Evasione sconfitta in cinque anni. Il Paese molto prima

Ieri il viceministro dell’Economia, Vincenzo Visco, ha illustrato il corpus delle 55 misure anti-evasione ed elusione che il governo ha già realizzato (con il decreto di luglio) o si accinge a realizzare attraverso la legge Finanziaria. Si tratta di misure che eliminano alcuni loopholes, legali e non, utilizzati per sottrarre all’Erario materia imponibile. Alcuni dei provvedimenti sono ispirati alla logica del contrasto d’interessi tra i soggetti coinvolti in una transazione: ad esempio nel caso della detraibilità a fini Irpef del 19% del canone di locazione pagato per l’alloggio degli studenti universitari fuori sede, per un importo massimo di 500 euro, oppure attraverso l’attribuzione al condominio del ruolo di sostituto d’imposta sui lavori compiuti dalla ditta che li ha svolti in appalto o dalle persone alle quali è stata chiesta una prestazione di lavoro. Il condominio quale sostituto di imposta opera all’atto del pagamento una ritenuta del 10% a titolo di acconto dell’imposta sul reddito dovuta dal percipiente, con obbligo di rivalsa, sui corrispettivi dovuti per prestazioni relative a contratti di appalto di opere o servizi, anche se rese a terzi o nell’interesse di terzi, effettuate nell’esercizio di impresa.

Come da noi previsto, Visco ed il governo si stanno muovendo con decisione verso la creazione di una banca dati centralizzata dei rapporti bancari, che servirà al fisco da vera e propria arma non convenzionale puntata sui cittadini, potenzialmente propedeutica all’introduzione di un’eventuale imposta patrimoniale sulle consistenze degli attivi finanziari e/o, in ipotesi di superamento della tassazione tramite cedolare secca (che passerà dal 12.5 al 20 per cento), all’inserimento dei proventi da cedole, dividendi e capital gain nella dichiarazione dei redditi, con conseguente loro tassazione ad aliquota marginale Irpef.

L’insieme dei provvedimenti appare improntato al raggiungimento dell’obiettivo di minimizzare le aree di evasione ed elusione fiscale, dopo che lo stesso Visco, nell’audizione parlamentare di giovedì scorso, ha quantificato l’evasione fiscale in circa 200 miliardi di euro, di cui la metà imputabili a sommerso, anche se non è dato conoscere la metodologia di stima utilizzata. Lo stesso premier non ha mai fatto mistero di considerare il recupero di almeno una frazione di questo imponibile (e del conseguente gettito) come la chiave di volta per il raggiungimento della felicità: riduzione del rapporto debito/pil, nessuna necessità d’intervento sulla spesa (il cui livello è visto anzi come garanzia di qualità), mantenimento/espansione delle misure di welfare, magari con la riduzione dell’età pensionabile. Su questa assunzione statica (nel senso che non considera la reazione adattiva degli agenti economici interessati dalle misure) Prodi ha imperniato tutto il coalition building unionista. E non poteva essere altrimenti, visto il surreale livello di disomogeneità ideologica della coalizione di maggioranza.

Prodi e Visco, tuttavia, dovrebbero avere ben presenti alcune elementari relazioni economiche. In primo luogo, e prescindendo dall’evasione causata dall’esistenza di un’area di economia informale e sommersa che non ha pari nel mondo occidentale, appare evidente che simili provvedimenti avrebbero un senso (e potrebbero addirittura innescare un circolo virtuoso) solo se, a fronte del forte ampliamento della base imponibile da essi causato, vi fosse una più o meno contestuale riduzione delle aliquote nominali, pur al netto dell’esigenza di riequilibrio dei conti pubblici e quindi di riduzione del rapporto tra debito e pil. Se ciò non avvenisse (e non avverrà, statene certi), l’unico effetto visibile sarebbe un forte aumento della pressione fiscale complessiva, con conseguente impatto recessivo sull’economia, che verrebbe amplificato in ipotesi di rallentamento della congiuntura internazionale, ad esempio ai livelli visti nella scorsa legislatura.

