Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Il numero magico di Gutgeld

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Intervistato sul Corriere da Antonella Baccaro, il consigliere economico (sic) del presidente del consiglio, Yoram Gutgeld, parla di tutto un po’. Di tutto ciò, a noi colpisce un numero ed una irrefrenabile pulsione propagandistica che pare essere parte del corredo genetico di questo esecutivo e di quanti vi ruotano attorno.

Precisamente, il passaggio è questo:

«Abbiamo ridotto il costo del lavoro del 70% per i neoassunti a tempo indeterminato, e con il Jobs Act daremo una spinta interna forte per assumere di più»

E qui serve una spiegazione. Intanto, da dove origina quel 70%? I conti si possono agevolmente rinvenire nella intervista che Gutgeld ha concesso al Financial Times lo scorso 6 novembre, in particolare nel passaggio che segue:

Un lavoratore che guadagna 20.000 euro annui vedrà la sua retribuzione netta aumentare da 1.200 a 1.350 euro mensili, mentre il costo per il datore di lavoro scenderà da 2.200 a circa 1.650 euro.

Se fate due conti scoprirete che il cuneo retributivo si riduce, in questo esempio, esattamente del 70%. Fosse così bello. Perché questo esempio numerico è un caso estremo ed instabile, nel senso di temporaneo. Intanto, Gutgeld prende come esempio una retribuzione che dà diritto ai leggendari 80 euro del bonus Renzi. Poi, riguardo la decontribuzione, Gutgeld “dimentica” di dire che essa varrà solo per gli assunti nel 2015 con nuovo contratto a tempo indeterminato in regime di Jobs Act. E’ vero che nell’intervista di oggi al Corriere c’è la specifica minimale di chi saranno i beneficiati, pur omettendo che devono avere un reddito che li faccia ricadere nel bonus da 80 euro per produrre l’imponente taglio del 70% al costo del lavoro, ma qualcuno dovrebbe prendersi la briga di chiedere a Gutgeld come diavolo si possa citare un caso estremo (ché di quello si tratta), temporaneo e di portata molto limitata, per giungere all’inferenza finale che “daremo una forte spinta interna per assumere di più”.

Perché mai dovrebbe accadere, a parità di ogni altra condizione? E infatti non accadrà, al netto di quello che potrebbe e dovrebbe essere l’unico effetto positivo di questa misura: lo spostamento dei lavoratori da contratti a tempo determinato verso il nuovo tempo indeterminato da Jobs Act. Circostanza che dovrebbe peraltro indurre il governo a rimettere mano al decreto Poletti e tagliare in modo significativo (diciamo dimezzare, almeno) l’attuale limite di 36 mesi per il tempo determinato, che alla luce del Jobs Act non ha alcun motivo per rimanere. L’unica “spinta forte ad assumere di più”, allo stato attuale, è quella delle imprese che cercheranno di arbitraggiare i propri lavoratori col vecchio contratto a tempo indeterminato, licenziandoli per riassumerli con quello nuovo da Jobs Act ed incassare la decontribuzione per un triennio. A pensar male si fa peccato, eccetera eccetera.

Poi, Gutgeld non ci dice cosa accadrà nel 2016, quando il beneficio della decontribuzione triennale sui nuovi assunti non ci sarà più, e con esso il grosso del suo mega-taglio: sarebbe buona norma non costruire strategie di politica economica su incentivi fiscali temporanei. E sarebbe utile che il governo evitasse di usare come stella polare la soglia dei 20.000 euro annui lordi di reddito da lavoro dipendente: non vorremmo che quello diventasse il nuovo benchmark a cui piegare tutto e tutti, incluse le retribuzioni più alte. Forse la cosa avverrà comunque, a causa della progressiva desertificazione produttiva di questo paese, ma meglio evitare di “traguardare” quel numero. Anche perché, se poi accadesse, il governo dovrebbe trovare la copertura aggiuntiva sugli 80 euro. E in quel caso temiamo che finirebbe con l’espropriare il risparmio. E poi, com’è che era? “La Spagna ha scelto di ridurre i salari, noi faremo il contrario”?

Quindi, caro onorevole Gutgeld, magari la prossima volta citare il processo che porta a quantificare un dato numero, e le circostanze sotto cui quel processo vale, non sarebbe una cattiva idea. Altrimenti è un po’ come ripetere ossessivamente che “abbiamo preso il 40,8% dei voti” omettendo di segnalare che l’affluenza alle urne è stata del 58,7%. Anzi, nel caso del taglio del 70% al costo del lavoro diremmo che è ancora più iperbolico. E bugiardo.

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