La pax (siriana) è in pericolo…

Gli Stati Uniti richiamano il proprio ambasciatore in Siria per “consultazioni urgenti”. Il portavoce del dipartimento di Stato, Richard Boucher, ha dichiarato: “Siamo molto cauti riguardo chi possa aver commesso questo assassinio, ma sappiamo quali effetti ha la presenza siriana in Libano. E sappiamo che essa non porta sicurezza ai libanesi”.

La Siria mantiene un contingente di 16.000 soldati sul suolo libanese, contravvenendo alla risoluzione 1559 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (lo segnaliamo a futura memoria del professor Prodi e della sua allegra brigata di pacifondai unilateralisti…), che ne chiede il ritiro.

Dopo essersi di fatto annesso il Libano, al termine di una guerra civile durata 15 anni, e con la rassegnata accettazione delle cancellerie occidentali (segnatamente della Francia, che storicamente ha esercitato il proprio protettorato su Siria e Libano), e con l’adesione entusiastica del Vaticano, desideroso di tutelare la comunità cristiana maronita anche a costo di ridurla al ruolo di dhimmi, la Siria di fatto controlla in Libano il movimento terroristico Hezbollah, di concerto con il regime teocratico iraniano, oltre a rappresentare da sempre un porto sicuro per i terroristi mediorientali e gli insorti iracheni. Rafik Hariri, ex primo ministro assassinato ieri, amico e sostenitore dell’attuale presidente palestinese, Mahmoud Abbas, si era dimesso lo scorso autunno, quando fu approvata una modifica costituzionale “suggerita” da Damasco per prolungare il mandato del presidente libanese, aveva assunto posizioni sempre più critiche nei confronti dell’occupazione siriana.

Su impulso francese e statunitense il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato la risoluzione 1559, che chiede il ritiro delle truppe siriane dal Libano, anche a seguito del ritiro israeliano dal sud del paese.

Attendiamo gli sviluppi, ma appare evidente che Damasco sta progressivamente perdendo il controllo sul Libano, dove le manifestazioni spontanee anti-siriane di ieri dopo l’attentato e la crescente insofferenza verso l’occupazione potrebbero presto portare ad un confronto, non solo dialettico, tra Siria ed opposizione libanese.

Un’ottima occasione per testare l’apparente nuova sintonia tra Europa e Stati Uniti, ma anche, parlando di cose assai più futili e negligeables, la posizione della coalizione italiana di sinistra-centro. A quest’ultimo riguardo, nulla dovrebbe essere cambiato sotto il sole, almeno a giudicare dal titolo dell’Unità: “Damasco nel mirino”.

In attesa di vedere marce per la pace ed invocazioni sciamanistiche all’Onu (che, come spiegato, è già della partita), vorremmo sommessamente dissentire dal nostro mentore Christian Rocca, che ha definito il giornale del tenente Furio Colombo “la Padania rossa”. Crediamo infatti che una tale definizione suoni piuttosto offensiva per il quotidiano leghista, il cui tasso di beceraggine ruspante e naif è difficilmente o per nulla comparabile alla vis goebbelsiana del quotidiano fondato da Antonio Gramsci e diretto dall’ex presidente di Fiat Usa.

Un commento di Walid Phares, senior fellow della Foundation for Defense of Democracies

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