Analisi e sintesi

l quotidiano francese Liberation esprime in un editoriale un dubbio e una certezza. Il dubbio che il governo italiano paghi sistematicamente un riscatto per i propri rapiti, o che ciò rappresenti perlomeno la prassi “operativa” di Roma; la certezza che il rapimento di Giuliana Sgrena e quello di Florence Aubenas non abbiano nulla in comune. Liberation (di cui Florence Aubenas è inviata) si chiede perché Georges Malbrunot e Christian Chesnot siano rimasti prigionieri per quattro mesi, mentre Simona Torretta e Simona Pari lo siano state solo per tre settimane, e perché Giuliana Sgrena sia stata liberata dopo un mese, mentre per la propria inviata non vi siano, da due mesi, indicazioni diverse dall’oscura richiesta d’aiuto rivolta dalla prigioniera al deputato Didier Julia, vecchio arnese della realpolitik di Parigi verso il regime saddamita. Il quotidiano osserva: “A priori, l’Italia sembra male posizionata per salvare la vita ai propri ostaggi perché, con 3000 soldati, fa parte della coalizione che occupa l’Iraq”. Nell’editoriale si cerca di spiegare i periodi di detenzione relativamente brevi degli ostaggi italiani sulla base del pagamento di un riscatto, citando la notizia, mai smentita dal governo italiano, del pagamento di un milione di dollari per liberare le due cooperanti di “Un ponte per…”. Oggi invece la Francia non sarebbe ormai più in grado di esercitare alcuna influenza in Iraq, perché venute meno le proprie reti di relazione dei tempi di Saddam (e Parigi ne aveva moltissime, a tutti i livelli della precedente dittatura, come dimostra la pervicace resistenza dell’Eliseo al regime change chiesto da Bush), e al contempo non fidandosi delle attuali forze politiche di Baghdad, sentimento verosimilmente reciproco, proprio per i motivi sopra citati.

Come cittadini italiani dobbiamo porci delle domande: sono veramente stati pagati dei riscatti per Agliana, Cupertino, Stefio, Pari, Torretta, Sgrena? Se sì, dovremmo riflettere circa il fatto che quei soldi potrebbero essere stati usati per comprare armi ed esplosivi, per compiere attentati ed uccidere civili iracheni e soldati della coalizione. Ma occorrerebbe compiere anche altre considerazioni. Non c’è nessuno, tra i brillanti watchdog mediatici italiani, in grado di compiere un’inchiesta in questo senso? E ancora: se tutto si riduce al mercanteggiamento con criminali comuni, che ne sarà della gigantesca retorica pacifista inscenata nelle manifestazioni di piazza, nate da motivazioni umanitarie del tutto condivisibili, ma che subiscono invariabilmente la mutazione genetica di contestazione della politica del governo italiano? L’opposizione (quella parlamentare, quella che ha la presidenza del comitato di controllo sui servizi segreti) sapeva del pagamento dei riscatti e ha taciuto per spendere politicamente la moneta delle trattative “politiche” e del pacifismo a senso unico?

Aspettiamo risposte. Nel frattempo, abbiamo ben chiari i nostri stati d’animo: dolore per la morte di un uomo dello Stato, marito e padre, che faceva il proprio dovere con sensibilità ed intelligenza. Sollievo per il ritorno a casa di una donna la cui vita era minacciata. Disgusto e disprezzo per chi, da perfetto cane di Pavlov della malafede ideologizzante e aberrata, sta cercando di allestire l’ennesima teoria del grande complotto americano, e per chi, da posizioni istituzionali, ne sta reggendo il miserabile gioco.

L’editoriale di Liberation

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