Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Che Germania ci attende

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Dopo le elezioni tedesche, s’impone anche per me la partecipazione al grande gioco degli aruspici. Che sarà della costruzione europea, ora? Che Germania è uscita dalle urne? Che accadrà alla povera Italia, alle sue anestetiche illusioni ed ai suoi lisergici autoinganni? Ah, saperlo. Ma forse si intuisce.

Il dato è ormai noto: a livello nazionale, siamo giunti ai minimi dal 1949 per la somma dei voti di socialdemocratici e cristiano democratici. Il boom degli estremisti di destra di Alternative für Deutschland segna, secondo molti osservatori, l’estensione alla Germania del processo già visto un po’ ovunque, in Occidente: quello dell’erosione del centro politico.

In Germania, nello specifico, le interpretazioni di questo fenomeno sono riconducibili all’imponente flusso di immigrazione proveniente da Siria e Medio Oriente, nel 2015. Può non piacere, detto in questi termini, ma il timore dell’alieno si alimenta di diversità culturali percepite, a torto o a ragione, come non gestibili. Un concetto che sarebbe utile comprendere meglio anche in Italia ma non è questo il punto, al momento. La vittoria di AfD, eclatante soprattutto all’Est, segna per la Germania una sorta di “momento Visegrad”: il rifiuto della “islamizzazione” e di un’immigrazione percepita come irrimediabilmente ostile, non integrabile e che si finisce ad accusare di drenare risorse di welfare. E ciò vale, paradossalmente ma non troppo, anche se nei Laender orientali (esattamente come nei paesi dell’Est europeo) la presenza migratoria è molto bassa. C’è chi pensa che, all’Est, ancora oggi in molti sentano la mancanza del regime della DDR e della sua rassicurante “omogeneità“. Non serve comunque un Nobel per spiegarci che le diseguaglianze sono aumentate -e non di poco- anche in Germania.

I liberali di FDP tornano al Bundestag dopo una legislatura di purgatorio, presentando una posizione piuttosto dura contro quelli che parte dell’opinione pubblica tedesca vive come tradimenti dei principi ordoliberali del paese. Quindi, nein alla politica di tassi a zero della Bce, che avrebbe “impoverito” i risparmiatori tedeschi (ognuno vede il mondo con le proprie lenti, dopo tutto), e nein anche alla sola parvenza di mutualizzazione e trasferimenti a favore di altri paesi. Possibile e probabile che i liberali arrivino a chiedere la poltrona di Wolfgang Schaeuble, per il quale gli italiani finirebbero quindi a provare intensa nostalgia. Quella economica è verosimilmente l’altra maggiore area di erosione al consenso della Grosse Koalition. A queste due grandi fonti di attrito con l’elettorato se ne possono certamente sommare altre lungo l’asse del conservatorismo sociale ed economico, come il salario minimo e le nozze gay.

Che accadrà, ora? I socialdemocratici sembrano decisi a volersi leccare le ferite all’opposizione, anche per bloccare l’accesso di AfD alle commissioni di garanzia assegnate al partito che guida la minoranza. Ma una rielaborazione dottrinaria e programmatica non potrà essere ulteriormente rinviata. Merkel, come ormai sanno anche gli uscieri, tenterà la coalizione cosiddetta “Giamaica”, cioè con Liberali e Verdi, già sperimentata a livello locale; ma il nazionale è tutt’altra cosa. E dovrà anche gestire gli evidenti mal di pancia della consorella bavarese CSU. Che già, col suo leader Horst Seehofer, punta a “coprire il fianco destro” e togliere l’acqua dall’acquario in cui nuotano gli estremisti della AfD, ammesso che questi ultimi non si disintegrino strada facendo. Anche se il loro elettorato tenderà a persistere, ovviamente.

Il negoziato si preannuncia non breve, al momento siamo ai pronunciamenti di posizionamento. Il leader della FDP, Christian Lindner, ha già detto che punta a modifiche dei trattati europei per consentire ad un paese di uscire dall’euro senza uscire dalla Ue. Una posizione che sta già facendo salivare copiosamente i nostri piccoli no-euro ma che trascura il dettaglio che i trattati si cambiano all’unanimità. Ecco quindi che l’esito più probabile sarà l’accentuazione della segregazione del rischio su base nazionale, con eventuali default sovrani e l’ESM che arriva a raccogliere i cocci del sistema bancario che fosse troppo inzeppato di titoli di stato indigeni. Uno a caso, ad esempio.

In questi anni di crisi la Germania ha assunto, in misura minima e per lo stretto necessario, quel ruolo di egemone continentale che tutti le rimproveravano di non volersi assumere, salvo lamentarsi quando accade. Ruolo certamente funzionale alla preservazione dello status quo e non certo frutto di filantropia, sia chiaro: si chiama tutela dell’interesse nazionale. Ora, con la reazione elettorale, diverrà più difficile avere una Germania accomodante e disposta a farsi insultare in Europa con la frequenza con cui accade oggi. Né si può pretendere che l’elettorato comprenda sempre, a maggioranza, che sarebbe auspicabile evitare di farsi finire in testa un continente per miopia strategica. Il demone nazionalista è sempre pronto a risvegliarsi, ovunque, e ad esercitare le sue spinte disgregatrici. Con buona pace dell’improbabile ed ossimorica “internazionale” di leader politici nazionalisti e populisti e delle loro sorridenti foto di gruppo.

Altra potenziale vittima della sterzata è il presidente francese, Emmanuel Macron, che sta tentando di riagganciare l’economia teutonica per poter poi dare istruzioni ai tedeschi sulle politiche europee: l’antica aspirazione-illusione degli inquilini dell’Eliseo. Per vostra comodità, in calce a questo post trovate una tabella sinottica delle posizioni dei partiti tedeschi in materia di politica economica europea, confrontate a quelle di Macron. E buon divertimento.

Che conseguenze per l’Italia? Come detto, è probabile che si vada comunque verso l’accentuazione della segregazione del rischio su base nazionale. Altrettanto probabile che la “nuova” Germania assuma un atteggiamento più rigido verso la Commissione Ue, tentando di ridimensionarla in caso si mostrasse troppo indipendente. Se a questo aggiungiamo non solo e non tanto la prossima fase di uscita dall’easing quantitativo quanto quella di Mario Draghi dalla Bce, appare difficile giustificare posizioni lunghe di asset italiani (vi piace, questo British understatement?).

A quanti in queste ore si rallegrano per la vittoria di AfD (come l’ineffabile Marine Le Pen, che “scorda” di essersi sbriciolata le corna sul tema della fuoriuscita dall’euro), ed a quanti hanno sempre accusato la Repubblica Federale di essere “egoista” ed “insensibile” giova ricordare che, il giorno in cui la Germania divenisse a sua volta nazionalista, molti sovranisti in giro per l’Europa farebbero meglio a trovarsi un rifugio particolarmente solido. Come sempre, attenti a quello che desiderate: potrebbe avverarsi.

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