Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Cartoline dall’inverno italiano

in Economia & Mercato/Italia/Unione Europea

Gaudeamus igitur: tutte le economie dell’Unione europea cresceranno nel 2016, 2017 e 2018, almeno secondo le previsioni contenute nel Winter Forecast della Commissione, pubblicato ieri. Non accadeva da quasi un decennio, mentre l’espansione in Eurozona prosegue da 15 trimestri. L’inflazione è vista in prossimità della soglia del 2%, almeno a livello di paniere complessivo, mentre quella di fondo, cioè al netto delle componenti volatili di alimentari ed energia, è prevista in crescita solo graduale. Gli investimenti sono in crescita moderata ma l’occupazione aumenta e la disoccupazione flette, così come deficit e debito pubblico, anche a livello di saldi strutturali, cioè corretti per il ciclo economico. Questa è la media, però. Entro questo numero ci sono paesi che fanno peggio. Uno, in particolare.

Nel 2016 l’Italia risulterà l’unico paese del gruppo europeo e dell’Eurozona a crescere meno dell’1%. Le cose sono destinate a migliorare quest’anno ed il prossimo, quando supereremo l’1% in un quadro globale di ripresa ciclica visibile ma con elementi di incertezza “eccezionale” dati dalla variabile Trump, dalle elezioni in Europa e dall’attivazione dell’Articolo 50 da parte del Regno Unito per l’uscita dalla Ue. Le previsioni della Commissione mostrano dove risiedono le vulnerabilità del nostro paese. Su tutte, nel fatto che il saldo di bilancio strutturale aumenta il proprio disavanzo quest’anno ed il prossimo, di circa mezzo punto percentuale l’anno. Malgrado ciò, la nostra crescita è vista inchiodata all’1% persino in un contesto di espansione globale.

In altri termini, l’Italia sta conducendo una politica fiscale pro-ciclica ma di pessima qualità. Sappiamo che i fan di Renzi (ed il MEF) diranno che i saldi strutturali non contano perché la metodologia per costruirli è fallace eccetera eccetera. Anche prendendo per buona questa obiezione, l’unico parametro che conta ai fini della salute fiscale di un paese, il rapporto debito-Pil, non flette in alcun modo nell’arco del periodo di previsione, restando poco sopra il 133%. Inoltre, malgrado la crescita “migliore” (si fa per dire), l’Italia non avrà alcun riassorbimento sostanziale di disoccupazione. Ma non temete, c’è sempre la fiaba della “riattivazione” degli inattivi a soccorrere i nostri eroi anche se la realtà sta altrove, soprattutto nella demografia.

Questi dati indicano, ad abundantiam e ad nauseam, la radice delle vulnerabilità del paese: se il rapporto d’indebitamento non flette durante un periodo di espansione, che accadrà al prossimo rallentamento/recessione o se il premio al rischio-Italia dovesse risalire, ad esempio perché la Bce procede alla progressiva uscita dal suo QE? Non solo: se osservate attentamente le previsioni, vedrete che il costo del lavoro è atteso ad un balzo in avanti il prossimo anno, in ogni sua metrica. Il motivo è presto detto: dal primo gennaio 2018 verranno meno i sussidi temporanei legati al Jobs Act, sia quelli pieni che quelli al 40%. Finito il periodo “sperimentale”, e senza aver messo mano ad interventi permanenti, si torna alle origini. Cose che capitano, quando si punta sull’effimero.

Quanto vale il potenziale di crescita del Pil di questo paese? A spanne, visto che una crescita intorno all’1% non muove la disoccupazione, si potrebbe essere tentati di dire che il potenziale è quello, e forse non si andrebbe troppo lontani dalla realtà. Detto in altri termini, pare che gli interventi “strutturali” di tre anni di renzismo non abbiano innalzato la nostra capacità di crescita. Ricordiamo un’altra regoletta spesso ignorata: la crescita del Pil deriva da quella della popolazione, in termini di stock di forza lavoro e di numero di ore lavorate, e da quella della produttività, che a sua volta deriva dall’utilizzo del capitale e dall’habitat economico del paese (produttività totale dei fattori, l’insieme di istituzioni e pubblica amministrazione).

Forse sarebbe il caso di fermarsi a riflettere su queste considerazioni: tre anni di deficit in crescita e di presunte riforme non hanno cambiato nulla ma solo posto le basi per nuove difficoltà, che si paleseranno al mutare del contesto globale. Sono stati anni in cui c’è stato un “dividendo della Bce” sotto forma di un crollo della spesa per interessi, che da noi è diventato spesa pubblica della peggiore specie, soprattutto in nuove tax expenditures, presentate con rara disonestà intellettuale come “calo delle tasse”. Altro che la favola del “ma noi siamo sotto il 3% di Maastricht, maestra!”. La politica economica di Renzi, fatta di mance e finte riforme, è miseramente fallita, e questa evidenza è sotto gli occhi di chiunque non indossi occhiali di malafede. E non è solo fallita: ha in sé i germi di nuovi squilibri, che daranno fiato alle pulsioni per imboccare scorciatoie che sono in realtà trappole mortali. Ma forse questa è l’inevitabile traiettoria, per un paese che da troppo tempo fa di autoinganno e vittimismo il proprio stile di vita.

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