà dire che “i mercati accordano fiducia alle riforme del governo Renzi, sconfessando la vista da specchietto retrovisore delle agenzie di rating”. E vissero tutti felici e contenti, almeno per qualche giorno o settimana.

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