L’Odissea dell’imprenditore

di Piero Melis*

Diversi anni fa un’importante casa automobilistica arruolò Ulisse quale testimonial. Il noto eroe mitologico esordiva dicendo:”Volevo acquistare un’auto e mi sono ritrovato in un’odissea”.

Oggi, se sostituissimo le parole “acquistare un’auto” con “intraprendere un’attività” o “mettermi in proprio” o con simili espressioni, l’Ulisse 2000 (niente a che vedere con l’omonimo giornale di bordo della nostra compagnia di bandiera) renderebbe perfettamente l’idea.

Soprattutto per chi non dispone di ingenti capitali o dell’appoggio dei cosiddetti poteri forti, l’avventura imprenditoriale è una vera odissea, comunque vada.

Tralasciamo in questa sede i rischi connessi al mercato, che ora sono particolarmente elevati data la situazione a livello sia nazionale che internazionale.

Si sa che ogni investimento è correlato ad un certo rischio, e ben poco può essere fatto se non nei limiti della prudenza. Però, finché il rischio imprenditoriale è dovuto in massima parte al mercato (concorrenza, gusti dei consumatori, ecc.), la situazione può essere considerata fisiologica.

Purtroppo, attualmente, vi sono invece diversi altri fattori che, fin dall’inizio, condizionano pesantemente l’imprenditore nella sua attività.

Pur dando per scontato che egli abbia già le idee chiare su cosa realizzare, che sappia – per dirla in parole povere – far bene i suoi conti, trova subito i primi ostacoli nella costituzione della società.

Innanzitutto, occorrono almeno due mesi affinché l’azienda sia realmente operativa. Tanto che spesso si preferisce rilevare tutte le quote di società già attive (non importa se nello stesso settore), evitando così le lungaggini burocratiche. Nel Regno Unito una nuova impresa è avviata nel giro di qualche giorno. Ho letto che il radicale Capezzone si sta impegnando per avvicinare i tempi italici a quelli albionici: gli faccio i migliori auguri.

Ma fondare una società costa: oltre alle parcelle dei commercialisti arrivano quelle ben più salate dei notai. Notai, la cui professione l’attuale governo si guarda bene dal liberalizzare. Ora, se il contributo di un commercialista alla costituzione di una nuova società è effettivamente importante e genera valore aggiunto, non così possiamo dire di quello del notaio, che il valore non lo aggiunge ma lo toglie (dalle tasche dell’imprenditore). Quel pubblico ufficiale è una zavorra che l’azienda deve trascinarsi per tutta la durata della sua esistenza, un incubo che la perseguita anche nella fase di chiusura; persino operazioni banali come l’aumento di capitale o il cambio di nome devono essere certificate (ed a che prezzi).

Il notaio è però solo una parte di quei costi burocratici che l’imprenditore deve sostenere. E tali costi sono valorizzabili solo in parte, dal momento che nel gestire un’azienda – soprattutto se piccola – si deve dedicare alla burocrazia una quota cospicua del proprio tempo, e ciò si traduce inevitabilmente in un minor fatturato. Per esempio le cartelle “pazze”, richieste esattoriali per infrazioni mai commesse che, oltre ad essere causa di aritmia e di ipertensione per l’imprenditore, sottraggono tempo prezioso a lui ed al suo commercialista.

Una volta che l’azienda è operativa, nei primi mesi di vita il flusso di cassa è notoriamente negativo. Infatti, a parte le parcelle pagate ai professionisti per la costituzione della società (notaio in primo luogo), l’imprenditore deve attrezzare la sede. Se non ne possiede già i locali, deve sborsare tre mesi di affitto anticipati. Altre spese più o meno utili (ad esempio, gli adeguamenti alla legge 626) vanno affrontate subito, e le più consistenti sono sicuramente quelle relative al personale, che deve essere regolarmente pagato alla fine di ogni mese. Considerando che i clienti – specie quelli del settore pubblico – pagano a 90 giorni data fattura fine mese quando va bene, l’imprenditore potrebbe facilmente trovarsi nelle condizioni di dover fare ricorso al credito. Se ha fortuna accede a finanziamenti a tasso agevolato. Altrimenti deve recarsi in banca con il cappello in mano.

Fermiamoci un attimo ed analizziamo i costi derivanti dalla gestione del personale e dal ricorso al credito bancario.

