Contro la flat-tax

Il titolo di questo post, oltre a non rappresentare fedelmente il nostro pensiero, è volutamente provocatorio. Lo utilizziamo per gettare un sasso nella piccionaia delle adesioni entusiastiche, e spesso acritiche, con cui il tema della tassazione proporzionale del reddito personale viene accolto in questo periodo da quella parte di opinione pubblica che si definisce di orientamento liberale, liberista o più genericamente antistatalista.
E’ d’obbligo una premessa, per meglio inquadrare il contesto originario in cui la flat-tax è stata proposta per la prima volta, anni addietro, da Steve Forbes. Non ci soffermeremo sulle qualità attribuite a questo tipo di tassazione, che avremo comunque modo di analizzare tra poco, per evidenziare che non sempre di qualità si tratta. Vogliamo sottolineare che la proposta di Forbes era esplicitamente mirata alla tassazione del reddito da parte del governo federale. Ciò, se da un lato è coerente con la dottrina conservatrice dello “stato minimo”, quella che prevede il taglio della spesa pubblica durante le espansioni e la riduzione della tassazione durante le recessioni, è tuttavia soprattutto funzionale all’ideologia federalista, che mira a ricondurre la tassazione il più vicino possibile alle comunità locali, in modo che ad esse sia effettivamente demandata la scelta del sistema fiscale.

La flat-tax, inoltre, appare la naturale evoluzione della curva di Laffer, quel principio elaborato negli anni Settanta dall’economista Arthur Laffer e che costituì la bandiera ideologica del reaganismo, secondo il quale la riduzione della tassazione spingerebbe progressivamente il prodotto interno lordo verso il proprio livello potenziale, anche se, a onor del vero, non è dato conoscere (né è possibile misurare) quel numero magico dell’aliquota fiscale sopra il quale l’economia deperirebbe. A noi sembra che la flat-tax rappresenti la risposta adattiva alle condizioni globalizzate di competizione: l’esercizio di una concorrenza fiscale al ribasso tra grandi aree economiche e geopolitiche del pianeta, il cui movimento appare guidato dalle aree in via di sviluppo, quelle con minore reddito pro-capite e livelli molto bassi o nulli di protezione sociale.
Ma la flat-tax, che pure rappresenta un’idea molto attraente, non è esente da critiche e contraddizioni, che in alcuni casi rischiano di indurre l’effetto opposto a quello ricercato dai proponenti. Vediamo di analizzarle, utilizzando un vecchio paper del Mises Institute.

In primo luogo, i sostenitori della flat-tax tendono a liquidare i critici di tale schema come esponenti e portavoce di una sinistra ed occulta entità chiamata “gruppi d’interesse” (special interests nella definizione anglosassone). Costoro trarrebbero iniqui vantaggi da tutte le scappatoie, detrazioni, deduzioni, crediti d’imposta consentiti dall’attuale normativa fiscale, i cosiddetti loopholes. Eliminando i quali, un’imposta proporzionale sul reddito colpirebbe un imponibile più ampio, determinando la degressività della tassazione: aliquota zero fino ad un livello di reddito arbitrariamente determinato, e aliquota unica oltre quel livello.
Ma la chiusura di tutti i loopholes diverrebbe rapidamente una sorta di spietata missione di search-and-destroy di ogni nascondiglio in cui il contribuente potrebbe aver occultato parte del proprio reddito. I flat-taxers sostengono che ciò servirebbe ad eliminare gli odiati “sussidi”. Ma può definirsi sussidio la possibilità di trattenere parte del proprio reddito? Si, ma solo se accettiamo la bizzarra assunzione implicita secondo cui è il governo, e non il contribuente, ad essere proprietario dei guadagni e dei beni del medesimo. Esaminiamo da vicino la lista di chi perderebbe dall’eliminazione dei loopholes:

    1. Percettori di redditi figurativi: parte dei redditi dei contribuenti non sono in forma monetaria. Rientrano in questa categoria i fringe benefits aziendali (auto, buoni-pasto, ecc.), ma sarebbero colpiti anche i proprietari di prima casa, che finirebbero tassati sulla base del reddito figurativo (una sorta di affitto-ombra) generato dalla proprietà immobiliare. Sfortunatamente, a redditi figurativi corrisponderebbero tasse maledettamente reali;

