Diagnosi e prognosi

La costante perdita di competitività dell’Italia, evidenziata anche dal saldo della bilancia commerciale, per la prima volta in rosso dal 1993, ultima svalutazione della lira, ha provocato un ampio dibattito (quasi sempre sterile e ideologizzato, come nella migliore tradizione italiana) su cause e rimedi per quello che appare ormai come la fine di un modello di crescita dell’economia italiana.

Alcuni osservatori sostengono che la responsabilità di questa situazione sarebbe dell’euro, sia in relazione all’adozione della divisa unica europea, che impedisce le abituali (per l’Italia) svalutazioni competitive, sia riguardo all’ultima fase di rivalutazione contro dollaro, e parallelamente contro le valute asiatiche che mantengono un cambio più o meno fisso con la divisa statunitense. In realtà, questa sembra essere un’interpretazione errata, perché il saldo della bilancia commerciale relativo all’interscambio con paesi esterni all’area euro mostra ancora un surplus, per quanto significativamente ridotto ed in costante declino, pari nel 2004 a 1.3 miliardi di euro. Ma è rispetto agli altri partner europei, che condividono quindi la stessa moneta, che il surplus italiano si è trasformato in un pesante deficit, pari lo scorso anno a 1.7 miliardi di euro.Vale la pena sottolineare che l’inizio del declino del canale delle esportazioni italiane risale alla fine degli anni Novanta, ben prima della recente ondata di rivalutazioni dell’euro. Secondo altre analisi, la responsabilità dei cattivi risultati del commercio estero sarebbe da attribuire alla specializzazione geografica delle nostre produzioni, cioè al fatto che avremmo partner commerciali “sbagliati??, ed opereremmo in mercati esteri in contrazione, anche se con quote di mercato costanti. Anche questa interpretazione è fallace, perché l’Italia ha perso costantemente quote di mercato dal 1995, dopo l’ultima grande svalutazione della lira.

I problemi veri sono altrove: una sfavorevole specializzazione di prodotto e un’esplicita perdita di competitività dal versante dei costi. Riguardo il primo punto, la maggior parte del made in Italy si trova nei tradizionali settori a bassa crescita e basso valore aggiunto dei beni di consumo e dei beni capitali (macchinari ed equipaggiamenti industriali), mentre il peso delle produzioni a maggiore valore aggiunto, quali information technology, elettronica di consumo, chimica fine e farmaceutica è comparativamente basso, a causa del tradizionale modello di sviluppo italiano, caratterizzato da bassa innovazione, svalutazioni competitive del cambio e basso costo del lavoro, quello della retorica del “piccolo è bello”, sul quale si sono cullati generazioni di politici prima ancora che gli imprenditori. La peggior combinazione possibile, nell’attuale fase della globalizzazione.

Riguardo la competitività di costo, un andamento crescente dei costi unitari del lavoro italiani ha contribuito ad erodere la posizione competitiva del paese. Recenti dati Ocse mostrano un gap cumulato tra Italia e Germania di oltre il 40 per cento negli ultimi quattro anni relativo al costo del lavoro nella manifattura, che non è stato neppure scalfito dalle misure di parziale decontribuzione e riduzione degli oneri sociali adottate dal governo italiano nel 2001 e 2002.L’Italia paga quindi un pesante tributo al proprio ritardo tecnologico ed alla persistente riluttanza a seguire con decisione la via della deregulation, sui mercati del lavoro e dei prodotti. In attesa che il governo presenti il documento sulla competitività, la cui laboriosa gestazione autorizza più di una perplessità, suscita ilarità l’approccio ultra-rigorista con cui la sinistra accusa il governo per la situazione dei conti pubblici. La pubblicazione del consuntivo 2004, che evidenzia un rapporto tra deficit e prodotto interno lordo del 3 per cento, è stata vista dall’opposizione (in prima fila il noto economista Fassino) come l’ennesima alterazione contabile dei dati. Giova precisare quanto segnalato dal ministro dell’economia, Siniscalco: il rapporto è stato rivisto in peggio per effetto dell’inclusione nella spesa pubblica delle voci relative all’aumento di capitale delle ferrovie, per esplicita richiesta di Eurostat. In caso contrario, il rapporto sarebbe stato del 2.7 per cento. Tralasciamo le abituali smanie cospirative dell’Unità e dell’opposizione tutta, dalle quali ci attendiamo l’ennesima robusta campagna anti-nazionale a Bruxelles. Vale la pena segnalare alcuni dati su tutti. La spesa sanitaria aumenta del 7.1 per cento, se si fosse verificato il contrario avrebbero strepitato che in questo paese non si fa prevenzione; la spesa corrente complessiva aumenta del 2.9 per cento, dato di cui occorrerà tenere conto in occasione dei rinnovi contrattuali del pubblico impiego; le spese in conto capitale si riducono del 4.1 per cento, nulla di innovativo rispetto agli anni ruggenti dei governi Ciampi e Prodi, quelli che ci hanno portato in Europa tagliando ferocemente la spesa per infrastrutture e la tesoreria degli enti locali. Le imposte dirette (più 3.4 per cento) aumentano soprattutto per effetto della mancata restituzione del drenaggio fiscale, vera colpa di questo governo, ma un peccato ancora veniale nell’attuale situazione di inflazione storicamente bassa, con buona pace dei dati fantasiosi e politicamente orientati dati forniti dall’Eurispes.

Calano (anzi, “crollano”, secondo l’originale verbo abitualmente utilizzato dall’Unità) le entrate in conto capitale, ma ciò è piuttosto ovvio, essendosi conclusi i numerosi condoni introdotti finora dal governo, forse l’Unità e l’Unione preferivano dati di entrate straordinarie in costante aumento?

In sintesi, l’economia italiana è entrata in crisi strutturale, a causa della crisi epocale di un modello di sviluppo. Chi governerà questo paese, nei prossimi anni, dovrà misurarsi con questo problema. Il governo finora si è mosso poco e male, ma assai peggio ha fatto l’opposizione, che si ostina a “denunciare?? all’estero i conti pubblici italiani con lo stesso approccio da serve con il quale Prodi si è inventato dell’orologio da 440.000 euro di Berlusconi o con il quale il Professore (libero docente di pettegolezzi da sciampiste) si reca all’estero per criticare con argomenti risibili il governo del proprio paese. Attendiamo che una delle “fabbriche” prodiane elabori un nuovo modello di crescita per questo paese, in attesa del congresso di Rifondazione Comunista, che si prepara sin d’ora riversare sul paese le proprie ricette terzomondiste ed oniriche. Da Porto Alegre a Palazzo Chigi, malgrado quello che Prodi possa pensare, la strada è lunga e maledettamente impervia…

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