Quando si assume del personale, è impossibile (a meno che non si sia veramente esperti ed aggiornati) non ricorrere al consulente del lavoro. Ed anche se una parte di colpa va sicuramente alle associazioni industriali che stipulano con i sindacati dei contratti operativamente difficili da applicare, il piccolo imprenditore può spendere sino a 1000 euro l’anno per tutti gli adempimenti (cedolini, CUD, etc.) di ogni dipendente. Senza la sicurezza che il consulente del lavoro abbia fatto le cose per bene, quindi con il rischio di sanzioni a volte elevate per errori formali. In tal caso, con ulteriori parcelle per il consulente del lavoro che deve adoperarsi per i ravvedimenti operosi.

Per quanto riguarda le banche, siamo all’odissea nell’odissea. È difficile trovare un unico istituto che conceda un fido adeguato, a meno che non si diano solide garanzie (leggi Bot). L’imprenditore è allora costretto ad aprire più rapporti di quanti abbia effettiva necessità, con conseguente aumento dei costi fissi. Ed alla fine di ogni trimestre sono dolori. Gli interessi passivi che la banca incassa sono la somma di diversi addendi; tra questi ve n’è uno, apparentemente innocuo, in relazione con un numerino piccolo piccolo, solitamente compreso tra 0,125 ed 1. È la commissione di massimo scoperto, parto geniale di una mente finanziaria perversa. È l’ulteriore interesse che, su base trimestrale, la banca applica al massimo scoperto del fido raggiunto nel trimestre.

Potrei dimostrare che con tale escamotage si può mediamente raddoppiare o triplicare l’entità degli interessi passivi, e quindi superare la soglia limite del tasso di usura.

Anche in questo caso sembra che il governo Prodi voglia intervenire (quante occasioni perse, cav. Berlusconi!): rifaccio i migliori auguri, pur se le speranze di vedere ridimensionati certi poteri forti notoriamente amici sono assai fioche.

Ulteriori forche caudine sono rappresentate dalla quasi totale impossibilità di risolvere i contratti di assunzione a tempo indeterminato (tranne per motivi veramente gravi). Ora, se è vero che i licenziamenti sono consentiti al di sotto dei 15 dipendenti, l’imprenditore deve in ogni modo riconoscere 6 mensilità lorde al dipendente mandato a casa. E scusate se (non) è poco!

Potremmo declamare per ore l’odissea dell’imprenditore con innumerevoli altri esempi, ma fermiamoci qui prima di scoraggiare eventuali lettori desiderosi di tuffarsi nell’avventura imprenditoriale. Mi sia concessa solo un’ultima osservazione sulle imposte.

Una consolidata cultura catto-sindacal-comunista ha sempre visto nell’azienda, se non il male assoluto, sicuramente una vacca da mungere con i pretesti dell’evasione e dell’elusione dei tributi.

Ma è soprattutto negli ultimi anni che i canini vampireschi del fisco si sono drammaticamente affondati nelle giugulari delle società, ideando due temibili strumenti come l’IRAP (cui il destino ha ironicamente assegnato un nome che ne ricorda la vera natura) e gli studi di settore.

L’IRAP, che come la commissione di massimo scoperto appare un numero percentuale di modesta entità, eleva drammaticamente l’ammontare dei tributi che l’azienda deve versare all’erario. Ad esempio, una società che in un esercizio realizza il 10 percento di utile lordo (dato sicuramente realistico), soprattutto se con elevati costi del personale può ridursi a generare solo poco più del 2 percento di utile netto non essendo l’IRAP detraibile dall’IRES. Se l’utile lordo scende sotto il 5 percento, l’IRAP si mangia quasi sicuramente tutto l’utile.

Se infine l’azienda, pur conseguendo un piccolissimo utile va in perdita a causa dell’IRAP, per continuare ad esistere deve operare un aumento di capitale con relativi costi notarili non irrisori; ragion per cui alcune società preferiscono produrre fatture false per aumentare il fatturato, pur dovendo così pagare ancora più IRAP e più IRES.

