by Editor on July 9, 2008
di Mario Seminerio - © Libero Mercato*
Lo shock petrolifero che sta piagando l’Occidente potrebbe avere conseguenze ben peggiori sulle economie asiatiche emergenti. La rivoluzione manifatturiera della Cina e degli altri paesi della regione si è finora basata in modo determinante su ridotti costi di trasporto. La globalizzazione ha rimpicciolito il pianeta, la crisi energetica sembra destinata a tornare ad aumentarne le dimensioni. Il modello commerciale asiatico si è infatti finora basato su scambi ricardiani tra reti di paesi produttori, ciascuno intento a sfruttare il proprio vantaggio competitivo. I prodotti (anche e soprattutto quelli occidentali) vengono spediti in Cina per l’assemblaggio finale, e da qui rispediti sui nostri mercati, con margini unitari di profitto estremamente contenuti. Lo schema è entrato in crisi allo scoppio della crisi petrolifera: basti pensare al costo dei container nella tratta Shanghai-Rotterdam, ormai triplicato. A ciò si aggiunge l’effetto distorsivo dei sussidi all’energia, che hanno artificiosamente tenuto bassa l’inflazione cinese: malgrado il costo del carbone sia triplicato da inizio 2007, la Cina ha frenato l’ascesa dei costi dell’energia, drogando la crescita delle proprie aziende sane, e tenendo artificialmente in vita quelle decotte. Ciò ha solo differito la resa dei conti.
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by Editor on July 7, 2008
by Editor on June 25, 2008
Le acciaierie cinesi hanno raggiunto un accordo con la compagnia mineraria anglo-australiana Rio Tinto per la fornitura annuale di minerale ferroso a prezzi maggiorati in media dell’85 per cento sull’anno precedente, con punte fino al 96,5 per cento. Nel 2007 la fornitura annuale aveva registrato incrementi medi di prezzo del 9,5 per cento. Si conferma quindi la forte domanda di materie prime da parte dei mercati emergenti asiatici, e si conferma anche il momento magico degli steelmakers: il signor Mittal sarà contento.
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by Editor on June 19, 2008
Da domani la Cina aumenta di 1000 yuan a tonnellata (pari a 145,5 dollari) il prezzo al dettaglio di benzina e diesel: un rincaro di circa il 17 per cento. Prosegue quindi il movimento di progressiva rimozione dei sussidi ai prezzi dell’energia da parte dei paesi emergenti, in parallelo alla ripresa della restrizione monetaria globale, in chiave antinflazionistica. L’ovvio esito, nel breve-medio termine, è un’accentuazione del rallentamento globale, doloroso ma necessario. Ora vediamo se il prezzo del petrolio si spaventa. Per ora, si sono spaventati gli investitori sulla borsa di Shanghai, e questo è razionale, visto che la manovra di riduzione dei sussidi implica un rischio tangibile di rallentamento dell’economia cinese.
by Editor on March 25, 2008
Su Epistemes Andrea Gilli analizza le ragioni strategiche e geopolitiche della dominazione cinese sul Tibet, che è fondamentale per il contenimento dell’altro grande gigante asiatico, l’India, oltre che per la proiezione della Cina verso il Sudest Asiatico e l’Asia Centrale. Ipotizzando che la Cina non evolva, a breve-medio termine, verso un modello di democrazia, Gilli valuta quali opzioni di politica estera si pongano per l’Occidente, nell’ipotesi di uno scenario di evoluzione aggressiva (cioè espansionistica) o difensiva della potenza cinese. Per andare oltre il pur giustificato sdegno per la violazione dei diritti umani.
by Editor on October 22, 2007
Si è chiuso ieri il 17° Congresso Nazionale del Partito Comunista cinese. Il presidente Hu Jintao, in apertura dei lavori, ha esortato il paese a ripensare il proprio sentiero di sviluppo economico. Di fatto, ciò in cui Hu ha finora fallito, e che in un futuro nemmeno troppo lontano potrebbe mettere a rischio la prosecuzione dell’”esperimento” di economia di mercato in regime di partito unico. Il problema più serio per la leadership cinese è quello dell’inflazione, che oggi si trova ai massimi decennali del 6,5 per cento annuale, almeno secondo l’indice ufficiale dei prezzi al consumo, all’interno del quale esiste una sottorappresentazione di alcune voci di spesa, quali l’abitazione, che nel paniere cinese pesa solo per il 13 per cento, contro il 40 per cento dell’equivalente capitolo di spesa nell’indice dei prezzi al consumo statunitensi. Continua a leggere su Epistemes.org
by Editor on April 10, 2007
Gli Stati Uniti hanno annunciato ieri la decisione di presentare due distinte contestazioni contro la Cina davanti alla WTO per mancata repressione delle violazioni del diritto d’autore, solo dieci giorni dopo aver imposto dazi contro le importazioni dalla Cina di cartoni. Le crescenti tensioni commerciali tra i due paesi, con gli Stati Uniti che accusano Pechino di non consentire l’apprezzamento dello yuan in misura tale da riflettere i fondamentali economici, sembrano quindi giunte ad un punto di svolta, dopo la discreta ma tenace azione diplomatica svolta dal Segretario al Tesoro statunitense, Paulson, per convincere i cinesi ad accelerare il movimento di rivalutazione dello yuan contro dollaro.