    2. Pagatori di interessi: eliminando la deducibilità fiscale degli interessi passivi, scomparirebbe uno dei principali vantaggi della proprietà immobiliare, la deducibilità degli interessi sui mutui. I proprietari di abitazioni sarebbero colpiti tre volte dall’introduzione della flat-tax: dovrebbero pagare le tasse su redditi figurativi, non potrebbero più dedurre gli interessi sui mutui, ed il valore delle abitazioni scenderebbe a causa delle vendite forzose indotte dalla necessità di fare cassa per pagare le imposte su redditi figurativi;

    3. Percettori di capital gains: qui i più colpiti sarebbero gli investimenti più innovativi e ad alto rischio, quelli di venture capital, per effetto della tassazione di plusvalenze solo maturate ma non ancora realizzate, che discende dall’applicazione implacabile dell’eliminazione dei loopholes;

    4. Ammortamenti accelerati: difficile classificare come sussidio l’ammortamento accelerato dei beni capitali, ma anch’esso finirebbe sotto la mannaia della flat-tax. L’ammortamento accelerato consente alle aziende di costituirsi delle riserve patrimoniali ed investirle per mantenere ed espandere il proprio capitale;

    5. Risorse naturali: ipotizzate che una compagnia petrolifera realizzi un reddito di 100 milioni di dollari vendendo petrolio, e che per effetto delle quantità estratte e vendute il valore delle riserve scenda di 70 milioni di dollari. Il reddito netto tassabile di questa oil company, secondo logica, dovrebbe essere quindi di 30 milioni di dollari, perché considera il depauperamento delle risorse naturali (che sono un bene patrimoniale). Secondo la flat-tax, invece, il reddito tassabile dovrebbe essere costituito dall’intero fatturato di 100 milioni di dollari, senza ammettere il depauperamento delle risorse naturali che tale fatturato hanno contribuito a generare;

    6. Tassazione aziendale: qui, a rigore, occorrerebbe riconoscere che non esiste un’entità chiamata impresa, nel senso che essa è solo l’etichetta dietro cui vi sono i proprietari-azionisti. Perciò, tassare il reddito aziendale è iniquo e costituisce una forma di doppia imposizione. Gli azionisti dovrebbero essere tassati solo una volta, sul reddito che essi guadagnano individualmente dalla partecipazione all’impresa. Anche Ronald Reagan ebbe modo di esprimere questo concetto;

    7. Contribuenti statali e locali: negli Stati Uniti, le imposte statali e locali sul reddito vengono dedotte dall’imponibile utilizzato per la tassazione federale. Secondo i flat-taxers, ciò dovrebbe essere abolito, in quanto sussidio. Inoltre, ad oggi l’interesse percepito sui Municipal bonds è esente da imposte. In caso di tassazione, gli stati e le comunità locali vedrebbero lievitare il proprio costo del debito, con inevitabili ripercussioni sui progetti d’investimento pubblico locale. La maggiore spesa pubblica verrebbe quindi centralizzata nelle mani di un governo federale onnipotente;

    8. Organizzazioni non-profit ed università: non sarebbe più possibile, nella realtà statunitense, dedurre le donazioni a tali enti, che andrebbero incontro alla perdita di autosufficienza finanziaria, e finirebbero con l’essere nazionalizzate dal governo federale, che aumenterebbe ulteriormente la propria dimensione;

    9. Vittime di incendi, incidenti e malati cronici: chi è privo di copertura assicurativa su questi sinistri, sotto il nuovo regime fiscale, perderebbe la deducibilità fiscale degli oneri sostenuti;

    10. Perdite d’impresa: verrebbe eliminata la possibilità di portare a nuovo le perdite di esercizi precedenti, così come quella di compensare le perdite con gli utili derivanti da differenti attività, come nel caso di quanti percepiscono contemporaneamente redditi di lavoro dipendente, di impresa e di lavoro autonomo.

