Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Trump, un conflitto d’interessi all’italiana

in Esteri/Stati-Uniti

Come riporta e ricorda il Financial Times, Donald Trump si accinge a passare alla storia come il presidente degli Stati Uniti con il maggior potenziale di conflitto d’interessi. I suoi affari appaiono inestricabili dal suo ufficio pubblico, malgrado egli affermi vigorosamente il contrario, mentre tenta di incolpare di questo spin la “stampa imbrogliona”. Le cose in effetti sono piuttosto problematiche, e per noi italiani molto familiari. Il caro, vecchio e romantico concetto di democrazia liberale, già da tempo consunto dall’uso e ormai derubricato a nobile simulacro, è a rischio di finire come il dodo.

Fatti ed aneddotica si intrecciano strettamente, nella vicenda Trump. Un progetto per la costruzione di una Trump Toweer da 35 piani a Buenos Aires, con il socio locale del magnate statunitense che era presente al quartier generale di Trump la notte delle elezioni, che pare essersi adoperato come trait d’union tra il magnate ed il presidente argentino Mauricio Macri, che aveva dato il suo appoggio a Hillary Clinton. Trump considera inoltre il Golfo come area strategica per lo sviluppo internazionale delle sue imprese: a Dubai sta creando un golf club che dovrebbe essere operativo il prossimo anno, in prossimità ad una serie di ville a marchio Trump, che dovrebbero essere consegnate nel 2018. Il presidente eletto degli Stati Uniti ha creato otto entità aziendali anche in Arabia Saudita, a Jeddah, ma ad oggi non sono emersi dettagli sui partner locali.

Ben più gustosa appare l’aneddotica sull’incontro con Nigel Farage, durante il quale Trump avrebbe “sensibilizzato” il leader dell’UKIP contro la realizzazione di una parco eolico in prossimità di un suo golf club in Scozia, secondo quanto riferito da un amico di Farage. Ma come, direte voi, gli Stati Uniti non erano l’orgogliosa patria del blind trust contro ogni parvenza di conflitto d’interessi? Non abbiamo familiarizzato con questo concetto durante il rutilante ventennio berlusconiano, quando hanno visto la luce normative anti conflitto d’interessi così severe da impedire a Silvio di essere presidente del Milan? Basterebbe un minimo di dimestichezza col tema degli investimenti per comprendere che il blind trust è utilizzabile solo in presenza di ricchezza finanziaria su partecipazioni di minoranza, non certo in caso di controllo di aziende. Men che mai quando si ha a che fare con un uomo che è un brand da decenni.

Per Trump questi sono evidentemente sofismi, visto che intende cedere il controllo del gruppo economico ai figli (vi ricorda qualcuno?). Peccato che i figli siano destinati ad avere un ruolo nel governo di Washington, non solo nel transition team. Quindi Trump rischia di avere problemi non lievi con l’Office of Government Ethics, dopo l’insediamento. Ma i potenziali conflitti d’interesse di Trump sono praticamente ovunque, come si evince da un articolo di Bloomberg. Oltre alle proprietà immobiliari ed ai media, il gruppo Trump risulta esposto verso le banche per 650 milioni di dollari. Di questi, cento milioni sono con Deutsche Bank, impegnata in una difficile transazione civile col ministero della Giustizia, che intende sanzionare la banca tedesca per 14 miliardi di dollari. Voi vedete la criticità, vero? Il gruppo Trump ha inoltre in essere circa 75 cause legali, la principale delle quali, relativa alla cosiddetta Trump University, è stata transata nei giorni scorsi per 25 milioni di dollari. Da segnalare, incidentalmente, la violazione di legge fiscale compiuta dalla Fondazione Trump, che ha effettuato trasferimenti di reddito ed attivi patrimoniali a “parti non idonee” a riceverli (disqualified persons), tra cui Trump medesimo. Che in pratica usava la sua charity come portamonete personale. Che sarà mai? L’importante è aver denunciato i maneggi dei Clinton nella loro, di fondazione.

In questo sfizioso quadretto, durante la campagna elettorale, Trump ha pure trovato modo e tempo (oltre che faccia) per proporre il divieto, per chi ha ricoperto ruoli nell’esecutivo o è stato membro del Congresso, di svolgere attività di lobbying presso il governo federale per cinque anni dal termine dell’incarico pubblico. Tutto molto bello, basta porte girevoli! Resta da capire se e come il divieto verrà applicato nei due sensi di marcia, visto che un potenziale papabile a posto di ministro nell’Amministrazione Trump, l’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, ha lavorato sino a poco tempo addietro per uno studio legale attivo a Washington nel lobbying sui problemi dei casinò per contro del Trump Group. Meraviglioso, no?

Ripetiamo il concetto: il Trump Group è composto da circa 500 aziende, attive nell’immobiliare, golf club, casinò, licensing di marchio, molte delle quali operano in Asia, Medio Oriente ed Europa Orientale. Sarà interessante verificare come si porrà l’orientamento protezionistico di Trump, rispetto ai suoi interessi imprenditoriali globali. Su tutto, ricordiamo che il personaggio ha infranto una radicata tradizione statunitense, rifiutando di comunicare le sue dichiarazioni dei redditi.

Alla fine, noi italiani potremmo scoprire che siamo stati dei precursori nella lotta contro la “bufala liberale” del conflitto d’interesse. Oppure che le democrazie occidentali sono definitivamente entrate nell’era post-liberale: quella in cui basta un uomo forte, meglio se “ricco di suo, così non deve rubare allo Stato”, ed un po’ di monetine lanciate con benevolenza sul popolo stressato con il magico trickle down, per vivere felici. Anche l’argomentazione principale di Trump è molto déjà-entendu, per noi sudditi del Balpaese: “tutte queste cose su di me erano già note durante la campagna elettorale”. Come dire, il popolo lo volle, e al diavolo le fisime liberali come il conflitto d’interessi. Noi attendiamo che il boss di The Apprentice inizi a governare e ci stupisca. Alla fine, ad essere stupiti potrebbero essere tutti i gonzi e le scimmiette replicanti e popolane che da noi hanno inneggiato a Trump come campione “antisistema”. Ma per quella data è verosimile che questi guitti avranno trovato un altro campione estero a cui ispirarsi.

Addendum – La Costituzione degli Stati Uniti prevede la cosiddetta “clausola degli emolumenti”, che vieta a chi ricopre incarichi pubblici di accettare qualsiasi forma di “dono, emolumento, ufficio o titolo, di ogni tipo, da re, principi o stati esteri”, senza consenso del Congresso. Questa disposizione nacque per resistere ad eventuali “adescamenti” della Corona britannica e proteggere la giovane Repubblica. Come adattarla ai nostri tempi, quelli in cui (ad esempio) diplomatici ed uomini d’affari esteri accorrono a prenotare camere negli alberghi di Trump per “agevolare” il business? Ah, saperlo.

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