L’albero dai frutti avvelenati

Il conclave unionista della Reggia di Caserta sarà ricordato, negli annali della politica italiana, come l’evento che ha sancito la definitiva archiviazione di quella commedia degli equivoci nota col termine “riformismo”. Cioè di quel maldestro tentativo di ridurre il gap che separa il nostro paese dal resto del mondo occidentale in termini di modernizzazione dell’apparato dello stato, liberalizzazioni economiche, creazione di un welfare universalistico e non particolaristico, equità intergenerazionale. La fine del riformismo all’amatriciana, certificata dal ghigno trionfante del segretario di Rifondazione comunista, Franco Giordano (“Li abbiamo fermati. Partita chiusa”), segna anche il definitivo disvelamento della vigliaccheria politica di Piero Fassino e Francesco Rutelli, gli uomini del fusionismo ulivista e degli accordi con forze antioccidentali e neopauperiste, portatrici di una visione dei rapporti sociali improntata all’odio di classe ed alla prevaricazione ed annichilimento dell’individuo come soggetto politico attivo.

Piero Fassino, l’illividito ed impotente segretario politico di un partito privo di anima ed indirizzo politico, ridotto a cinghia di trasmissione dei poteri forti, soprattutto di quello cooperativo; l’uomo che invoca riforme e se le fa ricacciare in gola senza battere ciglio; la guida di un partito, il più importante della coalizione, che ha tuttavia rinunciato ad esprimere il premier se non dopo colpi di palazzo, in una perenne sindrome da autocastrazione.

E Francesco Rutelli, l’incorporeo post-democristiano vocato negli slogan e nella guerriglia di posizione contro Prodi. L’uomo degli annunci solenni e degli altrettanto solenni dietrofront. L’uomo dalle grandi visioni per il sistema-paese, che di certo non ha tempo per curarsi della quotidianità, fatta anche di tessere false per gonfiare gli iscritti al suo partito, nella guerra per bande che si è scatenata tra le correnti della Margherita per essere in pole position in vista della costituzione del fantasmatico partito democratico.

Il vertice di Caserta, nella sua teatrale vacuità, è riuscito a produrre l’ennesima brochure a colori, l’ennesimo “albero del programma“, il memorandum delle azioni che governo e maggioranza si prefiggono di portare a termine entro la fine della legislatura. E’ proprio una fissazione prodiana, questa dei gosplan scritti sulla sabbia e rapidamente destinati all’oblio. Non dovremmo, quindi, perdere tempo a segnalare ai lettori le chicche in essi contenute. Ma faremo un’eccezione, per mostrare a tutti gli elettori moderati di centrosinistra chi e cosa hanno realmente votato, lo scorso anno. Si tratta di un elenco ovviamente non esaustivo, in prevalenza limitato all’ambito economico perchè è in esso che si annida (come è prevedibile) il maggior tasso di ideologismo del più sgangherato (ma pericoloso) governo italiano del Dopoguerra.

Segnaliamo, ad esempio, l’autentica ossessione per il “recupero di progressività” nell’ambito del sistema fiscale (pag.29), che finirà col ridurre gli incentivi all’offerta di lavoro ed all’assunzione di rischio d’impresa, deprimendo ulteriormente la crescita del paese. Si parla poi di reintrodurre la restituzione del fiscal drag, cioè l’indicizzazione degli scaglioni d’imposta all’inflazione per impedire che, in un sistema fiscale progressivo, la crescita dei redditi nominali causata dall’inflazione finisca col sottrarre quote crescenti di reddito reale ai contribuenti. Bene, ma perchè questa iniziativa non è stata ancora assunta, dopo aver strepitato in campagna elettorale, non senza qualche ragione, che la mancata restituzione del fiscal drag ha rappresentato un misfatto del precedente governo? Eppure le risorse ci sono.

Nella sezione “Una piena e buona occupazione” si parla della necessità di “impostare una politica fiscale basata sul prelievo progressivo per tutti i redditi, dai salari alle rendite”. Illuminante. Perchè, se parliamo di progressività anche nella tassazione del risparmio (le “rendite”, nel lessico dei somari marxisti al governo), ciò vuol dire una cosa sola: tassare ad aliquota marginale Irpef interessi, dividendi e capital gain, superando l’attuale cedolare secca del 12.5 per cento, destinata a salire al 20 per cento in attuazione della legge delega di “riordino” che il parlamento ha concesso al governo settimane addietro. Si tratta, in sostanza, della nominatività piena di tutte le attività finanziarie dei contribuenti. Per ottenere ciò, un ruolo fondamentale verrà giocato dal Grande Fratello di Visco, con la creazione di una banca dati centralizzata dei rapporti bancari e con gli intermediari finanziari, che segnaleranno all’erario le consistenze dei risparmi delle famiglie.

