Reality check

Mentre si moltiplicano le voci di una moratoria (cioè del blocco della dinamica retributiva) dei contratti della pubblica amministrazione, il governo si appresta a rivedere al ribasso i coefficienti di trasformazione delle pensioni, la cui funzione è quella di convertire il montante di contributi accumulati durante la vita lavorativa in rendita pensionistica annuale. Il coefficiente penalizza chi va in pensione prima dei 65 anni ed è calibrato sulla speranza di vita, perché una vita attesa più lunga implica che le prestazioni devono essere corrisposte per un numero maggiore di anni. I coefficienti attualmente variano da un minimo del 4,720 per cento (a 57 anni di età) a un massimo di 6,136 (a 65 anni di età). Ciò significa che chi, a 65 anni di età, avesse accumulato un montante per 100mila euro, si vedrebbe riconosciuta una pensione di 6.136 euro all’anno. Una loro revisione, che consisterebbe in una riduzione applicata a tutte le età e basata sugli aumenti di vita attesa, interesserebbe solo i lavoratori soggetti al regime contributivo, che hanno iniziato a lavorare dopo il 1996, o quelli che avevano meno di 18 anni di contributi nel 1996 (solo per la parte contributiva). A fine giugno, il Nucleo di valutazione della spesa pensionistica, istituito presso il Tesoro, dovrebbe presentare le linee di intervento, previste in un taglio del coefficiente del 5-6 per cento, destinato a tradursi in un taglio medio del 6-8 per cento degli assegni pensionistici, a partire del 2010, e più sensibilmente dal 2015 e in grado di scongiurare il rischio che la spesa pensionistica superi negli anni successivi il 15 per cento del Pil (il che significa evitare di dover aumentare i prelievi sul lavoro in futuro).

Intendiamoci: si tratta di interventi assolutamente necessari per contenere la dinamica della spesa pensionistica così come richiesto, tra gli altri, dalla Commissione Europea, dal Fondo Monetario Internazionale e dalle principali agenzie di rating, per evitare il declassamento del merito di credito italiano. Ma attendiamo la reazione dei sindacati, che peraltro appare già in ritardo. La correzione dei coefficienti è prevista dalla riforma Dini del 1995, e dovrebbe avere cadenza decennale. Il governo Berlusconi si astenne dall’intervenire, mesi addietro, dopo aver introdotto lo “scalone” del 2008, che produce una discontinuità subitanea nel sistema pensionistico a partire da quella data. Intervento certamente discutibile, ma che non si discosta di molto da quello introdotto dalla Riforma Dini del 1996, che ha mantenuto i privilegi del metodo retributivo per chi all’epoca aveva almeno 18 anni di contributi (e perché non 17 o 19? O dieci?), ed ha introdotto il metodo contributivo pro-rata per gli altri, con l’abituale iniquità intergenerazionale caratteristica di questo paese, e che rappresenta il frutto avvelenato della mitologica “concertazione”: un modo per far pagare il conto degli aggiustamenti a giovani, consumatori e disoccupati. Piuttosto bizzarra appare poi la tesi del “contenimento del costo del lavoro”, sostenuta soprattutto dal ministro dell’Economia (ma forse si tratta di un fraintendimento, detto senza ironia alcuna), soprattutto in un momento in cui l’obiettivo strategico della politica economica deve essere quello di consentire il recupero del potere d’acquisto delle retribuzioni, che tuttavia restano imbrigliate dalla specializzazione dell’economia italiana in settori a bassa crescita della produttività, oltre che dalla centralizzazione della contrattazione collettiva, che impedisce l’adeguamento della struttura retributiva alle dinamiche settoriali e territoriali. Non si dimentichi che il cuneo fiscale italiano è inferiore a quello francese e tedesco: la differenza sta tutta nel valore aggiunto prodotto dai sistemi economici, cioè dalla specializzazione dei settori produttivi.
Riusciranno a digerire la pillola i tifosi dei “diritti acquisiti” e la sinistra radicale? Forse si, in fondo Prodi potrà utilizzare come moneta di scambio la note misure ideologiche di rivalsa sociale: l’aumento delle aliquote Irpef sui redditi alti, la reintroduzione dell’imposta di successione ed il superbollo sulle auto di grossa cilindrata, misure caratterizzate dalla produzione di un gettito fiscale pressoché simbolico. Per il momento non sentiamo gridare preventivamente alla macelleria sociale, è già un progresso rispetto al governo precedente.