Ichino, che va pazzo per i piani ben riusciti

Vi segnaliamo una surreale querelle sul Corriere tra Francesco Giavazzi, che ieri ha scoperto che il Job Act mantiene la segmentazione del mercato italiano del lavoro tra insider ed outsider, e Pietro Ichino che oggi gli replica, difendendo l’astuta strategia del governo. Ma lo fa con argomenti quantomeno surreali, confermando di essere pronto a passare armi e bagagli con il psichedelico esercito di Renzi.

Dunque, ieri Giavazzi ha correttamente focalizzato il problema, segnalando che il Job Act manterrebbe le “protezioni” dell’articolo 18 a chi già lavora. Questo rischia di produrre due effetti, piuttosto intuitivamente. Il primo è una palese discriminazione in azienda tra protetti e reietti. E tale dualismo potrebbe anche arrivare ad essere sfidato presso le più alte istanze della nostra giurisdizione, secondo noi, oltre a mettere in moto un assai probabile meccanismo di arbitraggio di manodopera. Scrive Giavazzi:

«Innanzitutto, come si comporteranno i giudici di fronte a licenziamenti decisi da un datore di lavoro che vuole semplicemente sostituire un dipendente coperto dall’articolo 18 con un nuovo contratto privo di quella protezione?»

Ecco, appunto. Per caso sarà questo uno dei cavalli e cavallini di Troia per giungere alla omogeneizzazione del mercato del lavoro italiano? L’altro rischio segnalato da Giavazzi, altrettanto intuitivo, è il rischio di blocco della mobilità degli insider, quelli protetti, che farebbero marameo al nuovo articolo 18:

«[…] è improbabile che un lavoratore oggi tutelato dall’articolo 18 decida di spostarsi, firmando un nuovo contratto che invece non lo prevede. Alcuni lo faranno perché non temono il licenziamento, ma altrettanti non ne vorranno sapere. […] E il turnover volontario dei lavoratori da un posto all’altro è l’olio dell’economia italiana dove il licenziamento individuale è relativamente raro e gran parte della riallocazione si fa volontariamente»

Sono considerazioni di puro buonsenso, che nel nostro piccolo avevamo fatto anche noi, che non abbiamo i quarti di nobiltà accademica di Giavazzi. Oggi arriva la risposta di Ichino, che a noi pare assai surreale, sia nella descrizione della realtà, che nell’elogio delle sagaci motivazioni che starebbero dietro alla scelta del governo di mantenere la segmentazione. Vediamo. Sostiene Ichino che già oggi chi cambia lavoro, tra gli insider, può evitare di cadere nella trappola dell’outsider precarizzato. In questo modo:

«La seconda cosa che Giavazzi non considera è che già oggi chi lascia un posto con articolo 18 per un nuovo posto rischia di ritrovarsi per la durata del periodo di prova privo di quella protezione; ma per evitarlo basta un accordo con la nuova impresa che deroghi rispetto allo schema normale esonerando il neoassunto dalla prova. Nulla vieta che lo stesso accada domani, con accordi individuali che mantengano contrattualmente la vecchia protezione, o ne assicurino una di tipo diverso: clausole di durata minima del rapporto, maggiorazione dell’indennità in caso di licenziamento, ecc. Oppure, se il vecchio imprenditore è d’accordo, si può ricorrere alla cessione del contratto al nuovo imprenditore, col risultato che il rapporto prosegue senza soluzione di continuità, con tutte le vecchie protezioni»

Ma non è meraviglioso, tutto ciò? Solo una domanda per Ichino: quanti sono realisticamente, gli insider che dispongono di tale poderoso potere contrattuale nei confronti dell’azienda che ambisce ad assumerli? A noi, a naso, paiono pochini, considerando la feroce pressione esistente sul mercato italiano del lavoro per liberarsi anche e soprattutto di quadri direttivi. Ma andiamo oltre:

«Del resto, un disincentivo assai più forte alla mobilità oggi è costituito dagli scatti di anzianità, che nel passaggio da un posto a un altro si azzerano: le persone professionalmente più forti nel mercato — e chi si sposta spontaneamente appartiene sempre a questa categoria — risolvono il problema negoziando con il nuovo imprenditore una “anzianità convenzionale” che consente loro di conservare i benefici ad essa collegati, oppure un elemento aggiuntivo della retribuzione che compensi la perdita degli scatti»