A pagina 42, sempre nella sezione dedicata all’occupazione si giunge, per la finalità di garantire il potere d’acquisto di salari e pensioni, a vagheggiare l’introduzione d’imprecisati meccanismi per “definire una quota dell’incremento di produttività a favore delle retribuzioni perchè risulta evidente che, da molti anni a questa parte, essa è andata esclusivamente a vantaggio delle imprese”. E come si dovrebbe strutturare questo intervento, di grazia? Espropriando le imprese?

Sempre per tutelare il potere d’acquisto, addirittura esilarante il precetto che impone di “adottare criteri di trasparenza nella definizione del paniere di prodotti che definiscono l’aumento dell’inflazione”. Ma quel paniere è pubblico, in cosa consisterebbe la sua asserita opacità?

Nella sezione “Previdenza sicura e sostenibile“, si parla della necessità di “rafforzare il pilastro della previdenza complementare”. Possibile? Possibile che un governo egemonizzato da forze comuniste (perchè è tempo di chiamare le cose col loro nome) si dica disponibile a ridimensionare il ruolo pubblico nella previdenza? Manco per idea: e così, ecco comparire una nuova fogliolina dell’albero del programma, fogliolina che nasce proprio sul rametto della previdenza complementare (pagina 44) e che specifica che occorre “rivedere la tassazione delle prestazioni [della previdenza complementare, ndPh.], che è oggi ingiustificatamente molto più vantaggiosa del trattamento riservato alla pensione pubblica”. Cosa si intenda con questa minacciosa frase non è dato sapere, ma da essa emerge il pregiudizio ideologico avverso alla previdenza privata.

A pagina 43 si ipotizza “l’allungamento graduale della carriera lavorativa, tenendo conto del diverso grado di usura provocato dal lavoro, attraverso incentivi che non mettono a rischio l’adeguatezza della pensione“. Altra assurdità: introdurre incentivi per favorire la permanenza al lavoro finirebbe con l’aumentare ulteriormente il rendimento dei contributi versati nel corso della vita lavorativa che già oggi, per le generazioni prossime alla pensione, è eccessivamente elevato e finisce col drenare risorse alle prossime generazioni. Attività, quest’ultima, che rappresenta l’autentica specialità del blocco politico e sociale a cui Prodi si è consegnato, mani e piedi.

La riforma pensionistica elaborata dal governo Dini nel 1995 rappresenta la stella polare di questa maggioranza, e se ne comprende agevolmente il motivo: si tratta di una riforma molto blanda, incapace di generare significativi riequilibri nella dinamica di spesa, motivo per il quale i governi degli ultimi dieci anni hanno sempre dovuto ricorrere alla riduzione di numero ed ampiezza delle “finestre” per i pensionamenti di anzianità. E infatti, a pagina 43 dell’albero, si legge: “procedere al confronto con le parti sociali al fine di effettuare la verifica sul funzionamento della ‘Riforma Dini’, prevista nel 2005 e mai effettuata dal governo Berlusconi”. E’ vero, il precedente governo aveva deciso di non decidere sul “tagliando” del 2005 alla riforma Dini, anche perchè tale verifica implicava essenzialmente un unico intervento: la modifica dei coefficienti di trasformazione, cioè la riduzione della percentuale di copertura della pensione pubblica rispetto all’ultima retribuzione. Una rettifica, che avrebbe dovuto essere automatica, necessaria a scontare sulla spesa pensionistica l’aumento della speranza di vita. Eppure, già oggi, i sindacati non ci stanno: “Sarebbe una malvagità“, dice il segretario generale della Uil, uno dei tre oligarchi che stanno fottendo il futuro delle giovani generazioni di italiani, attivamente coadiuvati da “riformisti” come il ministro diessino Cesare Damiano, che si è messo in testa di ridurre l’età pensionabile facendo pagare il conto ai contribuenti.

Potremmo proseguire ma sarebbe un sostanziale spreco di tempo, nostro e dei lettori. La sintesi ultima è che, da questo albero dei desideri, spuntano alcuni frutti avvelenati per l’economia e per i contribuenti italiani. Una overregulation, una stratificazione di norme del tutto incompatibile con l’obiettivo di semplificare le procedure di avvio e gestione ordinaria delle imprese, obiettivo a cui ormai credono solo i saltimbanchi radicali; un fisco occhiuto e insaziabile; una spesa pubblica senza freni; un’accresciuta ipertrofia della burocrazia statale; la mortificazione del principio di sussidiarietà, mai realmente decollato nel nostro paese; un più che certo calo del prodotto potenziale dell’economia, sotto il peso dell’utilizzo ideologico di potenti disincentivi fiscali dal lato dell’offerta, di lavoro e d’impresa; la creazione di un ambiente palesemente ostile all’impresa ed a quell’investimento diretto estero che a parole si afferma invece di voler attivamente ricercare ed attrarre.

Una concezione chavista dello stato e dell’economia innestata in un paese che, a differenza del Venezuela, non gode della rendita petrolifera. Una contraddizione destinata a esplodere con il rallentamento della congiuntura internazionale, quando si renderà ancora più evidente il danno inferto alla competitività del paese dall’eccesso di pressione fiscale e regolamentazione.

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