I furbetti dell’indultino

Il Parlamento si accinge a votare il provvedimento di indulto, secondo i termini dell’accordo stabilito tra maggioranza ed opposizione, cioè includendo i reati finanziari e contro la pubblica amministrazione. Il provvedimento prevede l’indulto per tutti i reati commessi entro il 2 maggio 2006 nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive e non superiore a 10.000 euro per quelle pecuniarie sole o congiunte a pene detentive. Secondo il disegno di legge, frutto dello stralcio del provvedimento dell’amnistia da quello dell’indulto, il beneficio sarà revocato di diritto se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della legge, un delitto non colposo per il quale riporti condanna a pena detentiva non inferiore a due anni. Lunga la lista dei reati esclusi: associazioni sovversive, associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico, arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale, riduzione o mantenimento in schiavitù o servitù, prostituzione e pornografia minorile, violenza sessuale, violenza sessuale di gruppo e sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione. L’indulto è un provvedimento di indulgenza a carattere generale, previsto dall’articolo 174 del codice penale che condona, in tutto o in parte, la pena inflitta e, salvo che il decreto disponga diversamente, non estingue le pene accessorie e gli altri effetti della condanna. Sull’accordo pesa il forte dissenso di Antonio Di Pietro, che contesta l’inclusione nel provvedimento dei reati finanziari.

Le motivazioni dell’indulto appaiono prevalentemente riconducibili all’esigenza di deflazionamento della popolazione carceraria, visto che l’approvazione nella formulazione presentata dal relatore Buemi (RnP) determinerebbe l’uscita dal carcere di circa 12.000 detenuti, su una popolazione carceraria di circa 38.000 condannati in via definitiva. Tralasciamo pure le motivazioni “alte e nobili”, così spesso invocate in modo bipartisan dalla classe politica: gli appelli papali, il valore rieducativo della pena, l’inumano sovraffollamento di edifici carcerari perlopiù fatiscenti che in questa stagione toccano temperature infernali, ecc. ecc.
Però a noi, che non siamo esperti della materia, sorge spontanea una domanda: quanti sono i detenuti in carcere per reati finanziari e contro la pubblica amministrazione? Assai pochi, sospettiamo. E siamo certi che il provvedimento non finirà col vanificare i suoi effetti entro pochi mesi, quando gran parte dei beneficiati saranno stati riammessi nelle patrie galere, come esperienza insegna? Che si debba fare qualcosa per correggere una situazione insostenibile è una certezza; è sul come farlo che sorgono i dubbi. Siamo certi che, dopo questo ennesimo provvedimento emergenziale, il parlamento si muoverà in senso riformista, modificando le modalità di regime detentivo, correggendo l’aberrazione della carcerazione preventiva, imboccando con decisione la via della depenalizzazione dei reati a minore impatto sociale e contemporaneamente assicurando certezza dell’espiazione della pena in un contesto riabilitativo? Anche qui, l’esperienza del passato insegna che nutrire dubbi è lecito.

Sorprende la posizione dei duri e puri della sinistra, soprattutto di quella antagonista, che in nome dell’insopprimibile urgenza del provvedimento (che potrebbe beneficiare alcuni valorosi casseur di McDonalds ed agenzie di impiego temporaneo) sono disposti a ingoiare rospi di notevoli dimensioni, come le future e futuribili sanzioni per i crac a danno dei risparmiatori. E’ il caso del rifondarolo leoncavallino Daniele Farina, che un po’ cripticamente scolpisce “chi agita il crac Parmalat o il caso Cirio, usa argomenti levantini”. Più realista il suo compago di partito Gennaro Migliore, che affronta di petto il tema della “previtizzazione” del dibattito sull’indulto, tanto caro alla sinistra ed alla sua sindrome di piazzale Loreto: “I reati finanziari a cui fa riferimento Di Pietro possono essere bloccati con l’interdizione dai pubblici uffici.” Appunto. Previti fruirà pure dello sconto di tre anni, tale da permettergli di chiedere l’affidamento ai servizi sociali, ma resta interdetto in perpetuo dai pubblici uffici, dopo essere stato praticamente l’unico non beneficiabile dalle tanto esecrate leggi ad personam del governo Berlusconi, a dimostrazione dell’elevato tasso di dilettantismo legislativo reiteratamente esibito dalla precedente maggioranza.
Oggi non leggiamo né ascoltiamo appelli alla vigilanza democratica, o contro le leggi-truffa, poiché tra i firmatari del patto che Di Pietro definisce scellerato figurano i catoni diessini. Permetteteci di essere per una volta neoqualunquisti. Poiché la missione istituzionale di questo sito è il debunking dei luoghi comuni e del luogocomunismo imperante in questo paese, vorremmo invitare gli amici di sinistra a dismettere il mantello della superiorità morale. Viste le circostanze, non vi è motivo alcuno per indossarlo.

UPDATE: l’ineffabile Fassino, per indorare la pillola dell’indulto, indossa nuovamente i panni del moralista livido ed esorta il governo:
“Sarebbe quanto mai utile ed opportuno che in queste ore il governo facesse sapere quali delle leggi ad personam approvate dalla destra intende rapidamente abrogare. Si renderebbe così chiaro che l’indulto non attenua minimamente il rigore etico e giuridico a cui il centro sinistra intende ispirare la sua politica in materia di giustizia”.
La maggioranza eticista è sempre all’opera.