Il principale argomento a favore della flat-tax risiede nella sua semplicità d’applicazione ed equità. Ma non c’è molto di equo nel tassare redditi mai guadagnati, o infierire su malati o vittime di incidenti. Inoltre, non è detto che la tassazione proporzionale rappresenti il più equo di molti altri metodi di redistribuzione. Ipotizziamo due contribuenti, di pari reddito: uno è un giovane all’inizio della carriera, privo di significativi beni patrimoniali, il cui futuro dipende quindi dai propri risparmi, l’altro è un pensionato che ha accumulato o ereditato beni per milioni. Per quale motivo una tassazione proporzionale del reddito in questi due casi rappresenterebbe la soluzione più equa, prescindendo da una qualche forma di imposizione sul patrimonio?

I flat-taxers conservatori amano sostenere che questa tassazione sarebbe neutrale rispetto al mercato, in analogia alla fissazione del prezzo come incontro di domanda ed offerta. Ma dimenticano di indicare che la tassazione, a differenza dello scambio di mercato, è un atto di coercizione da parte del governo, non una transazione volontaria. Secondo i flat-taxers, crediti d’imposta, deduzioni, detrazioni e tutte le altre scappatoie fiscali determinerebbero distorsioni allocative tra settori economici. Ipotizziamo un’economia composta da due soli settori: macchine utensili e grano. Se il primo settore riceve dei crediti d’imposta, su di esso affluiranno più risorse di quante ne avrebbe ricevute in condizioni di libero gioco delle forze di mercato. Quindi, la fiscalità distorcerebbe il mercato, e la flat-tax, eliminando tale distorsione, ripristinerebbe condizioni di mercato più “genuine”. Questa spiegazione trascura che, tra i player in gioco, non vi sono solo i due settori economici coinvolti, ma vi è anche il governo, che è per definizione di gran lunga meno neutrale rispetto al mercato di qualunque altra modalità allocativa.

L’altra argomentazione a favore della flat-tax è quella della semplificazione, in contrasto con la spesso demenziale complessità delle dichiarazioni dei redditi. Secondo i proponenti, la dichiarazione dei redditi si potrebbe fare su una cartolina postale. Ma le cose non sono così semplici. In primo luogo, occorre sempre determinare il reddito tassabile, e per i lavoratori autonomi (ma non solo) questa operazione spesso non è così immediata. Ma occorrerebbe anche rendersi conto che spesso la complessità della normativa fiscale è lo strumento che permette ai contribuenti di ridurre il proprio carico fiscale, difendendosi dalla predazione governativa. Recriminare contro i commercialisti è un po’ come prendersela con i medici per l’esistenza delle malattie.

Tutto l’impianto “filosofico” della flat-tax si basa sul presupposto che la nuova aliquota unica, applicata su una base imponibile enormemente ampliata, resti costante nel tempo. Ma chi lo garantisce? Chi garantisce che il governo, dopo aver fatto emergere base imponibile, non rialzi l’aliquota unica? In quel caso, senza più tax shelters, i contribuenti sarebbero nudi, e non solo in senso metaforico…

A noi sembra assai più convincente ipotizzare che la funzione di utilità dei contribuenti sia rappresentata dal pagamento delle minori tasse possibili (ipotesi eroica o intrinsecamente anti-sociale?). Parafrasando Jefferson, potremmo dire che “il miglior governo è quello che spende il meno possibile e tassa il meno possibile”. Invece di elucubrare se il miglior sistema fiscale è degressivo, regressivo o progressivo, potremmo trovarne uno che riduce il peso delle imposte per tutti i contribuenti. Ipotizziamo un sistema fiscale progressivo, con aliquote che variano da uno a dieci per cento, ed uno in cui si paga una flat-tax del venti per cento. Quale sarebbe preferito, anche dai contribuenti a maggiore reddito, quello progressivo ma con minore pressione fiscale o quello proporzionale ma più oneroso?

La flat-tax è figlia di un’elaborazione intellettuale certamente affascinante, ma non priva di rischi, soprattutto per quanti pensano che il governo dovrebbe essere reso il più snello ed agile possibile, e soprattutto disarmato nei confronti delle libertà dei cittadini.