I cinesi non hanno potuto, o meglio voluto, andare in questa direzione, per non compromettere gran parte della propria industria manifatturiera, i cui utili sono basati su margini unitari risicatissimi e (di conseguenza) su grandi volumi di vendita. Da una caduta di profittabilità manifatturiera, in un momento di grandi trasformazioni del sistema sociale cinese, con la crescente inurbazione dalle campagne, la Cina avrebbe solo da perdere, e rischierebbe la destabilizzazione del proprio sistema politico. Alla base di queste considerazioni vi è l’apparente riluttanza a promuovere un più rapido apprezzamento del cambio.
Gli occhi degli analisti e della comunità finanziaria internazionale sono ora puntati sul cambio del dollaro, il sicuro perdente di una guerra commerciale, vista l’entità dei due deficit gemelli statunitensi (di bilancio e delle partite correnti), che rischia di precipitare un violento aggiustamento dello squilibrio esterno.
Approfondimenti su Macromonitor.
by Editor on January 2, 2007
Circa 200 paia di scarpe, importate dall’Unione Europea, sono state bruciate ad Hangzou, nella provincia cinese orientale di Zhejiang, dopo che il locale funzionario che supervisiona il funzionamento dei mercati (sic) ha segnalato che tali scarpe (prodotti originali appartenenti a griffes quali Strada, Clarks, Dolce&Gabbana, Trussardi e Boomerang) hanno fallito non meglio precisati test di qualità. Secondo il responsabile del servizio telefonico che raccoglie le proteste dei consumatori cinesi (anche loro ne hanno uno), indossare simili difettose calzature rischia di compromettere la deambulazione dei cinesi, provocando loro danni di varia natura, soprattutto alle caviglie.
E’ ovviamente solo una coincidenza che la qualità delle scarpe europee importate in Cina sia drasticamente peggiorata alcune settimane dopo l’entrata in vigore dei dazi dell’Ue sull’importazione di scarpe cinesi, con l’introduzione di una tariffa pari al 16.5 per cento e destinata a restare in vigore per due anni, che ha finora determinato un crollo del 66 per cento nell’export calzaturiero cinese verso l’Europa.
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by Editor on June 20, 2006
Quest’oggi il 66 per cento degli accessi a Phastidio tramite motori di ricerca ha come keyword “economia cinese”, e questo è il most wanted post. Gli accessi complessivi sono in aumento di circa il 70 per cento, a parità di fascia oraria. Auguriamo ai maturandi che il tema di domani nella tipologia B2 abbia effettivamente ad oggetto l’economia cinese. Ma ci auguriamo anche che i nostri visitatori di oggi abbiano comunque scoperto delle pagine interessanti, e possano diventare nostri affezionati lettori. In bocca al lupo! 
by Editor on May 22, 2006
Immaginate di essere il dittatore di un paese povero. In questo momento il vostro paese non dispone di istituzioni democratiche né dei fondamentali del capitalismo, quali diritti di proprietà ben definiti e meccanismi per la loro tutela. Immaginate di avere la possibilità di essere dittatore per i successivi cinquant’anni, trascorso tale termine non avrete più alcun controllo su ciò che accade. Siete un dittatore benevolo: il vostro unico obiettivo è quello di promuovere libertà e prosperità, soprattutto nel lungo periodo. Che cosa istituireste prima, capitalismo o democrazia? Secondo Milton Friedman, la priorità deve essere data al capitalismo: cioè ad un sistema ben definito di diritti di proprietà e ad un sistema giudiziario per tutelarli. In più, politiche economiche improntate al laissez-faire ed un ampio spettro di libertà politiche (parola, stampa, assemblea, religione e così via). Ma niente elezioni. Perché? [click to continue...]