L’economia italiana è caratterizzata dalla forte incidenza di imprese piccole, piccolissime ed individuali, che tende a indurre fenomeni di evasione fiscale, frutto di comportamenti collusivi tra clienti e fornitori, oltre alla frequente commistione/confusione tra il patrimonio aziendale e quello personale dell’imprenditore. Ed è proprio l’elevata numerosità delle aziende, pur se caratterizzate da strutture organizzative semplici, ad essere alla base della difficoltà di controllo da parte dell’amministrazione finanziaria dello stato. La reazione di Visco è quella di moltiplicare esponenzialmente i controlli: razionale quanto si voglia, ma suscettibile di provocare un forte aumento degli adempimenti burocratico-amministrativi (cioè dei costi) in capo alle aziende, oltre ad ampliare a dismisura (vedasi il caso degli studi di settore) l’ambito di discrezionalità della burocrazia fiscale. Prescindendo (il Signore ci perdoni) da valutazioni “classiche” sul disincentivo all’assunzione di rischio imprenditoriale che l’elevata pressione fiscale implica.

A conferma della vera e propria ossessione di Visco per i comportamenti elusivi, segnaliamo l’eccellente analisi di Alessandro Penati sull’inasprimento della tassazione delle attività fianziarie. In sintesi: gettito modesto, forte distorsione e segmentazione del sistema degli intemediari finanziari, con riduzione della competizione tra i medesimi. Non entreremo nelle tecnicalità, se qualcuno tra i lettori fosse interessato, può chiedercele in dettaglio. Qui basti sapere che il nome del gioco è “tassazione del maturato”. In altri termini, le tasse vengono escusse non al momento in cui si realizzano, cioè al momento dell’incasso di una cedola o di un dividendo, o della monetizzazione di una plusvalenza. No, vengono escusse alla maturazione, cioè alla fine di ogni anno d’imposta, siano esse realizzate o meno. Provate ad immaginare uno schifoso capitalista da 35.000 euro lordi annui, provvisto di un “pacco” di un centinaio di azioni Enel, magari comprate durante uno dei collocamenti degli scorsi anni da parte del Tesoro. Oggi è il 31 dicembre, le mie azioni valgono più che 365 giorni fa, ma io non voglio venderle. Non importa: sulla differenza teorica di prezzo dovrò comunque pagare il 20 per cento. E se non ho soldi veri per pagare plusvalenze virtuali? Chissenefrega, replica Visco, fatteli prestare.

Nel 1998 Visco applicò questa porcheria al risparmio gestito: fondi comuni d’investimento e gestioni patrimoniali. La normativa è ancora in vigore e prevede che ogni giorno, se la variazione del patrimonio del fondo è positiva rispetto al giorno precedente, la quota venga decurtata del 12.5 per cento di tale differenza mentre, in caso di variazione negativa, essa venga maggiorata di un credito d’imposta di pari entità. Uno dei motivi per i quali i fondi comuni italiani non sono di fatto vendibili fuori dai patri confini, è proprio il loro diverso regime fiscale rispetto a prodotti concorrenti esteri: in mercati rialzisti, i fondi italiani sono strutturalmente sottoperformanti rispetto ai prodotti tassati sul realizzato, la cui quota è cioè espressa al lordo della fiscalità.
Senza contare che vista l’impossibilità, in vigore già oggi, di compensare plusvalenze e minusvalenze maturate su titoli depositati presso banche diverse, i risparmiatori tenderanno a concentrare tutti i propri dossier titoli presso un’unico intermediario, aumentando la vischiosità alla mobilità dei clienti, cioè riducendo la competizione del sistema creditizio.

Due righe sulla leggendaria “armonizzazione” delle cedolari secche, a vantaggio dei depositi bancari, quelli dove risiederebbe il risparmio dei meno abbienti: con un rendimento più basso dell’inflazione (controllate il vostro estratto conto, sul mio c’è scritto “tasso creditore annuo 0.01 per cento”), ulteriormente ridotto dai costi di amministrazione, la tassazione dei depositi rappresenta una patrimoniale. Che l’aliquota sia al 20 o al 27 per cento.

Non scordatelo.