Amarus in fundo, gli studi di settore. Questo strumento, anch’esso illiberale sebbene ideato dal prof. Tremonti, determina in base a vari e discutibili parametri quello che secondo il fisco è l’appropriato ammontare delle imposte di un esercizio. Ad esempio, una società che ha X dipendenti, Y impianti, W metri quadri di uffici e Z computer, non può che fatturare quanto risulta dall’algoritmo matematico che elabora i parametri X, Y, W, Z ed altri ancora. Se l’azienda non è “congrua”, ossia in linea con il risultato degli studi di settore, deve pagare come se lo fosse. È pur vero che è possibile ricorrere, però intanto occorre versare anticipatamente un terzo della differenza tra le imposte presunte e quelle dichiarate; e con il rischio elevato che il giudice tributario respinga il ricorso (e quindi ci si ritrova a dover sostenere altre spese).

Il “liberale” Tremonti aveva se non altro previsto che per un esercizio le cose potessero non andare poi così bene, e quindi che una società avesse difficoltà a rientrare negli studi di settore. Ma il “liberalizzatore” Prodi ha ben pensato che è ora di finirla con gli evasori nemici della patria, ed ha abolito tale norma: in sintesi (quasi cartesiana), se l’azienda esiste, di conseguenza deve pagare.

Se è vero che siamo la settima o l’ottava potenza economica mondiale pur in presenza di tali ostacoli, chissà come potremmo scalare la classifica in una situazione di reale libertà economica e con un sistema tributario che facesse pagare alle società solo tasse e quasi niente imposte, come è giusto che sia.

Per chiarire questo concetto richiamo brevemente le definizioni (rimandando a testi specializzati per eventuali approfondimenti): mentre le tasse sono contribuzioni dovute allo stato o altro ente pubblico per servizi resi che siano chiaramente individuabili e misurabili, le imposte non corrispondono invece ad alcun servizio specifico e vanno a coprire le spese che lo stato o altro ente pubblico sostiene per il mantenimento di servizi indivisibili resi alla collettività.

Ora, pur riconoscendo che lo stato sostiene delle spese non direttamente imputabili e misurabili per le attività di monitoraggio, controllo e quant’altro del sistema produttivo nazionale, certamente le imposte versate dalle imprese superano di gran lunga tali costi. La già menzionata IRAP, ad esempio, è stata introdotta per coprire la spesa sanitaria nazionale: perché mai le aziende devono farsi carico della salute dei cittadini? Non pagano già l’INAIL? E non è forse vero che alcuni contratti collettivi prevedono che il dipendente in malattia sia a carico dell’azienda per cui lavora?

Applicare alle persone giuridiche lo stesso principio di imposizione fiscale di quelle fisiche è assurdo, siamo in presenza di un disordine tributario che, oltre a rendere lenta ed inefficiente la macchina esattoriale, penalizza economicamente l’impresa e rende sempre meno trasparenti il controllo e la gestione dei servizi pubblici.

Le risorse liberate dall’IRAP e da altri tributi impropri andrebbero non solo a sostenere gli investimenti, ma genererebbero altri introiti per lo stato attraverso l’IVA e le imposte dirette dei soci, che in tal caso diverrebbero più elevate per l’effetto dei maggiori dividendi.

In conclusione, quello dell’imprenditore è un mestiere difficile, sempre lo è stato e sempre lo sarà. Ma molto può essere fatto per ritrovarsi, se non nella confortevole reggia di Itaca, almeno in un più innocuo ancorché impegnativo tour da “Avventure nel mondo”.

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*Pier Luigi Melis (1957, Osini NU) si è laureato nel 1982 in ingegneria meccanica presso il Politecnico di Milano con una tesi sperimentale sulle celle a combustibile a carbonati fusi (sistema di produzione di energia elettrica ad elevato rendimento e basso impatto ambientale). Sempre presso il Politecnico di Milano ha conseguito il master MIP in gestione aziendale, ed è laureando in fisica elettronica. Ha lavorato presso multinazionali nel settore dell’elettronica e dell’informatica applicata al controllo di processo ed alla supervisione degli impianti tecnologici. Ha brevettato un sensore per la telesegnalazione dello stato lampadine per impianti di illuminazione pubblica.

Dal 1996 opera come imprenditore, avendo fondato una società di servizi informatici con specializzazione in database, reti e telecontrollo.

Si interessa con particolare attenzione alle problematiche della fiscalità aziendale, dell’ambiente e dell’energia.

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