Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Alitalia vola sul paese del bail-in

in Economia & Mercato/Italia

Oggi sul Sole un articolo di Gianni Dragoni riporta alla nostra attenzione uno dei buchi neri italiani, un formidabile distruttore di valore nell’arco di decenni, sotto una folle gestione pubblica che ha accentuato le criticità di un settore strutturalmente difficile (soprattutto se si sbaglia posizionamento competitivo) quale il trasporto aereo. Parliamo di Alitalia, che, anche nella sua nuova vita privata, sotto le cure di Etihad, continua a soffrire non poco. E con essa soffrono gli azionisti, inclusi alcuni campioni delle soluzioni di sistema, quelle che stanno mettendo una pietra al collo del paese.

Alitalia perde soldi, molti, troppi. Più di quanto previsto nel piano industriale 2015-2018, redatto subito dopo l’ingresso di Etihad nella compagine azionaria, nel 2014. Nel 2015 il gruppo Alitalia ha perso 199,1 milioni di euro. Ma il passivo effettivo è stato ben superiore, come scrive Dragoni:

«Il passivo di gestione era più alto, ma il gruppo ha iscritto tra le entrate proventi straordinari per 194,16 milioni per la cessione a Etihad del 75% del Mille Miglia e per 26 milioni per la cessione di 15 aerei. La sola Alitalia Spa nel 2015 ha dichiarato una perdita netta di 408,14 milioni nel bilancio di esercizio. Quanto al 2016, il piano originario prevedeva che la perdita consolidata scendesse a 44 milioni. Al Sole 24Ore risulta però che nei primi mesi di quest’anno le proiezioni hanno indicato una perdita sensibilmente superiore al previsto»

C’è quindi il rischio (più probabilmente la certezza) che le perdite 2016 azzerino il patrimonio netto della capogruppo Alitalia Spa, che a fine 2015 era sceso a poco meno di 52 milioni di euro. Che fare, quindi? La disperazione si coglie appieno nel realizzo di una plusvalenza di quasi 200 milioni prodotta dalla cessione di un intangible, il marchio Millemiglia, a Etihad. L’aumento di capitale della capogruppo, quello imposto dal codice civile, appare sempre più probabile. Ma c’è un ma.

Come ricorderete, Etihad è il dominus di Alitalia ma ne possiede solo il 49%, per evitare che il controllo di un vettore comunitario da parte di uno extra-Ue porti alla perdita dei diritti di volo. Alitalia Spa è una joint venture tra Etihad (al 49%) e una compagnia chiamata Midco, al 51%. Quest’ultima è controllata al 100% da CAI, il cui azionariato potete leggere qui. Ed è a questo livello che si annidano gli ostacoli all’aumento di capitale. Intesa Sanpaolo, con quasi il 21% di CAI, ed Unicredit, col 13%, non hanno soldi da mettere in un altoforno con le ali, considerando anche la difficilissima congiuntura bancaria italiana. Ecco quindi che pare farsi strada l’idea di un debt-equity swap, cioè della conversione di debito in azioni, con sacrificio dei creditori che tuttavia sarebbe un male apparentemente minore rispetto all’esborso di cash.

Ancora Dragoni:

«Si studia così un’altra strada, uno swap per trasformare circa 200 milioni di debiti in patrimonio, in strumenti partecipativi, se i creditori daranno il consenso. A fine 2015 il gruppo aveva 903 milioni di debiti finanziari netti. In questo caso nella compagnia non entrerebbero soldi freschi. Sarebbe solo un’operazione sulla carta, ma sufficiente – secondo fonti finanziarie- per tenere il patrimonio in positivo e sopra le soglie di legge. Alitalia al momento ha sufficiente liquidità»

L’ultima frase è lo spartiacque tra una condizione di severa difficoltà aziendale ed un dissesto conclamato. Ecco quindi stagliarsi all’orizzonte l’ipotesi di un altro bail-in, questa volta fuori dal settore bancario, attendendo la revisione del piano industriale ed il salvifico potenziamento del lungo raggio. Le banche finanziatrici (tra le quali vi è anche una che è grande azionista) dovranno fare un ulteriore sacrificio: piove sul bagnato, per il sistema italiano del credito. Seguiranno nuove azioni sul costo del lavoro Alitalia, e qui noi contribuenti sudiamo freddo, visti i trascorsi.

Mentre l’era del bail-in pare consolidare la presa su un paese che continua ad essere perseguitato dal proprio passato. Un passato fatto di distruzione di valore economico su una scala che solo il tempo permetterà di cogliere nella sua drammatica portata.

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