Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Cina, la bolla e la farsa

in Economia & Mercato/Esteri

Prosegue senza sosta il martellamento ribassista sulle azioni cinesi, malgrado i disperati e spesso grotteschi tentativi del regime di stendere una rete protettiva sotto le quotazioni. Mai come in questo caso è valso il motto “uno sciocco ed i suoi soldi si separano presto”, ma questa vicenda rischia di danneggiare la credibilità del partito e dei suoi onnipotenti tecnocrati, oltre che gettare i semi per qualcosa di più pericolosamente destabilizzante.

Come detto, le autorità hanno benevolmente spinto la popolazione a gettarsi nell’investimento azionario, senza verificare ed apprestare condizioni di liquidità minimali, né strumenti che consentissero di prevenire e calmierare spontaneamente i rialzi eccessivi, ulteriormente amplificati dall’utilizzo della leva finanziaria. Ad esempio, niente possibilità di vendite direzionali (cioè non di copertura) allo scoperto durante i rialzi, tramite futures su indice; niente opzioni su singoli titoli. Poi, acquisti su società quotate che hanno pochissimo flottante, come tipicamente accade per le grandi società pubbliche, dove lo stato ha messo sul mercato solo briciole. Da questa colpevole trascuratezza e sciatteria regolatoria è originata la bolla azionaria cinese, alimentata da “suggerimenti” dei media di regime a comprare con fiducia, sottintendendo l’esistenza di una sorta di opzione put in modalità pasto gratis (del tipo “compra e non preoccuparti, vedrai che non perderai soldi”).

Le mosse delle autorità degli ultimi giorni sono effettivamente apparse da subito sconcertanti, con liquidità agevolata di Stato resa disponibile ai broker che hanno prestato ai risparmiatori, la creazione di un “fondo di stabilizzazione” (sic) per acquistare azioni e mantenerle in portafoglio (quindi ridurre ulteriormente il flottante, idea non particolarmente intelligente), modifica delle garanzie sulla marginazione. Di fatto, ora è la stessa banca centrale cinese che sta utilizzando il proprio bilancio per sostenere le quotazioni, in quello che appare una sorta di easing quantitativo fuori controllo di logica e senso comune ma pressoché obbligato, per estinguere un incendio che rischia di sfuggire di mano.

Nel frattempo, si moltiplicano gli episodi di disperazione di risparmiatori che hanno investito tutti o gran parte dei propri risparmi su singoli titoli e, non soddisfatti di ciò, si sono pure indebitati per aumentare la leva finanziaria, cioè la probabilità di rovina. E’ il caso di questa donna, segnalato dal Financial Times: ha investito nel costruttore pubblico di treni 650.000 yuan propri (poco più di 100.000 dollari), aggiungendo altri 400.000 yuan a debito, prima di perdere il 40% sull’investimento. Cioè vaporizzarlo, data la leva. Segue minaccia di suicidio su Weibo, l’equivalente cinese di Twitter, e salvataggio dell’ultimo minuto. Le autorità cinesi stanno moltiplicando l'”ascolto” dei social media non solo per sventare suicidi ma anche per monitorare il malcontento e gli “untori” online che diffondono le voci sui medesimi, oltre che su molto altro. A volte essere uno stato di polizia aiuta a salvare vite (questa è ironica, mi raccomando).

Negli ultimi giorni, non sapendo più che fare, le autorità cinesi hanno nell’ordine lanciato la caccia ai venditori allo scoperto ed agito per risollevare i prezzi delle azioni di grandi conglomerate pubbliche. Ed ecco quindi furiosi rialzi, sino al limite giornaliero del 10%. La cosa più ridicola è che le stesse azioni, quotate ad Hong Kong, risultano in perdita, e di conseguenza il differenziale di prezzo tra quotazione onshore (domestica) ed offshore (Hong Kong) è oggi al 45% (vedi sotto), perché il mercato, malgrado le recenti aperture, resta frammentato e con limitate possibilità di arbitraggio.

Non è dato sapere quanti cinesi siano coinvolti nella mattanza da bolla scoppiata. Si sa che sono circa 90 milioni i conti retail aperti sinora, e le cifre ufficiali indicano finanziamenti a margine per 327 miliardi di dollari, cifra che nel complesso appare gestibile, per un paese come la Cina. Ma resta l’incognita sul settore informale dell’economia, il cosiddetto shadow banking, che intermedia flussi finanziari senza protezione e monitoraggio di alcun tipo. Può darsi che al momento non sia ancora un problema di consenso politico, e comunque che sia più o meno agevolmente controllabile dal regime, attraverso un mix di controllo sociale ed azione della banca centrale, ma il problema di fondo resta intatto: se le autorità pensavano di far crescere il mercato dei capitali in funzione di allocazione efficiente delle risorse dell’economia, hanno clamorosamente fallito.

E’ uno stop piuttosto serio, per il gigantesco esperimento di ingegneria sociale cinese. Quello di un paese dove le libertà individuali sono fortemente coartate ma al contempo si vorrebbe lo sviluppo di un capitalismo di frontiera, che di tali libertà necessita. E’ verosimile che, al crescere della complessità e della sofisticazione dell’economia (cioè di decentralizzazione, in essenza), simili episodi di disallocazione delle risorse si moltiplicheranno. Lo stesso tentativo di “sterzare” l’economia cinese, da eccesso di investimento ed esportazioni a consumi domestici, non appare indolore, ed emergono forti e crescenti rischi di deflazione da sovracapacità produttiva. Un classico ciclo da debt-deflation che costringerà lo stato-partito a farsi carico delle imponenti sofferenze di credito che stanno producendosi e che sempre più si produrranno, in un futuro molto prossimo.

La confluenza tra capitalismo e socialismo rischia di produrre gli esiti più tossici che la storia umana recente ricordi.

blue chips China

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