La bella sanità e i bravi contribuenti

Venerdì scorso si è tenuto a Roma, presso l’Aula Magna del Cnr, un convegno dall’impegnativo titolo “Qualità e sicurezza delle cure: per una sanità dalla parte del cittadino“, a cui hanno partecipato numerose eccellenze illustrissime, tutte rigorosamente selezionate nel nutrito novero delle termiti equo-solidali della finanza pubblica italiana. Durante il convegno è stata presentata un’iniziativa che certamente servirà ad innalzare gli standard qualitativi della sanità pubblica del nostro paese. Si tratta della campagna per “comunicare la sanità”, commissionata dal Ministero per la Salute al sopravvalutatissimo fotografo finto-trasgressivo Oliviero Toscani, ormai specializzato nell’avere committenti del centrosinistra, dopo la celebre campagna realizzata per conto della Regione Calabria, tutta mirata “a ridare alla Calabria una immagine coerente, che ne indichi anche l’ansia di riscatto e la voglia di uscire da luoghi comuni ingiusti e massificanti“, come recita il disarmante luogo comune dell’Assessorato al Turismo della Regione Calabria.

Racconta il compagno Toscani, la cui missione è ormai divenuta quella d’incassare denaro pubblico, cortesemente elargitogli dalla sinistra, per combattere quelli che non sono luoghi comuni ma dati di fatto, che un bel giorno ha incontrato il ministro Livia Turco, che gli ha chiesto: “Cosa ne pensi della bella sanità?“. Toscani, anziché porsi interrogativi sullo stato etilico della interlocutrice, ha prontamente realizzato un’immagine geniale ed essenziale, come nel suo stile: quella di un’infermiera con guance rosee, sorriso smagliante ed espressione rassicurante, che vuole rappresentare ciò che di buono e bello offre il nostro Servizio sanitario nazionale.

Chiosa in profondità, Toscani: “La salute è un fatto soggettivo: cioè è ciò che vorrei vedere quando qualcuno mi incontra“. Tradotto in slogan, diventa “Pane, amore e sanità“. Chissà quanto costerà, ai contribuenti italiani, l’ennesima levata d’ingegno di Livia Turco. Forse ai sopracitati contribuenti interessa maggiormente avere strutture sanitarie pubbliche prive di “rischio biologico, radioattivo, fumo in reparto, escrementi in terra, archivi aperti, tubi rotti, immondizie“, e dove sia possibile essere ragionevolmente certi che, in sala operatoria, ti verrà somministrato ossigeno anziché protossido d’azoto. Forse, anziché nelle capienti tasche di Toscani, quei fondi potevano essere altrimenti indirizzati. Nel corso dello stesso evento, il premier Prodi si è esibito in una delle sue pensose analisi, dalla quale ha tratto l’inferenza che in Italia serve l'”unificazione sanitaria”. Non ci dorme letteralmente la notte, il Professore, di fronte alla disparità degli standard di assistenza sanitaria tra regioni italiane. Purtroppo per lui ed i suoi alleati, per ottenere l’unità sanitaria d’Italia non è bastato aver scongiurato il pericolo della riforma costituzionale tentata dalla CdL nella scorsa legislatura, ed ora ci troviamo esattamente con quello che Piero Fassino, lo scorso 26 giugno, aveva vaticinato in caso di vittoria dei si al referendum confermativo:

Con la devolution avremo venti sistemi sanitari regionali, ciascuno separato dagli altri. Ognuno di questi, poi, potrà determinare un ordinamento proprio mettendo in discussione quell’uguaglianza di diritti, delle prestazioni e dei servizi che oggi tutti hanno, grazie al sistema sanitario nazionale. Ogni regione potrà dotarsi di un prontuario farmaceutico diverso, definendo quali sono le medicine che eroga a spese del servizio sanitario e quali no. Potrà determinare in proprio il metodo di finanziamento della spesa sanitaria, mettendo in discussione, così, il principio attuale di una sanità finanziata dalla fiscalità generale. I livelli di assistenza e di cura, in sostanza, potranno cambiare da regione a regione. È evidente che in un sistema di questo genere le regioni più deboli vedranno accentuato il loro divario rispetto a realtà che godono di un sistema migliore. Inutile dire che a fare le spese di tutto ciò saranno i cittadini.”

E non è tutto. Pare che la disunità d’Italia, in ambito dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), cioè degli standard di prestazioni sanitarie minime, a tutela costituzionalmente garantita della salute dei nostri connazionali, sia proseguita anche di recente, durante il provvido governo Prodi. Basta leggere queste preoccupatissime parole dell’Agenzia del Farmaco, che lo scorso febbraio denunciava l’assalto di alcune regioni ai prezzi di riferimento stabiliti ai fini della rimborsabilità dei medicinali, introducendo “differenziazioni da Regione a Regione in merito ai prezzi di rimborso e alla accessibilità gratuita dei farmaci”:

“In questo modo – afferma l’Aifa in una nota – si lede il principio a legislazione vigente della unitarietà del sistema farmaceutico, poiché la materia di prezzi e rimborso dei farmaci di fascia A, costituisce un LEA, che non può essere modificato nelle singole Regioni, con il rischio di produrre 21 Prontuari farmaceutici diversi“. L’Aifa sottolinea infatti che “il diritto del cittadino di avere un accesso uniforme ai farmaci di fascia A, indipendentemente dalla sua collocazione geografica, costituisce nella normativa vigente un diritto che non può essere messo in discussione dalle politiche di ripiano della spesa farmaceutica assunte nelle singole Regioni”.

Che dite, lo troveremo uno sdegnato Enzo Biagi che, Costituzione alla mano, denuncia che di fronte alla sanità pubblica non tutti gli italiani sono uguali, oppure dovremo attendere il prossimo governo di centrodestra?

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