Quando c’ero io, caro lei…

Romano Prodi, in visita a Jacques Chirac, scolpisce: “Sull’atteggiamento post-elettorale la posizione è chiara : non un soldato, non una divisa, né di Francia, Germania e Spagna, né della Nato in Iraq».

Il messaggio del professore è quindi chiaro: l’Unione lavorerà per riportare l’Italia al centro del processo decisionale europeo che lui, chissà perché, tende ad identificare con Germania, Spagna e Francia, non con il Regno Unito di Blair che siede nell’Internazionale socialista ma è un nemico per i Bertinotti, Diliberto, Pecoraro Scanio che infestano la coalizione di sinistra-sinistra, con complemento d’arredo di qualche neo-doroteo alla Rutelli, e di qualche integralista di estrema sinistra catto-sociale alla Rosy Bindi.

Il fatto che tutto lo schieramento prodiano (ma sarà poi veramente suo? Mah…) stia affannosamente cercando di disinnescare le parole di Kofi Annan sulla difficoltà quasi insuperabile ad utilizzare caschi blu nell’attuale fase della vicenda irachena, appare paradigmatico: quella dell’Onu è la più trasparente delle foglie di fico, un mantra che la sinistra usa ossessivamente per rifuggire dalle proprie responsabilità di forza di governo o aspirante e sedicente tale. Ove venisse organizzato un corpo di spedizione Onu, magari con ampia rappresentanza di quegli stessi paesi arabi e islamici che rappresentano dittature e regimi autocratici e teocratici (ottima levatrice per la fragile democrazia irachena…), ci sarebbe immediatamente qualcuno col ditino alzato a dire che così non va ancora bene, in una gigantesca tela di Penelope che evidentemente riesce ad entusiasmare ed alimentare solo l’onanismo ideologico-organizzativo di Prodi e compagni, il quale Prodi, evidentemente scimmiottando il governo spagnolo, che il giorno dopo le elezioni irachene non ha trovato di meglio che affermare, con il proprio ministro degli esteri Moratinos, che la Spagna si è “adoperata per supportare l’Iraq”, riesce incredibilmente ad affermare che “Noi ci siamo dedicati con ogni mezzo per dare forza e corpo alla fragile democrazia irachena?. In che modo, non è dato sapere. O forse si, lo hanno fatto sostenendo la tesi delle “elezioni-farsa” (in perfetta sintonia con Al-Zarkawi e la vecchia guardia baathista saddamita), forse ritenendo che “la democrazia” sarebbe sorta spontaneamente, magari durante una notte di plenilunio.

Prodi poi, entusiasta di quella che definisce “cessione di sovranità” dei partiti dell’Ulivo a favore della federazione, continua, altrettanto compulsivamente, ad autoincensarsi per la perfezione dei meccanismi decisionali dell’Unione, sostituendo la causa con l’effetto: “La Federazione è una cosa seria. Il fatto che si decide insieme ha un’importanza enorme. Si decide insieme, a maggioranza, anche quando non si è tutti d’accordo». Purtroppo per lui, dimentica di precisare che “si decide insieme” nella misura in cui la decisione assunta va bene alla sinistra onirico-radical-antagonista, a cui egli si è consegnato mani e piedi, perché diversamente “salta tutto” (Bertinotti a Rutelli sulle primarie).

Nel frattempo, mentre Prodi si felicita con se stesso per l’ardita costruzione federalista, altre componenti non minoritarie dell’Unione si dannano l’anima per non farsi spedire dritte filate nella pattumiera della storia: così D’Alema, in una giravolta di sapore fassiniano, afferma che “Non è vero che confermare la nostra opposizione alla missione italiana, per le ragioni di principio che ho ricordato, coincida con la richiesta di un ritiro immediato delle nostre truppe“, in un disperato tentativo cerchiobottista di salvare capra e cavoli, e tenterà quindi di far passare una “mozione” (ah, che nostalgia per questi riti dell’assemblearismo sessantottardo!, ndr) “per registrare il cambiamento di fase in Iraq e nel mondo. Ne discuteremo. Io non sono pregiudizialmente contrario“. In uno struggente amarcord, D’Alema ricorda poi i tempi della decisione sulla partecipazione alla guerra in Kosovo, durante il suo governo. Ricordate? Erano i tempi dell’”Ulivo mondiale”, Clinton e Blair dettavano la linea e le “guerre giuste” erano all’ordine del giorno, con o (soprattutto) senza l’Onu. Ma D’Alema non riusciva a trovare nella propria maggioranza i voti per mandare i bombardieri italiani su Belgrado, e così dovette cercarli in parlamento, tra le fila dell’allora Polo. Ma il “lider Massimo” viene colpito da amnesia selettiva e, al giornalista che gli chiede se non tema che l’asse Bertinotti-Prodi possa schiacciare i riformisti dellUlivo, risponde: “Si figuri se io, che da Palazzo Chigi ho gestito la guerra nel Kosovo, mi preoccupo dell’asse con Bertinotti“. E vabbè…

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