Keynesismo di ritorno

Il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, ci offre un esempio di neo-keynesismo inconsapevole durante la relazione di apertura del congresso del terzo sindacato italiano. Afferma infatti Angeletti:

“Sprechi e regalie con il denaro pubblico vanno eliminati mentre la riduzione indiscriminata della spesa pubblica sarebbe deleteria, perché comprimerebbe ulteriormente la domanda interna e l’economia sarebbe definitivamente affossata. Ecco perché siamo contrari alla politica dei 2 tempi: non si esce dalla crisi prima risanando e poi puntando allo sviluppo”. Pur d’accordo che il debito pubblico sia ”il vero fardello del Paese”, Angeletti invita dunque ad ”abbandonare l’illusione che questo problema si possa risolvere tagliando la spesa pubblica”.

Per Angeletti, quindi, è la spesa pubblica a sostenere la domanda aggregata. Va da sé che, mettendo il proprio veto al taglio della spesa, l’unica soluzione praticabile per il risanamento sarebbe quella di aumentare le entrate. E qui arriviamo alla grande illusione della sinistra, politica e sociale, di questo paese: la convinzione, cioè, che dalla fantomatica “lotta all’evasione” possa derivare un gettito tale da sanare qualsiasi problema di conti pubblici.

Il ministro dell’Economia, Padoa Schioppa, pare non essere dello stesso avviso, e se ne comprende il motivo: non è possibile realizzare una manovra finanziaria di aggiustamento contando su importi aleatori quali sono, per definizione, le entrate da recupero dell’evasione. Senza contare che non esistono dati certi sull’entità del fenomeno, e che le cifre finora ipotizzate hanno avuto la funzione di specchietto per le allodole elettorali. Certo, sarà possibile comprimere la spesa per consulenze, che negli ultimi anni ha probabilmente finito col rappresentare una forma surrettizia di finanziamento al sistema dei partiti. Allo stesso modo sarà possibile attuare misure simboliche quali il taglio delle auto blu, ma i grandi numeri della manovra non proverranno da queste iniziative. Non a caso si parla di interventi sul costo del lavoro nella pubblica amministrazione, di misure sulla spesa previdenziale e sulla sanità, cioè sulle tre aree che determinano dinamiche inerziali di spesa pubblica non sostenibili oltre. Questi tagli di spesa serviranno a ricostituire l’avanzo primario funzionale a ridurre lo stock di debito, ma dovrebbero anche essere utilizzati per ridurre la pressione fiscale complessiva, iniettando stimoli di crescita nel sistema. Perché Padoa Schioppa sembra aver capito che la via maestra per il rilancio è il taglio di spesa, non l’aumento delle entrate ottenuto tramite maggiore pressione fiscale. Con buona pace di Angeletti e compagni, il problema si risolve proprio tagliando la spesa pubblica.

Ed il taglio del cuneo fiscale è un falso problema. Aumentare la pressione fiscale, o anche solo destinare tagli di spesa al suo finanziamento, determinerebbe un sollievo di brevissimo respiro sui conti di aziende che restano in larga parte labour-intensive ed a bassa produttività. Sarebbe certamente preferibile destinare le risorse raccolte dai tagli di spesa al finanziamento di tagli alla componente fiscale del cuneo. Per le imprese ciò si tradurrebbe nella eliminazione dalla base imponibile Irap della componente del costo del lavoro rappresentata dai contributi a carico del datore di lavoro mentre per i lavoratori, data l’esigenza di sostenere il potere d’acquisto delle retribuzioni nette, occorrerebbe almeno restituire il fiscal drag. Questo intervento minimale potrebbe poi essere integrato da altre misure, quali esenzioni d’imposta per le fusioni tra imprese, nel tentativo di aumentare la dimensione media delle nostre piccole e medie imprese, ed avviare per questa via l’aumento dell’investimento in ricerca e sviluppo, tendenzialmente correlato alla dimensione d’azienda.

Se Padoa Schioppa riuscirà ad imporre la propria linea, avrà dato una grossa lezione alla CdL, perché queste sono le leve da utilizzare per risanare il paese, e non i condoni con termini perennemente aperti. Ma vista la prevalente inclinazione ideologica della componente egemonica nell’attuale maggioranza a breve potrebbe porsi, per l’ex banchiere centrale europeo, il problema del significato della sua presenza in questo governo.