Il migliore alleato di Prodi in Europa

Il presidente francese Sarkozy ha comunicato ieri, durante la riunione mensile dell’Eurogruppo (il consesso informale dei ministri delle Finanze e del Tesoro della Ue), che la Francia ha deciso di rinviare di due anni il pareggio del proprio bilancio, dal 2010 al 2012. Una iniziativa che rischia di indebolire il Patto di Stabilità e Crescita, sul quale si regge la credibilità fiscale europea. L’iniziativa francese giunge alcuni mesi dopo che, in aprile, i ministri delle Finanze si erano accordati per raggiungere il pareggio di bilancio al più tardi nel 2010, accordo sottoscritto anche dal governo francese. Sarkozy ha presentato il proprio piano per uno “shock fiscale” (in soldoni, deficit spending) per l’economia francese subito dopo l’elezione. Il piano include tagli di tasse che dovrebbero far crescere il deficit francese al 2.5 per cento nel 2008, contro l’1.8 per cento negoziato con Bruxelles dal governo De Villepin.

Sarkozy è apparso all’Eurogruppo affianco al proprio ministro delle Finanze, Christine Lagarde, in una mossa “solenne” (come sempre, quando ci sono di mezzo i francesi) ed irrituale, che rischia di creare un precedente destabilizzante, sminuendo il ruolo dei ministri delle Finanze ove sorgessero prevedibili comportamenti imitativi da parte di altri capi di stato e governo di paesi della Ue. La linea di pensiero di Sarkozy è nota da tempo: porre la Bce sotto tutela politica, forzandola a promuovere la crescita attraverso una politica monetaria espansiva e reflazionistica. Ipotesi ovviamente respinta dai tedeschi, che hanno nel proprio dna il rigore e l’indipendenza della Bundesbank, e che hanno già fatto sapere, col proprio ministro delle finanze Steinbrueck, che la “rupture” francese sul piano di rientro del deficit, se confermata, “porrebbe un problema”. Nel frattempo, il debito pubblico di Parigi è tornato a crescere nel primo trimestre del 2007, situandosi al 65 per cento del prodotto interno lordo contro il 63.7 per cento dell’ultimo trimestre 2006.

Occorre sottolineare che, nel quadro degli accordi di Maastricht, nessuna autorità europea potrà impedire alla Francia di espandere il proprio rapporto deficit-pil, fin tanto che quest’ultimo resta sotto il 3 per cento. L’obiettivo della Ue, tuttavia, è quello di forzare il pareggio di bilancio pubblico negli anni di espansione economica, per permettere l’utilizzo del deficit in funzione di stimolo anticiclico. Portare il rapporto deficit-pil in prossimità del 3 per cento in anni di crescita vuol dire avere un deficit che sfugge di mano durante il rallentamento, costringendo ad intervenire tagliando le spese e/o aumentando le imposte nel peggior momento possibile, e con più che evidenti resistenze politiche ed elettorali all’aggiustamento. Il costo del pacchetto fiscale di Sarkozy è stimato pari allo 0.6 per cento di pil, di cui la metà per la deducibilità fiscale dei finanziamenti immobiliari, lo 0.1 per cento per la eliminazione della quasi totalità dell’imposta di successione e lo 0.2 per cento per la detassazione delle ore di lavoro straordinario. Manovre difficilmente considerabili strutturali o promotrici della crescita, ma che potrebbero e dovrebbero essere finanziate attraverso corrispondenti tagli di spesa, e non con deficit, anche se Parigi ha già comunicato che per il 2007 si attende la formazione di un extragettito fiscale (il famigerato “tesoretto”) di almeno 5 miliardi di euro, a fronte dell’espansione della spesa sociale stimata in 4 miliardi.

Al termine dell’incontro dell’Eurogruppo, Sarkozy ha ottenuto il via libera al rinvio del pareggio di bilancio nel 2010, impegnandosi in cambio a portare il deficit al 2.4 per cento del pil nel 2007 e ad un “ulteriore calo” nel 2008, oltre a destinare tutto l’extragettito (generato rispetto a previsioni riviste al rialzo) al consolidamento di deficit e debito. Per ora, sappiamo solo che Sarkozy dovrà pedalare duro, visto che i dati di produzione industriale francese continuano a sorprendere in negativo, e la competitività dei prodotti francesi appare in costante declino.

Sarkozy appare quindi come il migliore alleato del governo italiano, che ha previsto anch’esso, nell’ultimo Dpef, di rinviare il pareggio di bilancio al 2011 (anno elettorale per il nostro paese), sulle ali del “grande risanamento” del 2006, frutto di una inutile quanto controproducente (per la crescita) spremuta fiscale.

E adesso chi lo dice, ai Sarkoblogger, che il loro idolo è diventato il modello della sinistra radicale italiana?

P.S. Il Foglio dimostra di avere assai scarsa dimestichezza con i temi economici. Nella abituale manifestazione di tifo sarkozyano, il giornale di Ferrara si scaglia contro “il dogmatismo monetarista della Banca centrale europea e l’assenza di una vera governance economica“, mescolando mele e pere. Un vero peccato che quello che al Foglio chiamano “il dogmatismo monetarista” sia in realtà il controllo delle pressioni inflazionistiche, il modello Bundesbank che ha contribuito a garantire alla Germania sessant’anni di crescita economica pressoché ininterrotta. “Parigi fa le riforme e Roma no”? Aspettiamo di vedere se e come Sarkozy taglierà la elefantiaca spesa pubblica francese. Drogare la crescita con deficit pubblico e svalutazioni competitive del cambio è stato per un quarantennio il modello dell’Italietta. Prendiamo atto che al Foglio hanno nostalgia di quegli anni ruggenti.

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