Anche qui, vedi sopra. Chi e quanti sono, questi soggetti dallo spettacolare leverage negoziale? Ma Ichino ci svela anche il motivo per cui il governo ha scelto di non estendere erga omnes il nuovo articolo 18:

«Per altro verso, occorre considerare molto attentamente che cosa potrebbe accadere se da un giorno all’altro la protezione dell’articolo 18 venisse rimossa per tutti i rapporti di lavoro, vecchi e nuovi: il rischio sarebbe che il giorno dopo scattasse il licenziamento di molte persone il cui rapporto di lavoro presenti un bilancio in perdita più o meno rilevante, ma che oggi sono mantenute in servizio dalle rispettive imprese perché protette dall’articolo 18. A questa intensificazione dei licenziamenti il sistema non sarebbe in grado di far fronte sul piano economico, con un corrispondente aumento dei trattamenti di disoccupazione; e sui piano operativo, con i nuovi strumenti di servizio nel mercato del lavoro, fondati sulla cooperazione tra strutture pubbliche e agenzie specializzate, che ha bisogno di un periodo di collaudo di uno o due anni. Una improvvisa intensificazione dei licenziamenti avrebbe anche l’effetto di un diffuso allarme sociale, con le conseguenti prevedibili pressioni sul governo e il Parlamento affinché venga sospesa l’applicazione della nuova disciplina. E questo — generando incertezza sulla stabilità del quadro legislativo — rischierebbe di neutralizzare l’effetto positivo della riforma sulla propensione delle imprese a investire e ad assumere»

Ah, ecco, ora è tutto chiaro. Riepilogando: secondo Ichino la mobilità resta ancora possibile per gli insider protetti, quelli che riescono ad imporre la propria indiscussa forza negoziale all’azienda che ambisce ad assumerli, e che quindi si getta ai loro piedi offrendo loro lo status quo. Così facendo, quindi, si preserva la mobilità degli insider perpetuando lo status quo ante ma per Ichino questo non è un difetto ma una caratteristica del nuovo sistema, perché se si eliminassero subitaneamente gli attriti alla mobilità in uscita per tutti il sistema salterebbe, in termini di “allarme sociale” e costi di welfare, e la riforma verrebbe strangolata in culla. Motivo per cui, sempre secondo Ichino, l’assetto scelto dal governo servirebbe anche ad evitare “il licenziamento di molte persone il cui rapporto di lavoro presenti un bilancio in perdita più o meno rilevante, ma che oggi sono mantenute in servizio dalle rispettive imprese perché protette dall’articolo 18”.

Di certo Ichino non ignora che, se esistono criticità di questo tipo, le aziende possono risolverle ricorrendo ai licenziamenti collettivi, con altra normativa, e non col nuovo articolo 18, che riguarda e continua a riguardare i licenziamenti individuali. A troppi questa distinzione continua a sfuggire, peraltro. Quindi: Ichino tenta di confutare Giavazzi (“non esiste alcun ostacolo alla mobilità dei soggetti protetti”) esaltando e sostenendo lo status quo ante, ma così facendo si compiace che nel sistema restino intrappolati insider che, secondo logica economica, dovrebbero invece esserne espulsi. Cosa che in realtà può accadere già oggi, ricorrendo a licenziamenti collettivi. Mirabile logica, siamo affascinati.

Il tempo dirà. Dirà soprattutto alcune cose: questa cosiddetta riforma del mercato italiano del lavoro non serve a nulla; che manterrà e consoliderà il dualismo del mercato del lavoro, ingessando la mobilità praticamente per tutti gli attuali insider, che cercheranno di asserragliarsi nell’attuale impiego; che, per questa via, i prossimi governi (forse già l’attuale, se riuscirà a non essere travolto dalla realtà) finiranno col dover rimettere mano alla normativa per martellate successive, esattamente come accaduto con la riforma delle pensioni nell’ultimo quarto di secolo, sino alla riforma Fornero.

Su tutto e su tutti, continuerà a svettare Pietro Ichino, l’uomo che andava pazzo per i piani ben riusciti.

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