Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Grecia, spremuta fiscale per uno stato fallito

in Economia & Mercato/Unione Europea

Dopo un estenuante e spesso surreale negoziato, la Grecia ed i suoi creditori (Ue, Bce, FMI) avrebbero trovato il punto d’equilibrio e compromesso su un pacchetto di misure che tutto sono tranne che “riforme strutturali”. More of the same, direbbero gli anglosassoni. E’ il peccato originale della Troika, non solo della Grecia e dei suoi governanti pro tempore. Ed è anche l’evidente limite democratico degli attuali trattati europei. Come finirà? Male.

Le misure su cui si sarebbe raggiunto il compromesso prevedono una correzione ai conti pubblici di circa l’1,5% per quest’anno e del 2,9% l’anno prossimo. Considerando che il primo semestre è terminato. è del tutto evidente che l’impatto della correzione per quest’anno sarà comunque molto forte, ove effettivamente realizzato, e non mancherà di esercitare un ulteriore effetto depressivo sull’economia greca.

Quel che è peggio, il pacchetto è centrato pressoché esclusivamente su aumenti di entrate, anche se occorre essere consapevoli che nel breve periodo anche i tagli di spesa deprimono l’economia. La scelta di maggiori entrate in luogo di minori spese resta caratteristica di situazioni in cui le resistenze di gruppi di interesse impediscono di agire sugli esborsi. Dinamiche che noi italiani conosciamo molto bene, avendole vissute e continuando a sperimentarle sulla nostra pelle.

Prescindendo dalla situazione economica e dall’impatto ulteriormente recessivo delle misure adottate, serve tenere a mente che la Grecia è un paese in cui i cittadini stanno smettendo di pagare le tasse. Segnale inequivocabile di disgregazione civile, sociale ed istituzionale che porta al fallimento dello stato come entità organizzativa suprema  di una comunità umana. Un sistema fiscale come quello greco era già di suo un colabrodo, caratterizzato da corruzione endemica e pervasiva che porta alla caratteristica dinamica di evasione altissima ed aliquote nominali legali altrettanto elevate.

Paradigmatico, in questo senso, il fatto che i creditori spingessero per tagli di spesa anziché aumenti di entrate. Al di là di considerazioni di efficienza economica, i primi sono immediatamente realizzabili, con un tratto di penna: basta smettere di pagare. I secondi possono essere vanificati da un apparato burocratico amministrativo al collasso e da cittadini contribuenti che sentono avvicinarsi il “liberi tutti”. Consapevoli di questo rischio, i creditori hanno quindi puntato su entrate fiscali ad alta probabilità di realizzo, su consumi relativamente anelastici e bassi margini di evasione. Da qui la richiesta di portare dall’11 al 23% l’Iva sull’elettricità, a cui Atene ha risposto innalzando l’aliquota intermedia al 13%. La profonda diffidenza e sfiducia reciproca tra debitori e creditori ha fatto il resto.

Le altre misure fiscali sono aumenti di contributi sanitari per i pensionati, addizionali Irpef per i “ricchi” sopra i 30.000 euro annui e per le aziende, aumento dei contributi previdenziali a carico delle imprese, che spingeranno ulteriormente verso il sommerso e distruggeranno altra occupazione. Il tentativo del governo di Atene di stringere sui requisiti di pensionabilità nasce morto o moribondo: i “disincentivi” al pensionamento anticipato scatteranno dal prossimo anno ma nulla impedirà nuovi esodi biblici in questo, soprattutto in un paese che utilizza i prepensionamenti come valvola di welfare improprio contro la disoccupazione. Ancora una volta, inoltre, i “risparmi” previdenziali semplicemente non sono tali ma sono aumenti di entrate contributive.

Le cosiddette “privatizzazioni” sono solo numeri scritti sull’acqua della quadratura posticcia e fittizia dei conti, così come il mitologico efficientamento della pubblica amministrazione e la lotta all’evasione. Non sappiamo se Tsipras riuscirà a convincere la sua recalcitrante minoranza di ultra sinistra a votare questo pacchetto. Se mai dovesse esservi crisi di governo ad Atene, non sarà un regime change golpistico ordito dalle “potenze occupanti” della Troika ma l’ennesimo ceffone della realtà.

Ma il punto vero, ed unico, di tutta questa vicenda dolorosa e grottesca è che per anni la Troika si è “accontentata” di manovre correttive contabili, che finivano col lasciare intatta l'”anima” dello stato greco, le sue inefficienze e la sua disfunzionalità esistenziale. Si sono chiamate “riforme strutturali” quelle che erano in realtà solo inique spremute fiscali. Nulla è mai stato attuato, in termini di liberalizzazione dei mercati del lavoro e dei prodotti. Nulla in termini di riforma della pubblica amministrazione. Ma occorre chiamare le cose col loro nome: queste non sarebbero state “riforme strutturali” ma un vero e proprio nation building. Per attuare il quale, in assenza di cooperazione del paese interessato, sarebbero servite delle truppe di occupazione, e nessuno si scandalizzi per l’iperbole.

Il destino della Grecia è segnato. Ma lo era già prima della crisi, è scritto nel modello culturale del paese. Possiamo festeggiare l’ennesima finzione, ma la realtà presenterà il conto, inesorabile ed impietosa. A meno di un miracolo.

AGGIORNAMENTO: il contropiano dei creditori prevede una stretta meno graduale sull’innalzamento dell’età pensionabile, uscite anticipate a “quota 102” (62 anni di età e 40 di contribuzione) e l’eliminazione dell’addizionale del 12% sugli utili aziendali eccedenti i 500.000 euro, che da sola generava 1,3 miliardi di entrate. Nel complesso, più tagli e meno tasse. Ma resta l’impianto di fondo: questa vicenda era da gestire agendo sui processi di mercato (del lavoro e dei prodotti) e della macchina pubblica, in un’ottica di lungo periodo. Assai difficile pensare che, anche con questo contropiano, l’esito ultimo possa differire da quanto sopra indicato.

(Crosspost su Econopoly)

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